UN RECEPTIONIST IN PORTINERIA

Non ho mai scritto del mio lavoro attuale. Faccio il receptionist alla sede degli uffici di un’importante fondazione culturale di Venezia. Ci ho messo un po’ a trovare la giusta definizione; all’inizio dicevo portiere, e, sia per un velato senso di imbarazzo all’umiltà che richiama, sia per l’effettivo inganno sull’ambiente e le mansioni che ne conseguono (un portiere sembra avere delle funzioni più legate alla manualità e alla manutenzione), ho chiesto al mio collega cosa rispondesse alla domanda sul ruolo professionale. Receptionist è stato un suo suggerimento, anche se non vorrei sembrasse una di quelle cose per darsi un tono – ci sarebbe pure l’inglesismo. Forse sono solo un semplice portiere che usa la maschera della reception; effettivamente, se alzo lo sguardo dal computer, c’è pure un bel cartello grigio con una freccia verso la mia postazione e la scritta Portineria.

Comunque sia, se si brucia un neon in qualche ufficio, non sarò io a cambiarlo, e non per una forma di puzza sotto il naso verso i compiti più umili, ma perché l’ufficio con ogni probabilità continuerebbe a rimanere al buio.

Ho la fortuna di avere molti momenti morti, quindi, al lavoro, perlopiù scrivo e leggo. E’ il motivo principale per cui mi piace, il fatto che mi lasci del tempo da dedicare alla mia passione. Mi sono appropriato a posta del turno pomeridiano, molto meno movimentato di quello mattutino, dove vanno e vengono ospiti, corrieri e richieste tra le più fantasiose. Dopo il pranzo, sembra che ai piani alti soffrano un po’ di sonnolenza, procedimento inverso per il sottoscritto: io soffro di sonnolenza nei sporadici casi in cui debba aprire il palazzo di buon’ora, sorbendomi l’intero turno mattutino, quando tutti sembrano avere bisogno di qualcosa, e io ho stampata in faccia l’espressione di un pesce palla con le occhiaie. 

Noi receptionist, noi portieri, siamo – abbastanza scontatamente – anche centralinisti. Rispondiamo al numero di telefono pubblico e smistiamo le chiamate ai vari settori. Tendo, dal canto mio, ad essere il più rapido possibile nel carpire il bisogno all’altro capo del filo, così da liberarmi seduta stante di qualsiasi gatta da pelare. Il più delle volte riesco a mantenermi dentro il confine dell’educazione, e allo stesso tempo, a non risultare particolarmente amichevole o disponibile. Per dare un esempio pratico, quando mi viene chiesto “come sta?”, tendo a rispondere direttamente: “cosa le serve?”.

Altre volte, invece, mi capita di assumere un atteggiamento scontroso. L’ industria artistico-culturale non è granché diversa dalle altre – potrei definirla peggio? Alla fine i fondi di barile si assomigliano un po’ tutti –  quindi ci sono squali e tigri, pesci piccoli e pesci grandi, fiduciosi stagisti e mentecatti di successo. E qualche stronzo imperituro. In questo magma, la mia attitudine inconscia ambisce ad essere, quando sfidata, il più stronzo imperituro tra gli stronzi imperituri. Vivo un meccanismo di reazione immediato, una filosofia comportamentale che in realtà fa da stampella alla gestione dei ben più importanti rapporti affettivi. Solo ed esclusivamente al lavoro, durante una chiamata o una fugace richiesta in carne e ossa, se qualcuno apre lo spiraglio per un possibile scambio di sguardi ringhiosi e improperi, cavalcando l’onda del nervosismo, io rispondo alzando l’asticella – muovo per un’escalation – fino a che i toni sono costretti a raffreddarsi (non è che ci si può prendere a botte in un contesto così nobiliare, la sede degli uffici è un palazzo veneziano in stile gotico del 1400). Questo modo di agire produce due vantaggi nella mia vita, ovvero una sana scarica della fisiologica frustrazione che si accumula giorno dopo giorno, e, per controbilanciare, una riserva di pazienza, che utilizzo appunto nella gestione dei rapporti più promettenti o indiscutibilmente duraturi.

Vorrei specificare che non pretendo di arpionare la vostra approvazione. Sono sicuro che molti voi considerano l’atteggiamento cordiale e educato un valore necessario – e soprattutto imprescindibile – in ogni occasione; sono sicuro che molti di voi siano persone migliori su questo versante. Sto solo raccontando come mi sono adattato alle seccature: cosa ha funzionato per me. E, per quanto mi dispiaccia – non moltissimo ma un po’ -, non ho consigli per voi.

Un altro motivo per cui apprezzo il mio lavoro è la possibilità di entrare in contatto con i preziosi concetti di alcune opere d’arte, la cui struttura viene così alienata dalla mera realizzazione, si mescola così visceralmente l’immagine alla sostanza, che il risultato mi riporta, se non ad un’estasi completa, almeno al suo ricordo.

Ci siete cascati?

No, non me ne frega assolutamente niente ed è abbastanza incredibile, perché faccio fatica a spiegarmi come, completamente indifferente a tutto questo, poi riesca a incantarmi davanti ad una ragazza che, appena vista un’opera d’arte, sta lì a dirmi: “…e la struttura viene così alienata dalla mera realizzazione, si mescola così visceralmente l’immagine alla sostanza che il risultato mi riporta, se non ad un’estasi completa, almeno almeno al suo ricordo”.

Un altro motivo per cui apprezzo il mio lavoro è, come volevo in realtà annunciare, la presenza abbondante di impiegate agli uffici che mi passano davanti ogni giorno (è nota la schiacciante percentuale femminile in ambienti artistico-culturali, d’altronde l’alienazione della struttura dalla mera realizzazione non si impara sui campi di calcio); sia nei momenti più depressi che in quelli di fantomatica fiducia in me stesso, come fossero rispettivamente un antidepressivo e un balsamo, quei loro “Ciao Leo!” semplici, a tratti secchi e spesso distratti, si trasformano, nella mia realtà distorta, in dei languidi e quasi ululati di peccaminosità: “…Ma ciaooo Leo!”.

Passiamo ai difetti? Ce ne sono, eccome. E’ lavoro. Uno su tutti, beh, si può facilmente immaginare. Si tratta di quella cosa che – ultimamente è diventata un’ecolalia mediatica – in Italia è rimasta ferma dal 1990. E poi le convocazioni dell’ultimo minuto, e le nuove iniziative, e chi fa troppo tardi e chi arriva troppo presto. Con qualche variazione di fatto ma similare nelle sensazioni, la lista è nota a tutti. E, quando questa lista assume il peso di un macigno, ci penso a cambiare professione. Penso di iniziare la ricerca sul web della nuova mansione, quindi inizio a dare forma agli aspetti positivi a cui aspiro. Sulla bilancia, c’è il macigno del lavoro attuale, ed ecco che butto sull’altro piatto tutto quello che mi manca. Ci arrivo quasi a pareggiare i pesi. Poi, ogni volta, mi concentro sui vantaggi che ho ora. Su un vantaggio, in particolare. La possibilità di pensare, per la maggior parte del tempo, a quello che mi pare.

Mi ritrovo a calcolare il valore della libertà mentale e il macigno si trasforma in una piuma, e la piuma in una penna.