FULMINANTE

Ci parlavo nel tragitto casa-scuola. Non eravamo proprio amici ma abitavamo nella stessa zona, un quartiere residenziale di periferia con una serie di palazzi ben incastrati tra loro in modo tale da lasciare spazio alle piazzole dei parcheggi. Tra l’ammasso in attesa del bus di prima mattina, avevamo dato vita ad una sorta di alleanza: entrambi in prima superiore, ci garantivamo una corazza contro gli sguardi truci e giudicatori di quelli più grandi. Andrea amava i fumetti giapponesi – Captain Tsubasa, Saint Seya e Yu-yu degli spettri soprattutto – e io, più banale e strenuo spettatore dei cartoni animati, cercavo di seguire il passo delle sue invettive, di ascoltare concentrato i suoi suggerimenti.

Una volta varcato il cancello scolastico, senza rimpianti o rimugini, ci separavamo e ognuno raggiungeva il suo gruppo di amici di riferimento, per poi – forse, a seconda dell’orario – incontrarci nuovamente alla fermata vicino alla scuola per il viaggio di ritorno.

Quella mattina la sua assenza – era l’ottobre del nostro secondo anno – non mi preoccupò fino a quando, tornato da scuola, mamma non mi venne a chiedere con la voce leggermente tremolante di agitazione se avevo saputo. Feci no con la testa. Prima di parlare, mamma mi abbracciò, come era solita fare quando sapeva che il suo piccolo doveva affrontare una grande e dolorosa sfida della vita. Mi disse che, la sera prima, Andrea aveva iniziato ad avere una brutta febbre; i genitori avevano pensato ad un’influenza, poi però Andrea era svenuto in bagno, e allora lo avevano portato di corsa in ospedale, dove, la mattina stessa, era morto per quella che si era scoperto essere una meningite fulminante.  

Lì per lì feci qualche domanda, ci rimasi male ma non sentii la disperazione prendere il sopravvento. Vomitai il pranzo a metà pomeriggio e cominciai a sentirmi male verso sera. Di tutte le malattie dalle quali ero stato messo in guardia, due accendevano la mia ansia: la leptospirosi – perché alla casa in montagna ogni tanto trovavamo dei ratti morti in giardino – e la meningite – perché bisognava agire in fretta anche se inizialmente i sintomi assomigliavano a tante altre infezioni poco allarmanti. Mi salì la febbre di una linea, cominciai ad accusare mal di testa. Il giorno prima con Andrea ci avevo parlato, la solita discussione, il tempo del tragitto di un quarto d’ora, venti minuti…Potevo essere stato contagiato?

L’ipocondria passò da me a mia mamma in pochi minuti. Chiamò prima mio padre, che era via per lavoro e che non aveva di certo risposte pronte riguardo alle possibilità di contagio, e poi la dottoressa, che ci consigliò di andare al pronto soccorso. “Ma anche con solo 37 e mezzo di febbre?” chiese mamma. “In questi casi è meglio essere sicuri” sentii rispondere all’altro capo del telefono.

All’ospedale, dopo dei veloci controlli di rito, mi misero in un letto e mi tennero in osservazione per tutta la notte. Mi prelevarono il sangue tre volte, ad intervalli regolari. La mattina dopo, mio padre posò il giornale locale sul tavolo della stanza e mi fece compagnia fino a quando arrivò il dottore, per annunciare che potevo levare le tende: non avevo niente. A dirla tutta mi prese in giro, riferendo che, se avessi avuto una qualche malattia, la si sarebbe potuta denominare fifite.

Mentre mio padre seguì il dottore per la firma delle carte di dimissione, feci una triste colazione con thè e fette biscottate. Sfogliai il giornale senza attenzione fino a che non arrivai alla notizia di Andrea. C’era una foto di lui in mezzo alla pagina. Aveva i capelli mori in disordine se si esclude la fronte, dove la riga teneva ben divisi due ciuffi ondeggianti. La risata lasciava intravedere i denti e assottigliava gli occhi. Aveva addosso la felpa nera con un fulmine che cadeva nel mezzo; l’aveva messa spesso la primavera passata.

Non gli avrei mai più parlato e non lo avrei più visto. Ma più grave ancora: lui non avrebbe più parlato con nessuno e non avrebbe più visto nessuno. Mi vergognai di aver ridotto ciò che gli era successo ad una stupida paranoia sulla mia salute; mi vergognai di aver trasformato il suo dramma in una personale ricerca di sollievo. Chi mi avrebbe consigliato il prossimo manga da comprare? Un’alleanza era andata perduta ed era bastato un battito di ciglia. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Prima di perdere la capacità di trattenerle, voltai pagina.