ASPIRAZIONI SUL MARMO

Era la settimana di Ferragosto e tutti i suoi conoscenti, compresi i suoi coinquilini, erano tornati a casa. Lui la casa – il nido dei suoi genitori in cui gozzovigliava ancora come una regina la sorella minore – ce l’aveva a Mogliano, a un passo da Venezia: era tornato, aveva salutato, aveva ascoltato con attenzione altalenante le parole preoccupate della madre e i silenzi severi del padre, ed era ripartito. L’intenzione era quella di godersi per qualche giorno l’appartamento vuoto; sarebbe stato paradisiaco se anche Venezia si fosse svuotata come tutte le altre città nel periodo.

Ma era chiedere troppo.

Dopo la prima nottata quasi insonne, decise di riordinare e pulire l’appartamento. Forse i rimproveri velati dei suoi erano serviti a qualcosa, avevano superato le resistenze e il suo mal celato menefreghismo da studente universitario. Simone notò che poteva essere un soggiorno niente male, con una buona luce proveniente dalla finestra, se quella luce non avesse illuminato l’ammasso di sigarette spente e cartoni di pizza, gingilli polverosi provenienti dai ricordi delle tante serate e penne, matite e dispense gettate alla rinfusa. Avrebbe passato anche con l’aspirapolvere e il mocio. E poi sarebbe toccato alla cucina, al lavello incrostato e alla dispensa, dove sicuramente qualche data di scadenza aveva perso la sfida con il tempo. Ci mise più del previsto, anche perché spesso si sedeva a riposare, affaticato dalla temperatura e dal poco sonno, e in quelle pause perdeva almeno altri cinque o sei minuti a scegliere la prossima canzone di Spotify da far risuonare dalla cassa bluetooth. Il profumo di detersivo per i pavimenti, e il verso dei gabbiani proveniente dalla finestra aperta, e il leggero odore di sale che saliva dal canale e finalmente si faceva sentire nell’aria di casa, e la visione di un ordine, di un luogo dove i divani non erano ingombri, e il tavolino nel mezzo aveva giusto il posacenere svuotato, e il mobile ergeva solo le reliquie davvero memorabili, misero a Simone una sensazione di pulizia interiore, una soddisfazione che lo liberò da chissà quali tensioni e gli fece prendere sonno sul divano per un’oretta abbondante.

Risvegliatosi che era il tramonto, e saltato di netto il pranzo, si cucinò una cena salutare a base di hummus, pane integrale insalata. Le pulizie e la conseguente sensazione gli risvegliò una strana voglia di sistemare la sua vita. Forse era anche l’atmosfera solitaria, la possibilità di poter riflettere e domandarsi: allora, a che punto sono? Masticando le foglie d’insalata, sentendo già tutti i sali minerali rinvigorire il corpo e la mente, decise prima di tutto di modificare la sua dieta a base di kebab e pizza. Effettivamente – come le aveva fatto notare senza un minimo di riguardo la madre – aveva preso qualche chilo. Saranno stati almeno otto mesi che non svolgeva una qualche attività fisica che non fosse la corsa ansiogena verso la fermata del vaporetto in partenza. Mens sana in corpore sano diceva Giovenale. Non era un latinista, stava per finire la triennale in filosofia da un paio d’anni, ma si fidava delle perle della storia, di chi aveva calpestato con saggezza e visione il mondo molto prima di lui (se non altro, questo pensiero lo rincuorava sull’evidenza di aver ancora qualcosa di sano in mente).

Decise di fare una passeggiata, una prova blanda prima della corsa che – aveva sentenziato davanti alla sua coscienza – avrebbe intrapreso l’indomani mattina presto. La città era ancora illuminata da un sottile filo di luce. Il cielo aveva un’invitante tinta violacea. Il campo di Santa Margherita era una delle poche oasi quasi deserte, un’isola nell’isola popolata durante l’anno da studenti e giovani lavoratori: qualche chiacchiera facilmente distinguibile si alzava dai tavolini dei bar, la pizzeria al taglio era vuota, la libreria Marco Polo chiusa per ferie. Simone continuò a passo spedito, le cuffiette alle orecchie impegnate a ispirargli i pensieri con una playlist di classici del rock. Avrebbe ridotto drasticamente anche l’alcol. Si sarebbe concesso di superare il limite di un bicchiere di vino solo una volta a settimana. Se di norma alzava il gomito due volte a settimana, negli ultimi tempi i giorni senza alcolici erano diventati più eccezionali della regola. Si sedette su una panchina delle Zattere a fumare una sigaretta. Per quanto riguardava il vizio del fumo, lo avrebbe mantenuto con gli stessi ritmi non troppo alti. Non voleva mettere troppa carne al fuoco, il rischio era di fallire in ogni aspetto come le tessere cadenti di un domino. Tornò all’appartamento seguendo per San Basilio. Si fece una doccia e si buttò sul divano, dove, riflettendo sulla nuova forma che stava prendendo la sua persona, una sagoma dai contorni ancora sfumati, si addormentò per la seconda volta.

Non ricordava che la fatica sopraggiungesse così presto. Aveva fatto giusto la calle di casa, due ponti, un’altra calle. Cos’era quel fiatone? Il sudore aveva cominciato a disegnare i confini del suo regno su una maglia di cotone che Simone usava saltuariamente come strofinaccio e che aveva tre buchetti per lato, appena sotto le ascelle. Superò le aule universitarie di San Basilio e fu allora, forse per distrarsi dall’inopportuna stanchezza, che definì il programma di studi. Come accennato, erano due anni che gli mancavano sei esami per sparare il tocco al vento.

Sei esami.

A settembre ci sarebbero stati gli appelli di Ermeneutica filosofica e di Bioetica. Passando di nuovo per la riva delle Zattere, con il sole che divideva le sue attenzioni con l’isola della Giudecca, cominciò ad espirare con vigore, forse al pensiero delle sue gambe dolenti, forse alla prospettiva di stare chino sui libri fino ai primi giorni del mese successivo. Avrebbe potuto inserire anche Logica dei linguaggi naturali, ma sarebbe stato meglio darlo a gennaio, insieme a Storia della filosofia politica. A quel punto, gli sarebbero mancati due esami, e intanto avrebbe cominciato a gettare le basi per la tesi. Cominciava a vedersi, la pancia piatta, i traguardi raggiunti con soddisfazione e partecipazione, le uscite dedicate a passatempi più nobili delle sbornie, come il cinema e i concertini, l’approvazione mai troppo ostentata dei suoi e…La vide, inutile nasconderlo. Giada, sorridendole in quel modo che pensava appartenesse solo a lui, si sarebbe fatta avanti incredula. “Simo? Ma…”. Avrebbe modificato quell’intonazione del viso tendente alla critica e alla pietà che gli era stata dedicata ad ogni incontro nell’ultimo anno. Lo avrebbe finalmente ammirato per ciò che era diventato, non più un ragazzo ma un giovane uomo, serio e devoto prima di tutto a sé stesso. Avrebbe provato a riallacciare il rapporto, sulla scia dell’inaspettata sorpresa – il cambiamento di Simone – e del martellante rimpianto per averlo lasciato. Da Punta della Dogana, il panorama della chiesa di San Giorgio e del campanile di San Marco, e in fondo i Giardini e poi il Lido, la vista era una chiara estensione del suo imminente successo. Si mise a ridere, stringendo le dita delle mani ai pantaloncini in acetato. Rideva e tossiva e rideva. Ora la nuova forma della sua persona pareva intagliata nel marmo, tanto era precisa.

Passò il resto della mattinata e tutto il pomeriggio in casa, prima di tutto a capire dove e da chi recuperare gli appunti per gli imminenti esami, e poi per riposare. Si sforzò di non dormire, il suo coinquilino Marco sarebbe tornato da Bari l’indomani sera e voleva godere ancora dell’appartamento vuoto e della volontà che sembrava infondergli. Guardò Kill Bill vol.2 e poi qualche puntata di Mindhunter. Nelle pause si affacciava alla finestra e, respirando a pieni polmoni, osservava l’andirivieni dei turisti, i loro gesti protesi alla pace di un albergo o dell’alloggio prenotato su AirBnb.

Si era messo a cucinare – voleva farsi delle coscette di pollo al forno con delle semplici carote come contorno – quando il rumore della serratura lo mise in allarme. Il mistero si sciolse in pochi secondi, dall’anta aperta apparve Marco e il suo cespuglio poco organizzato di capelli mori, gli occhiali da sole affilati e sgargianti come quelli di un ciclista e il suo borsone sul cui fianco capeggiava il simbolo blu e rosso della Fila. “Ohi, sono tornato prima”. Il borsone rimase di fronte alla porta d’entrata. “Bene” disse Simone, anche se in realtà non lo pensava: sperava in un altro pizzico di dolce solitudine. Anche perché prima, di solito, non corrispondeva a ventiquattro ore prima. “Ceni con me?”. Marco infilò gli occhiali da sole tra i rovi che erano i suoi ricci. “Certo, senti che profumino. Da quando fai il pollo al forno?”. Simone non riuscì a trattenere un sorrisino sornione, come se fosse a conoscenza di un segreto capace di far sgranare gli occhi al mondo intero. “Dopo andiamo da Carlo, eh. È tornato anche lui. Portiamo da bere e giochiamo a qualche gioco da tavolo fino a domani mattina” sentenziò Marco. Si sarebbero ubriacati e il giorno dopo sarebbe stato da buttare, dedicato in via esclusiva alla ripresa dalla sbornia. Simone avrebbe voluto rispondere che quelle serate non erano più tra le sue priorità, che aveva tutta l’intenzione di cambiare e di riprendere in mano il suo benessere e i suoi obiettivi. Che, se qualcuno gli avesse chiesto a che punto era, avrebbe risposto ad un punto di svolta. Ma, anche solo trasferendo quegli stessi progetti – nati nella sua mente – alla sua voce, dandogli quindi una vita, di cui ne sarebbe stata testimone una terza persona – nella fattispecie Marco – avrebbe nutrito la nuova angoscia di fallire, di tendere la mano a quella forma di marmo, che, nonostante lo splendore della chiarezza, avrebbe rischiato di rimanere troppo lontana per essere afferrata. “Porto il gin” disse Simone.