
1.
Non era partita bene la mia carriera nel ramo delle pizzerie. Sedici anni, fame di soldi per acquisti che i miei da un lato non intendevano sobbarcarsi e dall’altro non approvavano: berretti invernali da sessanta euro e jeans di gusto discutibile da trecento.
Accettarono la mia candidatura in una pizzeria a sedere, dove avrei dovuto lavorare il sabato e la domenica per sessanta euro a serata, dalle sei a mezzanotte abbondante. Il mio compito sarebbe stato quello di premere le palline dell’impasto – ordinate in delle cassette bianche – per trasformarle in dei piccoli cerchi appiattiti. Quei cerchi poi sarebbero diventati, con dei movimenti di braccia simili a quelli di un mago del capo-pizzaiolo, la base su cui gettare la salsa di pomodoro e la mozzarella e gli ingredienti.
Non conoscevo ancora la fatica muscolare di un movimento ripetuto all’infinito per ore. A vederlo, quel pescare la pallina con la spatola e poi appiattirla sembrava un gioco da ragazzi, che scoprii in breve essere invece una tortura. Dopo la prima ora in un sabato di forte affluenza avevo gli avambracci duri come sassi, dolenti come un crampo in cerca di coccole. “Forza Leo, bisogna avere sempre qualche pallina pronta sul banco!”. La farina mi si attaccava alla pelle e io cercavo di non badarci, e di non badare nemmeno alle braccia sfinite; andavo avanti ad oltranza, determinato in quei due movimenti, pesca e schiaccia, pesca e schiaccia, pesca e schiaccia, pesca e schiaccia, fino a che, ormai persa la cognizione del tempo, mi si diceva: “Ehi, fermo, fermo! Ormai sono le dieci e mezza”.
Dopo una pausa, il calar della clientela veniva usato come scuola di perfezionamento e aggiornamento. Il capo-pizzaiolo – un uomo sui quaranta moro e con un pizzetto da moschettiere – mi mostrava a velocità ridotta prima i movimenti del mago e poi come impugnare la pala per raccogliere la pizza e infilarla nel forno. Usò un consiglio che mi è rimasto impresso. Cercavo di infilare la pala sotto l’impasto fresco con una non invidiabile titubanza e allora lui disse: “Ma non così. No, no. Devi darle un colpo secco, come quando ciavi!”. Non avevo ancora un curriculum d’esperienze sessuali degno di nota ma…un colpo secco? I filmini porno sembravano suggerire il contrario, e in ogni caso quelle parole generarono non poca confusione in entrambi gli ambiti in questione.
La pulizia del banco era il momento più difficile, una buona metafora prosaica della più poetica citazione: “La notte è più buia prima dell’alba”. L’avvicinarsi alla fine del turno si mischiava al compito più ingrato, quando andavano spazzati con minuzia le macchie d’olio dagli acciai e la farina da ogni anfratto. Pensavo che i minuti in qualche modo si piegassero alle mie incombenze: che prima avessi finito, prima sarebbero passati in una strana forma di benevolenza. Ovviamente la fretta non aiutava i piani a risplendere, e – vista l’ovvia anaffettività dei minuti – avevo tutto il tempo per dare una seconda e una terza passata fino a quando la proprietaria, la mamma del capo-pizzaiolo, annunciava che così poteva bastare. La sensazione era di gloria e trionfo.
Facevo solo il sabato e la domenica ma usavo la scusa della pizzeria – inventandomi qualche serata extra settimanale – a scuola, quando mi si chiedeva “Come mai non sei riuscito a studiare?”, mentre usavo la scusa della scuola – un liceo scientifico di prim’ordine – per motivare la poca energia al lavoro. I professori mi chiamavano “il lavoratore” e i pizzaioli mi chiamavano “lo studioso” anche se risultavo pessimo in tutte e due le sponde su cui la mia poca voglia d’impegno rimbalzava.
Perlomeno riuscii a comprarmi qualche capo d’abbigliamento griffato, su cui ponevo il forse esagerato potere di conquista delle attenzioni femminili. Il problema era che le attenzioni femminili venivano esercitate dalle stesse ragazze principalmente il sabato sera, quando io ero costretto nella prigione di farina e dolori. Resistetti (in classe riuscii a sfoggiare un maglioncino Ralph Loren che non vi dico, anche se dirvelo risulterebbe con ogni probabilità superfluo) fino a che, all’invito di compleanno di un amico, in cui si prevedeva una lunga serata caratterizzata da una cena al pub e una movimentata sortita in discoteca, voltai le spalle al sacrificio senza pensarci due volte. Non ricordo quale problema specifico avessi con il cellulare, ma chiamai la pizzeria da una cabina telefonica: non volevo dare spiegazioni ai miei genitori, che avrebbero sicuramente disapprovato il comportamento. Dissi che mi ero rotto un braccio e che non sapevo quando sarei guarito. Mi sarei fatto risentire io. Avrei voluto concludere con un “addio” piuttosto che con un “ciao”.
Uscito dalla cabina, respirai a pieni polmoni l’aria invernale della ritrovata libertà. Non mi sentii in colpa, per nulla: anzi fremevo di felicità.
Adesso avanti con gli altri colpi secchi, pensai ingenuamente.
2.
I pochi soldi guadagnati da quella prima esperienza crearono dei nuovi bisogni – sigarette, aperitivi e colazioni – che scoprii di voler mantenere, maledetto consumismo. Dopo qualche mese, venni chiamato da una pizzeria per asporto, a cui avevo lasciato il curriculum durante il primo giro di ricerche. Il proprietario cercava un ragazzo che lavorasse tutti i giorni, tranne il lunedì di chiusura, dalle 19.00 alle 21.00. Non voleva farmi fare le pulizie e la mia principale mansione sarebbe stata condire le pizze e non schiacciare le palline. “Sono stato anche io un dipendente e un operaio” mi aveva detto, e dopo poco capii quanto effettivamente ciò che uno è stato può modificare i modi di esprimere ciò che sarà. Visto che l’orario sembrava potersi incastrare ai miei impegni mondani, accettai.
Fu un lavoro meno barbaro del primo. Imparai a preparare la linea di ingredienti (imparai quindi ad usare una affettatrice, a tagliare i pomodorini, a cuocere le zucchine e le melanzane alla piastra); imparai a stendere la salsa di pomodoro sulla pizza (è una questione di polso e di pressione della base del cucchiaio); imparai che anche il condimento ha una sua ratio (l’errore più grossolano e immediato è concentrare tutto verso il centro, lasciando sguarnita la zona vicino ai bordi); più avanti negli anni, ho imparato ad usare senza più incertezze una pala (e adesso capisco meglio il consiglio del colpo secco, però solo in campo culinario); sullo stendere una pizza invece – i famosi movimenti da mago – rimango scadente, non riesco a distribuire la pasta uniformemente, rendendo la parte centrale troppo sottile e a rischio in fase di cottura.
Nei momenti di calma, io e il proprietario fumavano nello sgabuzzino e lì ebbi modo di confrontarmi per la prima volta con un uomo che non fosse la figura istituzionale di mio padre – i professori incarnavano per lo più il sapere della sola professione. Imparai anche che, nei periodi di poco lavoro, in cui si fa di tutto per far andare le cose al meglio e le cose non vanno comunque, c’è sempre una buona scusa pronta all’uso. Se non si lavorava bene sotto le feste, era perché le persone spendevano i soldi in altri modi, e se poi, finite le feste, il lavoro non riprendeva comunque, il motivo era che le persone avevano speso troppo sotto le feste, e se ancora, dopo qualche tempo dalle feste, il lavoro era ancora sottotono, era perché le persone stavano risparmiando i soldi per le prossime feste.
Iniziai a ragionare così anche io, e alla domanda sul perché non studiavo, rispondevo che avevo altri interessi – mi distraevano lo sport e la scoperta del sesso – e poi quando, arrivato all’università, mi si continuava a chiedere perché continuassi a non studiare, rispondevo che avevo altri interessi – il cinema, “quello vero!”, e la scoperta dell’amore – e quando, finita l’università e arrivata l’ora di lavorare, mi si chiedeva che lavoro volessi fare, rispondevo che avevo altri interessi: mi sarei finalmente messo a scrivere e studiare.
