
Non avevo finestre. Era la sveglia a dirmi che si era fatta mattina, la luce della stanza il mio primo raggio di sole. Per certi versi era comodo avere tutto lì. Ero più alto del bagno e, dopo essermi dato una lavata alla faccia, facevo tornare il letto un divano, la camera un soggiorno. Mettevo su l’acqua per il thè su un fornello elettrico. Aprivo il portoncino che dava direttamente su una calle stretta. Gli odori dalla finestra del retro del ristorante mi mettevano fame o disgusto a seconda dell’ora. I passanti potevano vedermi in pigiama, e non mi importava, non più di vedere un po’ di luce naturale. Sarebbe stata un’altra giornata, magica o tragica a seconda del punto di vista.
Finita la calle stretta, iniziava la calle larga. Stretto tra le mura, poi stretto tra le persone. Dovevo svicolarmi perché ero tra i pochi ad avere fretta. I miei “permesso” non mordevano le orecchie, gli occhi dei molti erano concentrati su un soprammobile in vetro o sul listino di un ristorante. Verso Rialto mi sembrava di far parte della ressa, anche se sapevo di essere diverso: lo certificava il mio passo deciso.
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La vide per la prima volta dall’alto. Fu la fidanzata a tirargli l’impermeabile e puntare il dito dal finestrino dell’aereo. La forma gli ricordò una conchiglia; il fitto delle case e delle chiese lo sorprese; e l’acqua della laguna a circondarla dava credito alle testimonianze dei suoi genitori e dei suoi zii. Non che le avesse mai messe in dubbio ma fino a quel momento gli era sempre sembrata mitologia.
Scesero dal battello alla fermata di Rialto Mercato. Arrancò con le due valigie e una borsa a tracolla penzolante dalla spalla destra. Ammirarono la loggia sotto cui, all’ombra dal sole mattutino, si commerciava il pesce fresco. “Solo qui”, disse Erin, “Trovi un posto tanto bello per una cosa così semplice”. Richard, anche se distratto dall’ingombro, annuì convinto: si accorse che l’odore di marcio e salmastro non gli recava alcun fastidio. Era un marchio d’autenticità.
L’hotel si trovava poco dopo il ponte di Rialto. La stanza era arredata con un mobilio da antiquario, il comò di legno spesso e cerato, e le lenzuola grigie a motivi dorati; c’era anche la tenda a baldacchino e la pavimentazione in graniglia. L’odore era ancora lì, convivente di quel lusso compassato. Erin si affacciò dalla finestra e il panorama dava sul Canal Grande, un intrico di imbarcazioni a remi e a motori, e sulla destra il parapetto da cui si affacciavano tanto stupore quanti i cellulari a immortalarlo.
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Mi capitava di rifilare spallate solo per il gusto di farlo. Non ero sempre in ritardo ma desideravo sedermi dentro il gabbiotto di vetro il prima possibile. Lì mi sentivo al sicuro, o meglio: separato. Sganciavo qualche saluto di cortesia e tornavo al mio rebus. Come cambiare? “Buongiorno, benvenuti”. Da dove cominciare? “Hello, you’re welcome”. Cosa dovevo riconoscere? “Salut, bienvenue”. I miei desideri avevano ancora voce? “Hola, bienvenidos”. Di così tante strade, conoscevo solo quelle chiuse dalla mia scarsa volontà.
Ma non ero così solo come si può pensare. Avevo il mio giro, una serie di persone che distribuivano gli stessi saluti in altri gabbiotti. Ci trovavamo le sere o i fine settimana, e ci facevamo le stesse domande senza sorbirci l’eco di possibili risposte: sentirlo, addirittura ripeterlo, sarebbe stato un torto imperdonabile.
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Richard ed Erin, entrambi ben vestiti, pranzarono con la sensazione di essere due attori famosi in vacanza e poi passeggiarono lungo Riva degli Schiavoni. Su e giù due volte, la seconda perché Erin voleva allungare il momento. Si fotografarono davanti al Ponte dei Sospiri e visitarono Palazzo Ducale. “Qui hanno racchiuso la gloria” aveva sussurrato Richard ad Erin per cercare di fare bello il suo intelletto. Prendendo la via per il ponte dell’Accademia e delle Gallerie, decisero di visitare la chiesa di San Moisè. Si sedettero sulle panche di legno e ammirarono la potenza degli affreschi – non ricordavano una chiesa tanto colorata – e delle sculture – non ricordavano una chiesa tanto addobbata. Si sentivano al sicuro, protetti dalla sacralità dell’aria. Il primo ad accorgersi del furto fu Richard. Sentì un vociare poco educato, alzò lo sguardo verso l’uscita. Era una donna e svanì correndo oltre l’angolo del portone. “La tua borsa?” chiese a Erin. Lei chiese d’istinto “Cosa?” e poi girò la testa alla sua destra, dove l’aveva poggiata. Non fece in tempo ad urlare “Cazzo!” che Richard era partito. In campo San Moisè c’era un caotico incedere di gruppi sparsi di turisti, una densità a macchia di leopardo. La scorse scendere dal ponte in direzione Accademia. Scattò, Richard, e si ritrovò a chiedere “sorry” ansiosi. Ricevette degli insulti per una spallata invadente. La donna girò a destra, Richard scese dal ponte e – ancora tanti “sorry” e qualche spallata – prese la stessa calletta fin troppo vuota, perché la donna era svanita. Richard avanzò, a destra e a sinistra si aprirono altri due callette. Continuò dritto verso un ponte stretto, e poi in un’altra calle. Tornò indietro, prese la prima calletta a sinistra. Avanzò e trovò una calle a destra; l’imboccò e si ritrovò davanti ad un canale. Tornò all’incrocio. Si guardò attorno e poteva vedere solo le alte pareti dei palazzi. Fece qualche passo nella calle di destra con la camicia zuppa di sudore.
Fece no con la testa e si arrese.
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Dovevo girare attorno al palazzo a fine turno, un controllo alle porte di sicurezza. Vicino all’angolo più buio, sotto l’asse di un’impalcatura, trovai due borse e quattro portafogli. Non era la prima volta. Si mettevano lì a svuotare il malloppo di ciò che valeva la pena e se ne andavano lasciando i resti. Tutti i portafogli avevano i documenti d’identità ma non avevano carte di credito o contanti; le borse contenevano un ombrello, fazzoletti, un cappello estivo, una borraccia di plastica. Avrei portato il tutto ai carabinieri, tanto erano di strada. Non era la prima volta.
C’erano alcuni momenti, quando si avvicinava il tramonto e le forme della città venivano baciate da quel focolare di luce, in cui ancora mi meravigliavo di quanto fosse indifferente al tempo nelle sue architetture e nei suoi rituali. E allora intuivo che, se il tempo non la sfiorava, figuriamoci quanto potesse prendersi cura delle persone. Era un pacchetto unico dove la meraviglia era anche una condanna e viceversa. Davanti ad ogni singola vita, davanti ad ogni anno passato o da venire, la priorità sarebbe sempre spettata a lei.
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Richard ed Erin rimasero nella sala d’attesa dei carabinieri. Avevano detto loro, in un inglese con i tipici sali&scendi italiani, che spesso qualcosa si recuperava; i documenti, perlomeno. Quando videro il ragazzo entrare nell’ufficio con la loro borsa – notarono pochi secondi dopo anche i loro portafogli – si abbandonarono ad un entusiasmo infantile. Lo abbracciarono, lo ringraziarono, lo abbracciarono di nuovo. Richard raccontò in breve l’incidente del pomeriggio.
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Mi disse che la città gli era sembrata un labirinto senza uscita.
