LA PAURA DI NON FARCELA

Il giorno del mio nono o decimo compleanno. La caccia al tesoro organizzata da mia madre e mia cugina prevede una corsa tra i componenti più veloci delle due squadre. Veniamo scelti io e Giulio. Dobbiamo quindi percorrere un vialetto che costeggia il palazzo di casa. A chi arriva primo viene consegnato un indizio essenziale che abbrevia la ricerca. Ci mettiamo in posizione, mia zia deve dare il via. Mi sento le gambe molli; nel petto risuona, come l’eco di un sasso gettato in un burrone, la sentenza di sconfitta. E’ finita ancora prima di cominciare. A pochi metri dalla partenza, vedo le gambe di Giulio scattare, mentre le mie cadono sul selciato come se il cemento fosse appiccicoso, e allora, appena sento il braccio di Giulio sfiorarmi il fianco, urlo scandalizzato per una presunta spinta che non è mai avvenuta. Alla fine della corsa mia zia dice di non aver visto niente e io recito l’accettazione di una sconfitta ingiusta.

Quante volte, nella vita, mi è capitato di sabotare la fiducia in me stesso? Partiamo dalla nota positiva: mai, quando scrivo. La scrittura ha quello strano potere di catapultarmi in un luogo dove siamo io e la mia fantasia e i miei polpastrelli. Questo trio si trasforma in un gruppetto di bulli pronto a spaccare la faccia all’ansia da prestazione (per ora, almeno). Forse perché, prima di tutto, prima di cercare l’approvazione nei lettori o la gloria di una pubblicazione, scrivo per il piacere di farlo. Ma, se la definizione di scrittore sulla mia persona è ormai sdoganata – in caso contrario, facciamo finta che lo sia –, rimango una persona che vive al di fuori delle pagine che crea. E in quel caso, la questione si fa un po’ più complicata e meno felice.

Dopo quella corsa da bambino, gli scherzetti della mia mente sono sempre stati legati a doppio filo a ciò che mi interessava per davvero. Può sembrare una sottolineatura sciocca: quello che voglio dire è che non sempre ciò che è considerato importante, interessa. Per la scuola, passati forse i primi anni, non ho mai provato una grossa paura di non farcela. Molto semplicemente perché le conseguenze di un fallimento non mi spaventavano. Potevo essere bocciato? Sai che roba, pensavo. Non mi sono mai sentito giudicato dagli scarsi risultati ottenuti. Certo, provocavano rabbia da parte dei miei genitori e di qualche professore, e affrontare quelle delusioni non era facile, ma non intaccavano mai la mia autostima. Vero o illusorio, il pensiero in cui credevo spietatamente era: se avessi voluto, ci sarei riuscito.

 Il modo di pensare purtroppo non si è modificato con gli anni e ora mi ritrovo ad approcciare al lavoro con lo stesso tedio. Grazie anche alla pratica ormai comune di dover badare solo a sé stessi, l’idea di un licenziamento o di un errore mi spaventano fino a lì. Fanno tremare corde di contingenza (la necessità di uno stipendio) ma non riescono a guastare l’amor proprio.

Tutta questa pappardella sul mio costume di Superman, ma arriviamo alle parti dove per anni mi sono sentito Clark Kent. Il sesso, per esempio.

Per molto tempo ho vissuto il sesso in una dinamica – più che probabilmente influenzata dalla cultura e dalla mentalità – di ossessiva fissazione per il piacere femminile. Devo farle godere! Tutte! Non vorrei fare delle battute – per banalità, più che altro – sulla durata dei miei primi rapporti sessuali: certo è che era ben difficile trovare il tempo per il godimento di lei. Il circuito in cui mi ero infilato vedeva l’obiettivo troppo lontano e la sicurezza del fallimento, e la conseguente vergogna, e l’ancora conseguente sensazione di accertare la morte della mia virilità, come caratteristica principale dell’atto sessuale.

Determinava la mia incapacità.

Nessuno – ma in fondo chi poteva? Di alcuni argomenti se ne discute per comodi stereotipi – mi aveva mai parlato della piacevolezza per entrambi, di godersi il momento, di vivere l’esperienza come un qualcosa di appassionante nel suo incedere secondo per secondo.

La prospettiva ha sempre avuto un peso nei miei fallimenti. Forse ce l’ha in quelli di tutti. E’ chiaro che la difficoltà del cambio di prospettiva è il punto da cui partire a lavorare. Non a valle, in una piccola correzione di movimento o di pensiero, ma a monte, su cui si sono costruiti strati di credenze che nel tempo hanno preso la consistenza della certezza. Bisogna – forse è un termine psicologico? – destrutturare e correggere fino a che monte e valle hanno tutto un altro aspetto.

Se devo seguire una linea, il cui punto iniziale è stato il sesso, e la vedo correre nel susseguirsi negli anni, mi è chiaro che l’ansia da prestazione si è spostata dall’attività di letto all’esperienza di un rapporto amoroso nel suo complesso. La problematica nella mia testa è più confusa (ci sono ancora dentro) ma ha sicuramente a che fare con le aspettative e i ruoli sociali. Nonostante sia cresciuto in una famiglia dove i soldi erano sudati da parte di entrambi i genitori e dove non c’era un netto sbilanciamento di stipendio, mi ritrovo a pensare che, oltre ai sentimenti e a dei gran bei discorsi da intellettuale, devo dare delle garanzie. Principalmente in termini economici (ma non pensate che il mero termine economico sia secondario o poco romantico: fare una bella gita a Parigi costa, così come costa andare a teatro o alla Biennale, o andare in gita in montagna): la mia concezione malata di virilità forse non è migliorata, ha solo spostato il tasto su cui premere in linea con l’esperienza maturata.

Ci sono altre paure che mi attanagliano. Quella per la sofferenza in qualsiasi sua forma, infatti cerco di scansarla come un circense professionista. Ma sull’esempio del rapporto amoroso ho più facilità a raccontare i metodi che metto in piedi tuttora per ingannarmi. Quella spinta del mio amico Giulio mai esistita, la scusa su cui ho basato le illusioni di un’accettazione.

Ho creato dei castelli logici, spesso con un’aura di ragion veduta. Sono motivazioni reali, la differenza si trova nella forbice tra difficoltà e impossibilità.

Se voler ricavarsi del tempo per scrivere e leggere abbraccia una necessaria solitudine, una solitudine per lo più piacevole, da un altro punto di vista potrei affermare che voler sempre più scrivere e leggere ravvisa la tendenza a colmare il vuoto di un’altra solitudine molto più ampia – e molto meno piacevole.

Se riesco a far tornare i conti sulla base di abitudini di vita che ho scelto nella più completa indipendenza – con una conseguente serenità alla fine di ogni mese – un altro punto di vista potrebbe essere una sorta di triste resa alla condivisione e alle lotte per un tenore di vita migliore che questa comporta.

La paura di non farcela ha l’ovvia conseguenza di immobilizzarmi – quando va bene, rallentarmi. E, forse, il primo passo, il primo vero scatto, è smetterla di urlare allo scandalo per presunte spintarelle. Al posto di trovare la responsabilità di terze parti, alzarmi e dire a voce alta: “Ho paura di…”.

Ma – diciamocelo – quanto fa paura?