AD UN MATRIMONIO CON IL PROFESSORE

Insegnare non è per tutti; ci vuole amore per il prossimo, per la società, per il semplice atto di diffondere sapere. E se chiedeste a qualcuno, qualcuno che questo sentimento lo ha introiettato come Inzaghi ha introiettato il senso del goal, quando si smette di insegnare, beh, questo qualcuno vi risponderà mai, mai, mai e poi mai. A scuola, in strada, a casa, in macchina, ovunque: perfino al matrimonio del migliore amico, nel quale si ha il ruolo indispensabile e onnipresente del testimone dello sposo.

Il Professore è tornato, prendete carta e penna.

In una location elegante ma allo stesso tempo rustica, una villa nella campagna padovana, il Professore non risalta nel suo completo blu, anzi, si mischia alla folla di invitati che invadono le sedie posizionate ordinatamente e lo spazio erboso retrostante, dove fiori e modeste decorazioni danno quell’idea di intimità che è, in un certo senso, quello che il professore vuole e vuole insegnare. L’intimità. Come arrivarci, ecco.

Lezione numero uno: il vestito non conta.

Al Professore, il ruolo del testimone non crea nessun tipo di ansia o disagio; è tranquillo seduto nella seggiola in vista, è tranquillo quando si alza e si posiziona davanti agli sposi e a tutti gli invitati per tenere il suo discorso -talmente tranquillo da far ridere gli astanti a suon di battute- ed è tranquillo quando, a fine cerimonia, batte le mani; di certo è emozionato per l’amico e per l’atmosfera pregna di sentimento, ma rimane pur sempre: tranquillo.

Lezione numero due: tranquillità.

Sciolti i ranghi e distribuiti gli invitati tra i piccoli tavoli colmi di antipasti e aperitivi nel manto a ciottoli, il Professore ride e scherza con la maggior parte di essi, dai genitori dello sposo a un po’ tutti gli amici, e soprattutto le amiche, passando per il parentame allargato. Si guarda attorno e tra un sorriso e qualche frase di circostanza, da una veloce passata alla situazione: quella è la cugina quindi no, quella è l’altra cugina quindi no, quella è una sorta di cugina quindi no, quella è la nonna e sarebbe meglio di no. Studia, il Professore, studia. E lo continua a fare anche a cena, dal comodo tavolo dello sposo, dove la vista si apre su tutta la sala ben illuminata e ricca di bottiglie di vino, voci, cori saltuari e donne agghindate alla perfezione nei loro tacchi alti, nelle scollature raffinate e nelle spaccature dei vestiti che fanno l’occhiolino. Al professore, fanno l’occhiolino.

Lezione numero tre: come dappertutto, studiare. Studiare sempre.

Nel dopocena l’atteggiamento si può riassumere nel classico gesto della cravatta allentata: ci si rilassa, ci si sbraca e si attacca a dir cazzate, per scherzare o per flirtare. Ed è qui, che il Professore chiude con il mestiere degli sguardi e passa al mestiere delle parole, poco serie all’apparenza ma calcolate in tutta la loro sequenza; un’equazione matematica della comunicazione. “UEEE, TU!”. Così, senza un tango di frasi imbalsamate o balbettate che portano solitamente a un triste finale che io e gli altri studenti conosciamo fin troppo bene. “UEEE, TU!” urlato in mezzo a un piccolo gruppo di persone in piedi nella penombra di un portico e della sera da un nido di divanetti e poltroncine, nella quale cinque o sei uomini scrutano perversi ogni possibile preda. “COME TI CHIAMI?”. Qualche ragazza si guarda confusa, non capendo a chi è riferita la domanda. “TU TU” dice con voce alta e sicura il Professore. La ragazza presa di mira risponde, poi l’invito, che è un ordine: “VIENI QUI!”. La ragazza si avvicina ai divani titubante ma il Professore la tranquillizza, la fa sedere, scherza e comincia a dirle: “QUANTO SEI BELLA!”. Lo ripete quattro volte nel giro di qualche minuto poi inizia a chiedere a noi studenti se è bella: “E’ BELLA O NO, STA RAGAZZA?”. Noi accenniamo a un timido sì, ma stiamo mirando assorti quei fini meccanismi adulatori che solo lui sa usare con una certa scioltezza: “OH, MA QUANTO STAI BELLA?”.

Lezione numero quattro: dire alle donne che sono belle senza tanti ricami sopra.

Il Professore ci invita a farci avanti ma lo fa più per far capire che non ce n’è, che è sua, e vuole essere sicuro che noi staremo solo a guardare come sempre. La invita a ballare sulle note di qualche canzone italiana, sotto il portico baciato dalla luce romantica di qualche grazioso lampioncino. Ci balla, ci balla, ci balla, e poi la ragazza torna da noi, ci saluta e raggiunge nuovamente il suo gruppo di amiche. Non è andata? Cade così l’esperienza decennale di un uomo che ha dato tutto per quella sola materia, la “femmena”? Il Professore torna facendo l’occhiolino a tutti i suoi studenti: ha in serbo la mossa segreta, l’asso nella manica, il twist finale. Aspetta qualche minuto e, dopo aver avvistato la ragazza seduta da sola vicino alla pista da ballo improvvisata, le si avvinghia vicino e…ci parla. Ci parla. Le tiene compagnia, lei ride ogni tanto, lui ride ogni tanto, lei annuisce, lui annuisce, gesticolano. Crea una crepa nella debole armatura fatta di scuse e dubbi di lei, e la crepa, com’è noto, cresce e si ramifica: divampa. E mentre lui fa divampare, noi ci consoliamo, chi con troppi bicchieri di gin e tonic, chi con qualche sigaretta e presa in giro, chi con in mano l’unica birra media della serata, per ricordare a tutti che il frontman è uno.

Lezione numero cinque: creare crepe con tutta l’eleganza e non che si conosce.

Mi distraggo un attimo e lo sguardo cade sui due protagonisti della giornata, lo sposo e la sposa. Ballano appoggiandosi i menti reciprocamente sulla spalla, lui con un sorriso ancora entusiasta nonostante la tensione e l’emozione delle ore precedenti, lei con il vestito bianco che le dona una naturalezza inaspettata. Si baciano delicatamente, con la voglia, nell’espressione del volto di entrambi, di farlo ancora e per molto tempo avvenire. E non posso che segnare un nuovo appunto.

Lezione numero sei: si può decidere di amare una persona e solo quella, per il resto della vita, senza troppe paure e patemi, ma con la giusta pace nell’animo.

Amare serenamente.

Auguri per tutto, al secondo professore e alla terza professoressa inaspettata di quel sabato, che ha regalato, oltre a sei lezioni, un ricordo.