SOLO ANDATA

Il treno è una sospensione; le fermate nomi di paesi frequentati solo al passaggio, un colpo d’occhio alle stazioni, ai diversi fondi del palcoscenico: la chiesa di Preganziol, gli appartamenti di Mogliano, il centro commerciale o l’ospedale di Mestre Ospedale, il McDonald’s di Mestre. Il ponte della Libertà, poi, dopo Marghera, permette alla sospensione una dissolvenza graduale, sono ancora in treno ma sono già a Venezia, già circondato dall’acqua della Laguna e dalle sue peculiarità, come un taxi a forma di scafo e pescatori con le gambe a mollo fino a sopra le ginocchia, e guardo la linea della città all’orizzonte che non cambia mai di anno in anno. Guai a cambiarla, si augura o si minaccia.

Di Venezia, in fin dei conti, mi considero un turista che sostituisce alla visita il lavoro. La mia esperienza mordi e fuggi vede l’ospitalità delle stesse calli e degli stessi bar, dello stesso palazzo e dei gesti ripetuti della professione. Lo si capisce – il mio spirito turistico – dai termini che utilizzo: ridono, i colleghi nativi, quando dico che la barca “è parcheggiata” e non “ormeggiata”. Rido insieme a loro, perché capisco l’ilarità scaturita dallo scivolone lessicale, e perché in fondo, per me, nato e vissuto dove il cemento è regola ed eccezione, tutto ciò che si muove per trasportare si parcheggia – che abbia ruote o timoni.

La passeggiata per arrivare alla sede di lavoro è stata modificata più volte negli anni, sacrificando man mano la bellezza delle vedute e degli scorci alla capacità scorciatoia. Mi manca il campo di Santa Margherita, e la vista del Canal Grande dal Ponte dell’Accademia, e Campo Santo Stefano, ma mi mancano di più gli occhi che li hanno visti la prima volta. Non rinuncerei mai alla bellezza della città e mai e poi mai me ne accontenterei.

Dopo qualche calle stretta, scura, promossa a bagno pubblico dal partito del piccione – di tendenze socialiste (Un pezzo di pane già per terra basterà all’intera comunità, lo slogan) e in aperto conflitto con il partito dichiaratamente nazista del gabbiano (Sarà tutto mio, anche ciò che è tuo) – i bisbigli si iniziano a sentire nella zona di Rialto e gli stessi bisbigli diventano voci sul ponte, e le stesse voci si accalcano giù fino a San Bartolomeo. In quelle voci, la varietà delle lingue pesa quanto il mondo e l’estasi meravigliata determina una crepa d’invidia nella mia ormai troppo navigata, quasi rinsecchita, presenza. Ero al lavoro quando, in una sera d’autunno, ho dovuto accompagnare alla terrazza panoramica degli ospiti di New York. Ho confessato il mio assoluto desiderio di visitare la loro città e loro, ammirando da un punto privilegiato Punta della Dogana e la chiesa di San Giorgio, hanno detto che tornare a Venezia è ogni volta un sogno. Il loro sogno ce l’ho in tasca, ma come può essere anche il mio? Come può un sogno non fuggire via?

Il ritorno è verso casa; dopo una curva delle rotaie, un leggero sbandamento del corpo, so di essere arrivato a Treviso. Qui le passeggiate non sono frenetiche, è la mia calma vita di quartiere. Al bar mi salutano con un “Ciao Leo” e ricambio con la stessa confidenza di un nome proprio, e così succede dal barbiere e all’osteria, al supermercato e in libreria (se non ci si conoscesse, a Treviso – differentemente da Venezia dove tutti quei “caro” e “amore” mi fanno domandare prima di tutto: “ma questo cosa vuole davvero da me?” – ci si saluta con un rispettoso e freddo “Salve”).

I confini idealizzati del mio quartiere si allungano dall’estremo nord delle mura fino ad oltre la stazione, ai primi lembi di San Zeno, e comprendono tutto il centro città. L’acqua – presente seppur concentrata in specifici flussi rispetto a Venezia – scorre calma insieme alle famiglie di papere e alle fatiche di qualche canottiere; c’è sempre qualche capannello vivace di studenti graziato dalle ore di lezione, e i negozianti si parlano agli usci delle loro rivendite dalle vetrine curate al centimetro. Non è l’oggettività del meraviglioso a disegnare i contorni della città – o cittadina – ma sono i particolari della quotidianità a colorarne i vuoti. Sono gli abitanti a riempirla delle loro idee (“Perché non aprire un bar?” sembra andare per la maggiore) e delle loro fatiche.

Il mio quartiere gigante – a volte sì, troppo accartocciato su sé stesso – non è tale per una qualche bandierina piantata: è mio perché ne faccio parte. E non potrebbe essere altrimenti: ciò che abito mi determina più di dove vorrei abitare, come ciò che sono mi determina più di ciò che vorrei essere.

Ed è così che viaggio ogni giorno, tra i fatti del mio quartiere e la realizzazione di lontani sogni altrui, tra una cittadina sotto la lente d’ingrandimento e il mondo ristretto in un’isola. In una direzione o nell’altra, seduto sul vagone e aspettando il controllore per sfoggiare un altro dei miei teneri: “Salve”.