SUL FRIGORIFERO

Più del curriculum, che è una cronistoria di quello che avrei e non avrei voluto essere, o del mio armadio, che ospita all’interno capi di molte età e di diverse mode passeggere, il mio frigorifero o meglio, il mio scomparto in affitto del frigorifero, rappresenta quello che sono. Il mio carattere, i miei gusti, quello in cui credo con fermezza e di conseguenza quello a cui non do importanza, la mia posizione sociale e il mio stato civile sono tutti lì, riassunti nei prodotti ben conservati ad una temperatura che deve stare tra zero e sette gradi. Pena il deterioramento.

Quando vivevo con i miei genitori, mio fratello e mia sorella, e aprivo il frigorifero di casa, era una festa. Le mele e le pere e le arance ballavano strette nello scompartimento della frutta e della verdura; faceva sempre capolino un gambo di sedano mentre il ciuffo di radicchio rosso, ospite fisso d’inverno, guardava tutti con fare bullo. D’estate, veniva sostituito dal cavolo cappuccio. Gli affettati freschi, ben incartati, facevano amicizia con i formaggi; gli yogurt erano un gruppo eterogeneo e numeroso, ognuno con i propri pezzetti di frutta all’interno. La marmellata e il burro facevano sempre le ore piccolissime mentre bibite di tutti i tipi, birra e vino davano il via alla cerimonia. Il latte guardava con gli occhi sbarrati le mozzarelle mentre le uova e i sotto aceti discutevano sulla prossima insalata di riso. Nel privé, il freezer, i pezzi grossi, carne macinata, braciole, salsicce e bistecche, se la raccontavano in un ambiente più freddo e formale.

Quando apro il frigo dove abito, oggi, e guardo il mio cassetto, sembra che la festa sia appena finita. Non c’è più nessuno; sono rimasti solo i bicchieri vuoti e la cartacce sul pavimento. Qualche chiazza di vomito fresca si alterna ad altre belle incrostate, che non riesco a estirpare neanche con la candeggina.

In quest’atmosfera desolante, ci sono però delle certezze, degli irriducibili, che spiccano per il loro coraggio e la loro solitudine. Primi fra tutti, i tortelli ripieni di Giovanni Rana. I tortelli ripieni di Giovanni Rana hanno tre motivi per essere candidati al premio “invenzione culinaria del secolo”, insieme al Caldo Caldo e alle insalate pronte con forchetta, olio e sale monodose custoditi nella confezione:

-sono carboidrati e, secondo la regola ferrea che prevede a pranzo carboidrati e a cena tutto il resto, potrebbero rappresentare tutti i pasti del primissimo pomeriggio.

-si ha una scelta pressoché infinita del ripieno: dalla carne, allo speck, alle patate, ai funghi passando per radicchio, crudo, carciofi. Per una dieta varia e equilibrata.

-si cuociono in due barra tre minuti. Meno di un caffè, a meno che non si intenda un Caldo Caldo.

Se Steve Jobs ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e Jeff Bezos quello del retail, Giovanni Rana non è da meno nel panorama della sopravvivenza.

Vicino ai tortelli, la panna da cucina, per dare un po’ di sapore. Il problema è che non ricordo mai da quanto è aperta la confezione e rinuncio quindi a spararla sul piatto, optando per una spruzzata di olio extravergine d’oliva costato un paio di euro. La panna lasciata lì a marcire serve a ricordarmi quanto fugace è la giovinezza: un giorno si sta lì, in forze e pronto a dare il proprio contributo e il giorno dopo si è ancora lì, ma già debole e puzzolente.

Tengo una scatoletta di tonno in un angolo, anche quella a scopo formativo. Quando torno a casa la sera, dopo una giornata di lavoro da dimenticare, e con nessuna prospettiva per il dopolavoro, quindi nessuna uscita, nessuna bevuta, niente di niente, accendo la televisione, apro la confezione di latta e, con lo sguardo che si perde nella trama della tovaglia sporca, penso a quanto è triste la vita. Pezzo di tonno dopo pezzo di tonno. Mi deprimo fino a quando mi addormento e così, la mattina seguente, mi sveglio allegro e pimpante come non mai. La giornata di merda è passata ed è difficile che oggi gli avvenimenti si ripetano con le stesse dinamiche: se non altro, il tonno è finito.

Sui ripiani stretti interni alla porta si trova una bottiglia d’acqua presa al supermercato. Prendo l’acqua che costa di più: posso soddisfare la mia sete di potere d’acquisto con una ventina di centesimi in più. Al suo fianco una birra, che, di solito, bevo il giorno dopo aver mangiato la scatoletta di tonno.

Un barattolo in vetro di olive verdi sottolio poggia sull’ultimo cassetto del frigo, fuori dalla mia zona, pur appartenendomi. E’ parte degli avanzi dell’ultimo ferragosto. O del penultimo. Non so se quelle cose che galleggiano nel liquido giallastro siano effettivamente olive o un’evoluzione delle stesse nel tempo.

Un singolo yogurt alla pera è la mia dose quotidiana di salute. Qualsiasi cosa mangio o bevo, ci sarà sempre uno yogurt, rigorosamente alla pera, che mi toglierà tutti i sensi di colpa per la cattiva alimentazione. Se una volta si diceva una mela al giorno, io dico: uno yogurt alla pera, con su scritto bio, al giorno, toglie il medico di torno. Preferirei altri gusti, come ciliegia, mirtillo, fragola ma, nei miei brevi e rari soggiorni in ospedale del passato, avevo due scelte, una volta finito il riso in bianco e le patate lesse: o yogurt alla pera, o yogurt alla banana. Quindi, dato che qualsiasi cosa si ingoia in ospedale ricorda una medicina, con funzioni di risciacquo di stomaco e intestino: pera. Lo yogurt alla banana non riesco proprio a buttarlo giù.

Nel congelatore, c’è un unico prodotto surgelato: la pizza margherita Conad. Quando ho voglia di una pizza ma le economie non me lo permettono, perché in vista ci sono spese di una certa importanza, non devo fare altro che tirare fuori il disco rigido con pomodoro e mozzarella dalla confezione di plastica, e metterlo in forno per una decina di minuti. Qualche anno fa, un’amica mi fece notare che potevo mettere gli ingredienti che avevo in frigo sopra la pizza e far diventare quella che è in partenza una margherita, una porchetta e radicchio o una salsiccia e peperoni. Il problema è che non ho mai un cazzo. Allora, a volte, vado al supermercato e compro apposta qualche condimento. Dato che mi sento già abbastanza bravo ad aver risparmiato per la pizza in sé, spendo una follia per le aggiunte: prendo la mozzarella di bufala più costosa, che nella mia filosofia è per forza quella più buona, e un etto di crudo di Parma, che viene trentacinque euro al chilo. Se facessi i calcoli, sarebbero due euro di pizza, sei di mozzarella e tre e mezzo di crudo: undici euro e cinquanta. Mi converrebbe andare a prendere la pizza in una pizzeria. Ma i calcoli non li faccio e, pensando di aver risparmiato mentre mi godo un pasto tanto gustoso quanto di qualità, sorrido, felice.

Solo quando ho ospiti, aggiungo alla scena due birre in più e un vino bianco frizzante, da offrire, dei cioccolatini, per far vedere che posso permettermi ancora qualche sfizio, un frutto (uno) accostato allo yogurt, per dare l’impressione di scoppiare davvero di salute, e un libro, per spostare l’attenzione sul mio punto forte.

E se, versato e assaggiato il vino, uno degli ospiti chiedesse qualcosa da abbinare alle bollicine, rimarrei calmo. Trafficherei con le mani, tra gli scompartimenti. E gli proporrei delle olive verdi sottolio.