
Se l’era immaginato più volte, e il piacere delle sue labbra e della sua lingua, il calore dei loro corpi, l’acquolina in bocca prima di posarsi come una ventosa sul capezzolo, ogni indizio lo aiutava nella fantasia di un atto già mitico quanto ancora sconosciuto. Se l’era immaginato ma di fatto non ne aveva nessuna idea: e se fosse stato come il sesso orale?
Per Ettore era stato una cocente delusione: anche per quella pratica le torri dei castelli della sua mente avevano superato l’altezza delle nuvole, galvanizzate nella costruzione dai mille porno che giravano tra i suoi compagni di classe, i suoi compagni di calcio, gli amici. Giulio aveva la fortuna di avere un fratello maggiore, uno che gli raccontava poco o nulla ma che condivideva volentieri i video scaricati sotto il nome di titoli di film storpiati come Porcalypse Now e Il tempo delle pere, e, contagiato dallo stesso fratello, passava quegli stessi film a tutta la sua compagnia di amici con la generosa solennità di un messia.
Il primo porno lo videro insieme un sabato sera in cui i genitori di Tommaso avevano lasciato la casa libera e il diffidente permesso di invitare gli amici per un pigiama party. Si erano assiepati attorno al pc dello studio del padre; Giulio, in veste di messia, si era seduto sulla poltroncina a rotelle e aveva inserito il cd. Buio nella stanza, la luce dello schermo illuminava i quattro visi – ultimo all’appello l’occhialuto Elia – e ne esaltava la brama di scoperta. La scena, intitolata Le notti della presidentessa, consisteva in un’esperta fellatio della suddetta e sensuale presidentessa a quattro uomini, che interpretavano il personale domestico. Le prime reazioni furono risate intervallate da qualche commento alle espressioni di godimento degli attori; c’era anche, in tutti e quattro gli amici, il confronto silente tra il pene che si ritrovavano tra le mutande – in quel momento leggermente turgido, dato che la compagnia mitigava di molto l’eccitazione – e i prodigiosi peni sullo schermo, dei rami d’albero dalla pelle tirata e le vene in rilievo. Ettore si consolò tra sé e sé, non aveva smesso di crescere in altezza – lo diceva sempre sua madre – quindi figuriamoci se anche al resto delle appendici non mancava qualche centimetro definitivo…vero?
Immagazzinò la scena nella memoria e una volta solo, nell’intimità chiusa a chiave della propria camera in cui spiccava la fila di vhs dei Cavalieri dello Zodiaco sopra la mensola e un poster comprato in edicola di Ronaldo con la sua firma replicata – in cui spiccava la coda della sua innocenza -, la lasciò galoppare giù fino a oltre il bacino: lo sforzo fu di immaginare la sua mano come una delicata e umida bocca. Prima o poi, si disse con il fazzoletto di carta appallottolato sopra l’addome, la realtà supererà la fantasia. Ci vollero ancora due anni scarsi, e molte altre fantasie simili, e molti altri fazzoletti appallottolati.
Si chiamava Lisa e avevano decretato di stare insieme una domenica pomeriggio, sul finire di una passeggiata al parco cittadino. Ettore ci aveva messo l’intero appuntamento a tirare fuori l’argomento perché aveva fame di ufficializzazione – l’amava come l’acqua bagna la sabbia – e allo stesso tempo si vergognava di mostrarsi interessato all’ufficializzazione. “Senti…io…io e te…sei la mia ragazza, direi. Se sei d’accordo, solo se sei d’accordo”. “E tu il mio ragazzo?”. Il sorriso di Lisa lasciò intravedere la posizione sbilenca del suo incisivo laterale sinistro. “Ovviamente!”. Per baciarlo, Lisa fece un piccolo e non necessario saltello di gioia.
In piena sintonia con la sua immaturità, Ettore manteneva separato l’amore dal desiderio sessuale. L’idealizzazione di Lisa non prevedeva l’incontro – e figuriamoci il miscuglio – con l’idealizzazione della presidentessa. La grazia dei sentimenti era cosa ben diversa dalla sporcizia goduriosa degli istinti, per cui, nei suoi sogni taciuti, la complice fantasma a bagnare quei fazzoletti appallottolati rimaneva sempre una pornostar o una coetanea dall’atteggiamento esplicito; però nell’estemporaneità di due corpi che si accarezzano, e in due anime che vogliono essere causa l’una del piacere dell’altra, le mani scivolano sotto i vestiti e sfiorano i punti sensibili ai primi ansimi di estasi. Ettore e Lisa si trovavano sul divano di casa di lei. Avevano tirato buca ad una serata in centro con il gruppo di amici e i genitori erano alla cena di anniversario. Ettore sentiva la responsabilità di avventurarsi per primo, per cui scivolò lungo il busto nudo di Lisa fino a trovarsi gli occhi davanti a delle candide mutande orlate. Le sfilò, Lisa lo aiutò distendendo e poi piegando ad angolo retto le gambe. Ettore sapeva che avrebbe dovuto usare la lingua. Il resto era un mistero, perlopiù anatomico. Se da esperto avrebbe volto lo sguardo alla fine del percorso, da novellino pregava di trovare un punto di partenza. Lisa lanciava dei pigri mugolii. Erano di piacere? Dopo un quarto d’ora, dopo che la lingua di Ettore pregava per un po’ di riposo, Lisa lo fece risalire con la mano ad arpionare l’ascella. “Ora tocca a me” sussurrò. Ettore non ebbe tempo di pensare alla portata di quel momento: finalmente le visioni della fantasia sarebbero combaciate con gli avvenimenti della realtà. Ecco, allora, che Ettore imparò, senza estrapolarne una precisa definizione, quanto le prime siano sempre più lenitive dei secondi. Se inizialmente vedere le labbra di una donna far sparire pian piano il suo pene eretto gli aveva provocato una scarica d’eccitazione, il successivo dolore – come carta vetrata – e il ritmo troppo lento instaurò un’ondata di stupito scoramento: ma li faceva così anche la presidentessa? “Ti piace?” gli chiese Lisa, appena prima di avvinghiarsi di nuovo. “Tantissimo” rispose a denti stretti.
Dovevano completare l’opera. La curiosità era fedele alleata di quel primo amore, lottavano insieme contro la paura e l’ineluttabilità di varcare una soglia per sempre. Lisa sembrò sentirsi legittimata dopo che le sue amiche Chiara e Giulia si erano ritrovate a salutarla dall’altra parte, cresciute di colpo da un giorno all’altro. E cercò di sfruttare le occasioni in fretta, perché, se aveva avuto il timore di essere la prima, non voleva di certo ritrovarsi tra le ultime a farlo…da ultima a chi avrebbe potuto raccontarlo in quel modo civettuolo e meticoloso?
Era pomeriggio e dalla finestra penetrava la luce sbiadita di un cielo lattiginoso. Sul letto singolo di Lisa ci stavano appena e questo li aveva sempre aiutati nelle carezze e nell’eccitazione. Un bussare alla porta, ed Ettore sfilò la mano da sotto la felpa di Lisa. “Avanti!”. La testa della madre di Lisa rimase dietro l’uscio, le linee accennate di una donna ben vestita con la borsetta agganciata alla spalla. “Vado a trovare la zia, ci vediamo tra un po’”. “Bene, mamma!”. “Arrivederci!” aggiunse Ettore, mentre nei suoi pantaloni cominciarono a suonare le trombe da parata.
Ettore baciò Lisa. Non la lasciava respirare. “Aspe…Aspetta!”. “Cosa?”. Gli occhi di Lisa si alzarono ispirati dalla concentrazione. I secondi di silenzio vennero spazzati via dall’apertura di un cancello e dal cambio di marcia di una macchina. “Ok” disse Lisa e rilanciò con un secondo bacio senza respiro. Ettore si denudò con le solite difficoltà, dividendosi tra i suoi jeans fin troppo aderenti e il corpo di Lisa, l’odore che lo attirava minacciando punizioni severe in caso di disattenzione. Restò con addosso solo i calzini. Lisa accentuò l’angolazione d’apertura delle gambe. Un invito? Strofinarono ogni lembo di pelle l’uno sull’altra, come se la fiamma fosse ancora da accendere. Il corpo di Ettore, in un miracolo della fisica, era guidato dalla punta tutta carisma del pene. “Vuoi?”. Il sì della testa di Lisa sembrò più un tremito. Per un secondo entrambi pensarono al preservativo, e attraverso la telepatia si accordarono per usarlo, certamente, era importantissimo usarlo, la prossima volta. Superate le manovre ingegneristiche per unirsi, Ettore si ritrovò dentro Elisa, e scoprì il piacere più grande della sua vita fino a quel momento. Non sapeva se esistesse qualcosa di meglio al mondo – l’eroina? – ma di certo non c’era niente che gli si avvicinava nell’esperienza acquisita. Altro che delusione, altro che sesso orale. Il piacere lo colpiva, tanto era forte, e lo tramortiva con la stessa potenza di un pugno. L’espressione di Lisa era un mistero, perlopiù umano. Incurante dei movimenti di lui, era come se scavasse nelle trame di sé e di ciò che stava provando. Ettore avrebbe voluto chiedere se andasse bene – doveva andare più lento? – ma non fece a tempo; in un lampo uscì e quel piacere gli esplose davanti, sopra il corpo di Lisa. Le contrazioni dell’addome furono talmente violente da causargli un dolore simile ad una colite. “Scusa…” sussurrò in preda ad uno sconforto totalizzante. La seconda scoperta di quel pomeriggio fu che quel piacere talmente grande – Immenso! Senza confini! – non era in grado di gestirlo. E ciò che ne avanzava una volta esaurito era, quindi, la sola e nuda vergogna.
