
Se da parte dei miei c’è sempre stato un invito a lavorare bene, perché – come ha sempre ripetuto mia madre – a farlo male o bene ci si mette lo stesso tempo, buona parte della mia esperienza ha sempre strizzato l’occhio con un sorriso sornione al lavorare male; non da insufficienza piena ma da cinque o cinque e mezzo, diciamo.
Queste strizzatine si sono sempre manifestate con l’insistenza di un tic nel lavoro procacciato tramite agenzia interinale, dove il contratto è ristretto nei tempi, la mansione stabilita e – almeno per il sottoscritto – senza particolari stimoli d’interesse.
L’obiettivo, all’epoca in cui mi ero registrato alle varie Umana e ManPower e Adecco, non erano neanche i soldi ma i soldini, quelle cifrette da mancia della nonna a Natale per non far gravare, oltre alle spese del vitto, dell’alloggio e dell’università, il peso del tempo libero sull’economia di famiglia. A volte la notizia volava di amico in amico, come un telefono senza fili tra cercatori d’oro. Hanno bisogno di qualcuno che carichi otto camion di divani e poltrone in due ore. Fantastico! Ci sono! Vogliono un paio di ragazzi per spazzare in un giorno cinque capannoni vuoti dalla stessa metratura di un campo da calcio cadauno. Dimmi dove devo firmare! Servono magazzinieri per il coccoloso turno di notte dalle 00.00 alle 06.00. Ma io adoro fare tardi!
Lungi dal voler avanzare lamentele: il portafoglio si gonfiava di quei millimetri sperati e, ad ogni distrazione del gatto, ognuno diventava un topo-maestro di tango e foxtrot. I miei dubbi si rivolgono maggiormente all’effettiva utilità per l’azienda che richiedeva la prestazione. Ricordo la convocazione per l’inventario da LeRoy Merlin. Ore 5 di domenica mattina, davanti alla sede del distretto commerciale di San Biagio di Callalta. Avevo dormito sì e no due ore. Ogni assunto interinale – saremo stati un centinaio – aveva uno specifico prodotto di cui contare le giacenze. Ad un mio amico – ricordo perfettamente la sua faccia poco dopo la scoperta – erano capitate le viti più piccole mai prodotte in questo pianeta, che si ritrovavano alla rinfusa nel loro cestello. E doveva contarle a una a una.
A me erano capitati i tagliaerba. Non ci avevo messo neanche cinque minuti però aspettai almeno mezz’ora prima di riferire al personale capo che avevo terminato. Nel frattempo, avevo passeggiato su e giù per i corridoi, curiosando tra le mille e una meraviglie del bricolage.
Quando si finiva il primo conteggio, si veniva riassegnati ad un secondo. Mi capitarono dei gancetti di ferro, le cui quantità, anche se non erano paragonabili alle viti del mio amico, non si avvicinavano neanche ai comodi e ingombranti tagliaerba. Resistetti dieci minuti, arrivai a 300equalcosa, poi i numeri divennero tutti un unico e consequenziale checazzomenefrega.
Checazzomenefrega, checazzomenefrega, checazzomenefrega.
Alla fine, sparai una cifra che, secondo i miei calcoli di gancetto per volume occupato, completamente basati sulla modalità “a occhio”, sarebbe potuta risultare credibile. Così fece anche il mio amico, dopo essere arrivato 500equalcosa viti, e poi lo rifeci io, con dei listelli di legno, e lui con dei perni. Immagino che molti del centinaio di assunti per quella giornata di inventario – perlopiù giovani reduci dal sabato sera non modificato negli usi e nei costumi – avesse applicato la metodologia di conteggio basata sul postulato x sempre e comunque uguale a checazzomenefrega. Quindi alla fine a LeRoy Merlin cosa è rimasto se non un inventario completamente sballato e – se mai a qualcuno fosse importato di un suo fine – inutilizzabile?
Il risparmio era il loro obiettivo, raggiunto direttamente a monte con il coinvolgimento dell’agenzia. E la precisione del mio conteggio – la fattezza della mia professionalità – veniva dopo…perché faticare se il risultato non era neanche la loro priorità?
Dopo la negligenza (o prima), arriva la menzogna. Ero stato contattato da Umana per lavorare tre giorni in ufficio. Uau! Era un bel passo avanti rispetto ai soliti polverosi magazzini che odoravano di ferro e gasolio. “Sai usare Excel, no?”. “Sì, sì”. Mentivo con sincera sicurezza. Tanto: per tre giorni. “E’ solo inserimento dati”. Il solo si sarebbe poi materializzato in due scatoloni pieni di bigliettini da visita di architetti da ogni angolo del mondo, che avrei dovuto inserire in Excel senza neanche saperlo usare. Era la mia prima volta negli uffici di un’azienda, e non sapevo che quell’atteggiamento – se non diffidente – guardingo era una caratteristica estesa ad ogni ambiente bazzicato da colletti bianchi. Venni posizionato su una scrivania, il pc davanti a me, gli scatoloni di fianco. Due clic su Excel e…quindi? Qualcosa inserii di mia iniziativa, qualcosa richiedevo cercando di spostare il focus del dubbio sui biglietti da visita, che a tutti gli effetti erano un altro enigma. Immaginate un indirizzo arabo o cinese o malese. Qual è la via? E il nome della città? Questo è il nome dello studio? Questo sono abbastanza sicuro sia il civico…o il CAP? Hanno un CAP in Asia?
Prima della pausa pranzo una dipendente venne a comunicarmi con un sorriso dolce (e guardingo) che sarebbe stato il caso di dividere in colori il file a seconda del continente di provenienza del bigliettino. “Colori?”. “Sì, sai…che differenzi con i colori”. Ci guardammo, guardinghi. “Sai usare Excel, no?”. “Sì, sì. I colori”. “Bene”. Mi lasciò con un altro dolce sorriso (e guardingo). Quindi…colori?
Alla fine dei tre giorni non avevo terminato neanche il primo scatolone di bigliettini. Questi matti dell’azienda, sempre tramite l’agenzia, volevamo prorogarmi il contratto di altri tre giorni, per darmi la possibilità di terminare. Perché ci avrei perso il sonno! Ringraziai per la fiducia, ma comunicai che avrebbero dovuto assumere qualche altra risorsa, e pensai a quel povero coetaneo, a cui sarebbe toccato riprendere dalla confusione del mio file.
L’ultima caratteristica, a stamparsi nella mia testa con la forza di una timbratura a fuoco, è stata l’umiliazione. Nei picchi di stagione, Benetton rinforza il numero di magazzinieri per le spedizioni della nuova linea. Grazie al militaresco capo-magazziniere vigeva un ambiente di austerità e minaccia: d’altronde, non ero l’unico allergico al sudore. Come si può immaginare, i divieti venivano aggirati con dei taciti accordi tra colleghi – assunti stabili e interinali – in una strenua alleanza contro i poteri forti.
La delusione mi colpì in faccia con le fattezze di un urlo minaccioso, un venerdì di fine settimana lavorativa. C’era un banchetto organizzato per la pensione di un’operaia storica dell’azienda. Il gruppo di interinali nostro ci passò davanti e gli occhi, a vedere quel ben di Dio, soprattutto alla fine del turno e delle sue fatiche, cominciarono a leccarsi i baffi. Non avemmo neanche il tempo di chiedere se avessimo potuto prendere qualcosa (probabilmente non lo avremmo neanche chiesto) che arrivò un altro storico dipendente ad abbaiare: “Andate via, voi! Non è per voi!”. “Stai calmo” disse uno dei nostri. “Via! Ho detto di andare VIA!”.
Lo sapevo che, nonostante la stessa mansione, i contratti stabili in azienda erano trattati con più riguardo. Chi può biasimare questa politica? Ma essere trattato come un cane famelico, da quello che avrei considerato un mio quasi pari, mi fece scendere uno scalino verso il basso di cui ignoravo l’esistenza: c’erano le x sempre e comunque uguali a checazzomenefrega e c’erano x sempre e comunque uguali a checazzomenefrega al quadrato.
