UN CANE

Arrivò senza preavviso, una sorpresa di nostro padre. Il musetto scuro sbucò dal cartone in cui era stato rintanato tutto il pomeriggio. Non sarà stato più grande di un grosso topo e zampettava male, come avesse sotto della sabbia ardente, ma solo perché doveva ancora trovare il suo modo di girovagare nel mondo. Annusò molto e pisciò ancora di più. Io e i miei fratelli lo riempimmo di carezze, probabilmente fino a irritarlo. Ad accompagnarlo, la lettera della bambina che lo aveva visto nascere nella famiglia d’origine e che ci comunicava d’averlo chiamato Beethoven. Decidemmo, su caldeggiato consiglio di nostra madre, di tenere il nome.

Quella sera, mentre guardavo disteso sul tappeto la televisione, Beethoven mi si addormentò sulla pancia, con dei giri su sé stesso di assestamento e un mugugno finale, e nel suo sonno il corpo rannicchiato scendeva e saliva a ritmo con il mio respiro.

La cuccia venne costruita da mio padre con della legna di scarto e posizionata in terrazzo. Era stata rivestita all’interno con del polistirolo e delle coperte. Beethoven non ne fu particolarmente felice; soprattutto di essere relegato al terrazzo quando tutta la famiglia era a farsi compagnia dentro le mura di casa. Quando era obbligato a restare fuori – di notte e durante le visite di parenti e amici – sfoggiava il suo repertorio di acuti lamentosi e con le zampette anteriori grattava la vetrata della portafinestra. A volte vinceva lui, soprattutto le notti (con gli ospiti era difficile tenere a bada il suo entusiasmo che si traduceva in abbai schizofrenici e corse senza senso di marcia tra i tavoli e le sedie); altre volte resistevamo fino a che non era lui ad arrendersi e, preso dalla stanchezza, se ne andava in cuccia a schiacciare un pisolo.

Pur restando spesso dentro l’appartamento, addormentandosi su ogni cuscino dei divani o – quando mio padre si sentiva in vena di concessioni – sulla poltrona in camera dei miei (durante le tempeste e nelle calure estive andava sotto il letto matrimoniale), il terrazzo divenne il suo regno. Aveva la sua ciotola di crocchette e quella d’acqua, e nascondeva sotto le coperte i resti del cibo che riusciva a scroccarci con quel suo sguardo da: “Ti prego, sono solo un cagnolino indifeso”. Si masturbava con il pupazzetto di un dalmata in miniatura e, da sopra una sedia su cui poteva poggiare le zampe al parapetto e osservare il panorama, comunicava con gli altri cani del quartiere. Se uno di noi provava ad ispezionare i suoi spazi, ringhiava di rabbia e, talvolta, mordeva senza mettere forza, in segno di minaccia.

Vedeva in mia mamma la sua guida e il suo conforto e in mio padre la severità della punizione. Mia sorella era tutti baci e abbracci e mio fratello più un compagno di giochi. Veniva portato fuori tre o quattro volte al giorno, e con il guinzaglio solo se si usciva dalla cancellata di casa. Si scontrava con la gatta Agata dei miei zii, che gli lasciò in ricordo una ferita all’occhio da cui non guarì mai completamente. In qualche occasione scappava, richiamato dalla presenza di cagnetta di zona. Una volta si infilò nell’ostico territorio del meccanico e dei suoi due cani da guardia che lo attaccarono. Recuperatolo, e vedendolo con la coda bassa e lo sguardo smunto, lo portammo di corsa dal veterinario – si fece prendere in braccio solo da mio padre – dove si scoprì avere un polmone forato. Gli strinsero il corpo con una fascia elastica che tenne un mese abbondante e che nei mesi più caldi cercava di sfilarsi, strusciandosi sui fianchi del divano.

Nelle gite fuori porta – in montagna o in qualche passeggiata selvatica – tendeva a scattare e poi tornare indietro e poi scattare di nuovo: annusava ogni giaciglio erboso e pisciava a più non posso. Finiva con la lingua penzoloni e un abbaio più profondo e insieme raggiante: che noi davamo per scontato essere i suoi sintomi di felicità.

Era un ghiotto amante dei piselli lessati e, come tutti cani, degli odori maleodoranti sui quali si rotolava; di contro, odiava il lavaggio settimanale di mia madre con guanto di crine e aceto.

Visse così per sedici anni. Attorno ai quindici ebbe una sorta di attacco epilettico dal quale non si riprese mai. Dopo una notte di ospedalizzazione alla clinica veterinaria, restò confuso e, nello zampettare, sembrava essere tornato il cucciolo di quel primo giorno, appena uscito da un pomeriggio intero in uno scatolone.

Cominciò a prendere la strana abitudine di incunearsi negli spazi stretti, senza poi capire bene come uscirne.

Portato per la prima volta nella nuova casa dei miei genitori, trovò quella che gli sembrava una strettoia proprio nel terrazzo. In realtà, una fessura: incontrò il vuoto dalla parte opposta e precipitò per cinque metri, sbattendo la testa al suolo.

Incosciente, inzuppato del suo stesso sangue, venne portato da mia sorella e i miei genitori dal veterinario, dove si decise per la soppressione. Io e mio fratello li raggiungemmo poco prima di procedere con la puntura. Ci furono lacrime e le ultime carezze al manto nero che negli anni si era fatto più rado e grigio.

 Ho sempre pensato che tutto sommato la sua vita di cane sia stata dignitosa: si è goduto qualche vizio umano, mantenendo nel mentre quei suoi zozzi e maldestri e profondamente sani istinti animali.