GRANDI COSE

La mia carriera da giocatore non era mai decollata, complice un infortunio al legamento crociato proprio al culmine delle mie potenzialità (lo so, lo so, sembra una scusa perfetta, e in effetti lo è, perché senza l’infortunio probabilmente sarei finito in seconda categoria, non pagato, a prendere botte e colpi bassi fino ad un altro ipotetico infortunio che, però, non sarebbe tornato utile come quello avvenuto per davvero). In ogni caso, visto il mio ruolo da playmaker, la mia vena ingegneristica nell’applicazione degli schemi in campo, il presidente della società, che era rimasto lo stesso da quando avevo appeso le scarpe al chiodo per dedicarmi prima alla maturità e poi agli studi universitari, mi aveva contattato attraverso mia madre.

“Ho saputo che hai allenato la squadra universitaria”. Stavamo passeggiando attorno al campo da basket, c’era l’allenamento della squadra femminile, i classici rumori dei fischietti e dello sfregamento delle suole sul parquet si mischiavano alle urla leggermente più stridule di quelle a cui ero abituato. “Ho provato a mantenere la passione. Faccio fatica ad immaginare la mia vita senza il basket”. Pur sembrando un’uscita tendente al vanaglorioso, era vero: avrei fatto di tutto per continuare ad avere a che fare con pick’n’roll e dai e vai, difesa a zona e isolamenti. Il presidente annuiva; nel viso abbondante, da cui la pelle sembrava più aggrappata rispetto al passato, notavo i segni di un consenso deciso. “Vogliamo assumere Zanin per gli Under 16. Viene liberato e sembra interessato al nostro progetto. Si porterà dietro qualche giocatore, a cui dobbiamo sommare i nostri. Ci sarà da lavorare ma…”. Zanin aveva allenato la squadra giovanile più blasonata della provincia. Sentii una scarica elettrica corrermi lungo la schiena: sarei stato il suo assistente! Il presidente, dopo una pausa di silenzio anch’essa vagamente vanagloriosa, concluse: “…Possiamo fare grandi cose”.

Avevo conosciuto Zanin alla riunione della società. Portava degli occhiali rettangolari, senza montatura attorno alle lenti, e aveva una voce grave e tonante nonostante una corporatura modesta. Durante la riunione non aveva smesso un secondo di far traballare il piede della gamba destra poggiato sopra la coscia sinistra. Disse che aveva già avuto conferme da tre giocatori della vecchia squadra. Uno di questi, aggiunse con un abbassamento nel tono, come se volesse infondere una spolverata di sensualità, era il figlio di Pratichetti, un famoso imprenditore nel settore agricolo che era già proprietario delle costruzioni di mezza città e che avrebbe sicuramente sponsorizzato la società con lauti finanziamenti. Anche se non posso mettere la mano sul fuoco (magari qualcuno, e non faccio nomi, si sarebbe potuto sentire insediato) la notizia infuse a chi era presente – io, il presidente, il vicepresidente e Toni, il tuttofare – la strana sensazione di contare finalmente qualcosa.

I giocatori trasferitisi grazie alla tenacia di Zanin alla fine furono sette. Al primo allenamento di stagione, appena dopo Ferragosto, ci ritrovammo davanti la squadra al completo, formata da due gruppi distinti: i pupilli di Zanin e i fedelissimi della società fin dall’età scolare. Ci furono i discorsi di incitamento verso un anno colmo di obiettivi; io, per lo più, rimasi in silenzio, sempre o quasi alla destra della vitalità mordace del primo allenatore. Ero curioso di vedere come avrebbe amalgamato il gruppo e dissipato, nel caso ce ne fossero stati, i malumori. Che le mie scarpe calpestassero ancora un campo, che avessi ancora la fortuna di sentire i fruscii delle retine e i lamenti del ferro, lo consideravo un dono, e cercai, piano piano, nei confini della mia posizione di vice e novellino, di trasmetterlo anche ai ragazzi: in quel primo allenamento corressi i movimenti in difesa, esaltando, quando capitavano, le perfette esecuzioni.

In realtà, almeno all’apparenza, la squadra tentava di remare unita. Credo avesse prevalso un sentimento di sudditanza nei confronti del blasone – delle medaglie perlopiù invisibili, portate con un orgoglio decisamente visibile – che fece accettare un ruolo di secondo piano ai ragazzi della squadra d’origine. Zanin ci mise un’energia costante, non avevo mai visto un uomo così dedito ad incitare e scuotere, a valutare la scelta degli schemi e l’insistenza nel provarli, e migliorarli allenamento dopo allenamento. Fui coinvolto in moltissimi aspetti, non posso negarlo. Alla fine della stagione, nonostante la delusione per l’uscita alla prima di playoff, il gruppo sembrava pronto alla rivincita e io mi sentivo decisamente più riconosciuto e responsabilizzato: avevo preso da Zanin parte della sua sicurezza caratteriale e mentale.

L’estate rallentò gli impegni anche nel versante lavorativo. Ero impiegato nell’ufficio amministrativo di una piccola azienda e, procedendo verso la fatalità di agosto, ogni mansione sembrava entrare in uno stato di coma. Cominciai a frequentare il campetto di quartiere, soprattutto nelle ore serali ancora inondate di luce. Fu lì che incontrai – mi pare in un anonimo giovedì – Matteo. Basso di statura e taurino nella corporatura, i capelli lisci e biondi, quasi brillanti, militava in squadra dalla sua prima elementare. Era stato uno di quelli che aveva visto ridursi drasticamente il minutaggio in campo. Non si era mai lamentato della cosa e anzi – straordinariamente per le reazioni spinose dell’adolescenza – aveva aumentato l’impegno durante gli allenamenti. Tendeva ad uno strenuo silenzio, quindi, quando lo vidi lì solitario, a tirare lungo la linea dei tre punti, mi avvicinai come ci si avvicina ad una conoscenza incerta, su cui aleggia ancora una sensazione di disagio e mistero. “Allora…non riesci ad aspettare gli allenamenti, eh?”. Presi a palleggiare con il mio pallone. “Neanche lei, coach”. Tirò da tre, una buona parabola che garantì l’ovazione della retina. Decisi di andare sotto canestro per recuperare la palla e passargliela. Riuscì a infilare cinque triple consecutive. “Da quando sei un tiratore?” gli chiesi, mantenendo un’espressione seria e onorevole, da complimento cameratesco. “Mi sono allenato tutta l’estate. Sui tiri da tre e il palleggio”. Matteo aveva delle notevoli doti difensive che, purtroppo, non avevano pareggiato le lacune in attacco. “Quest’anno voglio essere pronto, coach”. “Per cosa?”. Il sole cominciava a sfiorare l’orizzonte. “Per la squadra. Non voglio deludere coach Massimo (Zanin)”. Dopo quattro brutti tiri ritrovò il ritmo, infilandone tre dall’angolo. “Tu continua ad allenarti e a tirare. Vedrai che non deluderai proprio nessuno”. Lo seguii anche sul palleggio in corsa, impersonando la minaccia di un difensore avversario. Quando il sole tramontò del tutto, quando, per garantire una buona visuale, si accesero i lampioni stradali, ci congedammo con la promessa di un anno a venire strepitoso, almeno sotto il profilo sportivo.

Riprese il campionato. Nonostante i netti miglioramenti, e una dedizione fuori dal normale, Matteo non giocava più di tre, quattro minuti a partita. La verità era che, escludendo il centro e la guardia titolari, Raffaele e Stefano, due talenti indiscutibili, il resto della squadra si attestava più o meno sullo stesso livello. Zanin tendeva a preferire, forse per simpatia, ma anche per una questione di intesa pregressa, il suo gruppo. Inoltre, Pratichetti richiedeva un minutaggio minimo sia per il figlio che per i compagni con cui c’era più affiatamento. L’atteggiamento di Matteo poi, anche se da un lato risultava apprezzabile, dall’altro lo manteneva in un efficientissimo dimenticatoio: se la sua panchina non creava problemi a nessuno – all’apparenza nemmeno a lui – perché dargli minuti in più? Era indubbio che non c’era giocatore più dedito, e verso metà stagione i miglioramenti erano, se non di tutti, sicuramente sotto i miei occhi.

Provai a suggerire più di qualche volta una sostituzione ma Zanin, se in altri fronti, soprattutto quelli di natura tecnica, sembrava ascoltarmi, per quanto riguardava chi e quanto farlo giocare, pretendeva massima autonomia.

Arrivammo in finale provinciale. Una partita secca. La tensione era alle stelle. Non avevo mai visto così tanto pubblico sugli spalti del palazzetto. Pratichetti aveva portato il megafono. Gli avversari erano arrivati in finale l’anno precedente e, data la sconfitta ad un passo dalla gloria, avevano una fame di rivincita moltiplicata rispetto alla nostra. Pressanti, aggressivi, ci misero subito sotto. Poi Zanin se la giocò, e io con lui, e la squadra con noi, utilizzando al meglio le marcature e sfruttando la prestanza fisica di Raffaele, alto una dozzina di centimetri in più dei suoi coetanei. Matteo rimase in panchina per tutto il primo tempo. Cercavo di mantenere la concentrazione sulla partita, battevo le mani ed esultavo ad ogni canestro. Però con la coda dell’occhio iniziai a notarlo, quel diverso atteggiamento: le spalle basse, lo sguardo fisso verso i piedi. Nei momenti opportuni recitava un tifo entusiasta, ma, appena le azioni rallentavano e la partita diventava un’esibizione perfetta di ogni errore possibile nel basket, tornava a rintanarsi in una posa triste e distaccata.

A qualche minuto dalla fine, sulla partita non ancora decisa ma a nostro favore, suggerii in un sussurro di farlo entrare. Zanin non mi diede retta e continuò la rotazione sui suoi.

Vincemmo. Il palazzetto era un tripudio di urla, di pacche sulle spalle, di abbracci e di strette di mani energiche. Pratichetti invitò la squadra nella sua taverna per la cena e i doverosi festeggiamenti. Dopo la doccia, vidi Matteo andarsene con il borsone in spalla e il cappuccio della felpa tirato su, seguito dagli sguardi pietosi del padre e della madre.

Dev’essere una terribile sensazione, quella di aver fallito nel bel mezzo di una vittoria. Non smisi di pensare a Matteo per giorni. Magari non ci rimuginavo ma il pensiero balzava d’un tratto mentre facevo questa o quell’altra cosa. Dal mio punto di vista la verità era che avremmo vinto comunque; con Matteo in campo forse forse avremmo avuto uno scarto di punti maggiore. Zanin però aveva fatto le sue scelte e, in piena coerenza, non le aveva stravolte, anzi, le aveva confermate con maggior fede nella partita più importante. Non c’erano colpe lampanti, soprattutto a fronte del risultato ottenuto. Eppure, percepivo ciò che avevamo riservato a Matteo come ingiusto. E anche lui, nell’assenza giustificata con una dubbia nausea del dopopartita, si era arreso, l’indomita fiducia verso i suoi allenatori si era trasformata in delusione. Non volevo che smettesse di giocare a basket. Come potevo spiegare ad un ragazzo di quindici anni che a volte le cose non vanno come previsto – anche quando manca qualsiasi spiegazione logica – e bisogna comunque continuare a sperare di poter combinare qualcosa, perché è l’unico modo di combinarla davvero?

Durante i primi giorni d’estate andai ogni giorno nello stesso campetto dove avevo incontrato l’anno prima Matteo. Speravo di poterci parlare, anche se non avrei saputo esattamente cosa dire: in quei due anni avevo imparato quali schemi utilizzare a seconda delle situazioni di una partita, ma qui la questione riguardava una persona, un ragazzo nemmeno adulto. Il suo impegno non premiato, i puntini uniti in un disegno indegno. Ogni giorno che passava senza incontrarlo, mi dispiacevo e poi tiravo un sospiro di sollievo per la sfida rimandata.

Finché non mi decisi di tagliare la testa al toro. Chiesi l’indirizzo di casa a Toni. Viveva in delle palazzine a schiera che attorniavano il campetto. In macchina, prima di scendere, provai a proiettare qualche discorso. Avevo con me il pallone, il piano era invitarlo a fare due tiri. Poi? Volevo che non smettesse, per l’appunto. E non tanto per i miei sensi di colpa. C’erano momenti giusti per abbandonare, come le conseguenze del mio infortunio, ma la prima difficoltà non sarebbe mai rientrata nella categoria. Mi sarebbe piaciuto che continuasse a migliorare. Ma a quale scopo? A scaldare la panchina un altro anno?

Un pensiero mi diede la forza di suonare il campanello. La mia presenza lì era giusta e magari sarebbe bastata quella come auspicio, perché in fondo il debito del mondo nei confronti di Matteo era soltanto un po’ di giustizia.