FAREMO IL POSSIBILE E MAGARI QUALCOSA IN PIU’

Si era goduto il primo sorso con un pizzico di teatralità. La durata, l’appoggio delicato del bicchiere sul legno del tavolo, le labbra schiuse in un ansimo di piacere abbinate alla chiusura degli occhi, e l’accendino sulla sigaretta dopo un tempo interminabile, indefinibile, dall’ultima fumata; le due dita strette a v pronte a determinare, attraverso la gesticolazione, ogni aspetto glorioso della sua personalità.

“Da quanto non fumavi?”. La mia mente non riusciva a pescare un’immagine del Ruggero fumatore, tanto era passato.

“Cinque…Sei. Sei anni”. Scettico, fissò la sigaretta

Abbassai le labbra tese, in segno di rispetto e stupore. “E com’è?”.

“Fa schifo”. Ridemmo. Io ne pescai una dal mio pacchetto, che era steso sul tavolo insieme alle chiavi di casa, ai bicchieri di birra quasi pieni, e agli schermi neri dei cellulari.

“Se è per questo non venivo qui da almeno…tre anni”. I rigagnoli di fumo, compatti, si alzavano e venivano sospinti, svanendo alla vista ma non all’olfatto, verso le voci insistenti agli altri tavoli; erano sistemati sopra una moquette verde, e attorniavano come una cinta muraria un edificio banale, squadrato e in calce bianca, che al piano terra ospitava un altrettanto banale osteria, che aveva ospitato i soliti discorsi di diversi gruppi di adolescenti in tumulto, pronti a ribellarsi ai consigli dei genitori, qualsiasi essi fossero – anche un ragionevole “ci sono tre gradi sotto zero, non è meglio se ti metti una sciarpa?” – e che ora ospitava i discorsi, sempre soliti, di quelli stessi adolescenti cresciuti, ora pronti ad indossare una sciarpa anche con cinque gradi sopra lo zero e a ritrovarsi solo nella fascia oraria in cui, proprio come in quel momento, il sole trasforma la sua rotondità in una linea incendiata di luce destinata all’affogo appena sopra l’orizzonte. 

“Tre anni?”. Mi sembrava un’eternità, perciò ragionai – un calcolo semplice, immediato – quindi riuscii appena ad abbozzare un: “Al…”, che Ruggero disse in un tono collegato a doppio filo all’ovvietà: “…Da quando è nato Alessandro”.

“Tre anni fa avevano ancora le sedie vecchie”.

“E non c’erano i gazebo e le luminarie”.

“Per non parlare del menù”.

“E non avevo questa stempiatura”. Ruggero si sfiorò, con le dita libere della stessa mano che teneva la sigaretta, il punto preciso in cui i capelli leggermente spenti e non ancora ingrigiti lasciavano terreno alla pelle lucida del cranio. “Ormai ho…due autostrade”. “Ah, stai ancora bene” dissi, paternalista che non ero altro, sicuro dei miei perlopiù sani follicoli piliferi. “Facile per te”. “No, aspetta…” e diedi un sorso dal mio bicchiere. “…Se non ti parte la pelata dietro, rimane a posto”. “Dici?”. Con la mano libera dalla sigaretta si sfiorò il buon volume di capelli sul retro del capo. “Massì. E poi guarda che anche io inizio a perderne…guarda!”. Alzai il ciuffo, separandolo nella zona della tempia destra. Ruggero mi scrutò come aveva fatto con la sigaretta poco prima. “E’ vero” disse, portandosi la birra alle labbra. Oddio, quindi non è un’illusione dettata dalla paranoia?

“E’ Alessandro che ha accelerato la cosa. E se continua così, altro che autostrade: un deserto”.

“Fa il capriccioso?”

“Fa l’impossibile. L’altra notte – sottolineo, notte – si è svegliato piangendo. Mi sono alzato io, sennò la Checca mi si trasferisce direttamente in cameretta. Gli ho cantato una canzoncina”.

“Una canzoncina?”

“La sua. Il piedone del campione”. I nostri sorrisi si sintonizzarono su novanta chili per due di tenerezza. Ruggero riprese: “Ha smesso, e…beh ha iniziato a ridere un po’, e a quel punto gli ho fatto del solletico per farlo ridere ancora. Forse non era proprio il massimo per riaddormentarlo ma…beh quando ride, sto così bene. L’altro giorno siamo andati a fare una gita al lago. Abbiamo noleggiato un pedalò e dovevi vederlo…tutto un ridere! Per le papere, e i pesci, e…abbiamo camminato lungo un sentiero prima di arrivare. Oh, non si fermava ad ogni fiore a sentire il profumo? E ogni volta rideva come un matto. Tutto così…bello! Mi chiamava e io lo prendevo in braccio e rideva, rideva…Il suo fiore preferito è la zinnia”. Ruggero aveva più volte raccontato delle magagne di un padre alle prime armi, però in quell’occasione il discorso virò sui tanti minuscoli aspetti che lo rendevano felice. Più della fiducia, aveva fede: sapeva che lo avrei compreso o che, perlomeno, ci avrei provato (zinnia?).

Un messaggio nel gruppo Whatsapp illuminò gli schermi all’unisono. “E’ Michele”, annunciò Ruggero, “…Dice che fa il possibile per arrivare a breve. Lo avevano bloccato al lavoro”. Prima di ringraziare per l’arrivo di altre due birre, feci una pernacchia di dissenso. “Ha casini?”. Allargai le mani in un gesto di impotenza, che in qualche modo voleva rappresentare l’impotenza del nostro amico sulle dinamiche aziendali. “Vorrebbe cambiare, lì lo mettono sotto per questioncine, hai presente quei cazzi rognosi che nessuno vuole prendersi? Calano tutti su Michi”. “Capitava anche a me fino a che non mi hanno promosso. Adesso almeno ho un livello su cui scaricare a cascata”. “Lo stronzo del capo!”, e brindammo con i bicchieroni appena serviti. Ruggero mi indicò con il mento. “Come va con la scrittura?”. Ci accendemmo un’altra sigaretta e, dopo il primo tiro, lasciammo scivolare il sedere in avanti sulla sedia come in un atto di estrema rilassatezza. Soffiai un respiro di dissenso, aggrottando la fronte. “Non riesco a trovare un editore. Non rispondono, mi sembra…ti ricordi quando mandavamo curriculum ovunque e nessuno – sottolineo, nessuno – rispondeva? Uguale. Eppure, mi sembra che il libro in qualche modo…funziona. L’ho riletto e ci sono dei momenti che non riescono a non piacermi. Non ci posso fare niente. Sento di essere riuscito a…esprimere, quello che intendevo. Volevo. C’è un’atmosfera, che…hai presente le commedie anni ’40?”. Ruggero mi fissava concentrato, anche se con ogni probabilità non aveva idea di quali commedie intendessi. Continuai a parlare, nonostante le evidenti e scontate e facilmente comprensibili criticità, delle gioie dello scrivere. E continuai – parola dopo parola – ad avere fede in Ruggero.

Fu quando stavamo per ordinare il terzo giro di birre che, verso l’orizzonte, dietro una colonna di parcheggi a spina di pesce, fece la sua apparizione Michele. La camicia aveva un bottone slacciato di troppo e le maniche erano tirate su oltre il gomito. Alzò il braccio per salutarci, per segnalare la sua presenza. Camminava come un attore appena dopo un’esplosione: dietro di lui, una nuvola di fumo e di fuoco che non lo avrebbe mai abbattuto.