SULL’UFFICIO

Nella mia immaginazione di ragazzino, dove spesso veniva rappresentato in modo esagerato ciò che non potevo realizzare, come spese folli, successo, posizioni sessuali inconsuete e fantasiose schiacciate a canestro, lo spazio dell’ufficio era qualcosa di adulto, profondo e serio. Qualcosa che doveva avere a che fare con l’impegno, la dedizione e, insomma, la voglia di mettersi a lavorare. Oltre all’età, a inclinare ciò che che effettivamente era in ciò che pensavo fosse, concorreva la continua visione di film che davano un tocco di romanticismo e redenzione a qualsiasi situazione. Mi aspettavo di trovare nello stanzino illuminato al neon, in una zona piuttosto grigia della città,il luogo dove si realizzano i grandi progetti, ci si impegna tutti insieme in un fine ultimo che è il raggiungimento di un grande obiettivo e dove, a dirla tutta, avrei trasformato gli sguardi di qualche bella impiegata due computer davanti al mio, in una storia d’amore che nessuno aveva ancora raccontato. Il festino per il fidanzamento lo avrei organizzato in ufficio, per forza di cose, tra patatine, spumanti e discorsi al microfono.

Forse non ci voleva molto a capire che non era proprio così, sarebbe bastato guardare con un occhio più critico Fantozzi o percepire l’assurdo che aleggiava in Camera Cafè, fatto sta che facendo quella mossa necessaria chiamata esperienza, ho realizzato cosa davvero fosse l’ufficio: un pozzo profondo nelle strette trame dell’inquietudine, del nervosismo e del “si va a casa quando si è finito il lavoro”. Forse crescendo non sono granché cresciuto, forse mi rimane quel fare da studentello che va a scuola perché si diverte e non perché deve apprendere, ma già al mio primo contatto con la scrivania illuminata a righe dalle veneziane, qualcosa non quadrava con la logica della felicità.

Ero stato assunto per tre giorni, contratto a tempo determinato, molto determinato, per inserimento dati in un’azienda che faceva divani e poltroncine di design. Nella mia sempre fantasiosa idea, inserimento dati era una pacchia, qualcosa di tranquillo e rilassante, “Ehi, ho un nuovo dato da inserire!” “Manda qui! Solo uno?” “Solo uno. Il prossimo tra una mezz’ora.” “Alla grande!”. Quando il responsabile dell’ufficio, con cui avrei dovuto coabitare quei tre giorni, mi porse davanti uno scatolone pieno, ma pieno fino all’orlo, di bigliettini da visita piccoli piccoli tutti alla rinfusa, provenienti da ogni parte del mondo, mi prese un po’ di agitazione; non capivo cosa dovevo fare, li dovevo buttare? Voleva che facessi sparire qualche tipo di prova? O dovevamo lavorare di squadra, io dettavo e lui batteva a computer? O il contrario?

Il mio compito sarebbe stato quello di inserire nome, cognome, indirizzo, città e azienda di ogni bigliettino, da solo e in tre giorni. Considerando che era la settimana di Pasqua e quindi anche la vigilia del prefestivo, per me italiano fino al midollo, era una sorta di festivo, un ultimo giorno di scuola in cui non si fa altro che girovagare a caso per i corridoi e fumare una quindicina di sigarette, non capivo come potessi riuscire in quell’impresa titanica in due giorni e mezzo. Arrivò poi la notizia che mi spezzò le gambe: Excel. Dovevo inserire i dati in Excel. “Hai presente il programma? Sai usarlo?”; per me Excel al tempo era Word con i rettangolini, qualcosa per gente che aveva bisogno di ordine. “Come no.”; non potevo mentire, sennò sarei stato rispedito a casa e addio duecento Euro per la spesa di Pasquetta, comprensiva di jeans nuovi da sfoggiare alla grigliata. Alla fine feci due giorni pieni, poi un mezzo inventandomi un impegno nel pomeriggio, e poi altri tre giorni, e mi pagarono il doppio per essere andato più lento del previsto. Un buon modo per guadagnare in fretta ma un pessimo modo per farsi voler bene dall’azienda: non venni più richiamato. In tutto ciò, di grandi obiettivi e storie d’amore neanche l’ombra. Anzi, avevo fatto fatica a incrociare una donna, e per l’obiettivo, beh, non ci furono coppe o medaglie, solo un miglioramento sull’utilizzo di Excel: ora sapevo che i rettangolini si potevano colorare.

Evitai gli uffici per un bel pezzo finché dovetti venire a patti con l’organizzazione del mondo lavorativo. Tanti computer, tante e-mail, tanti dati: tanti uffici. Nell’ultima esperienza, durata ben più di tre giorni, due mesi scarsi per la precisione, le persone che avevo attorno erano decisamente migliorate: ora, ero circondato da donne ognuna con le proprie caratteristiche e il proprio fascino. C’era la bionda dagli occhi azzurri che incanta, la mora dallo sguardo focoso che scalda, la bruna dagli occhi dolci che acchiappa. Il problema però rimaneva uno, e non di poco conto: se una donna a lavoro pensa a lavorare, non c’è tempo per flirtare, per conoscersi, per scherzare. Bisogna lavorare. Non so, c’è poco da fare, le donne hanno un approccio diverso, sì in tante cose ma soprattutto nel lavoro. Loro ci tengono, a far le cose fatte bene, con una certa minuzia, una certa precisione; non hanno bisogno di un motivo per dare il meglio di sé. Lo fanno e basta ed è ammirevole, a volte, a volte è una rottura di coglioni infinita. Soprattutto per me, per la mia filosofia “solo se è indispensabile” e per i miei sensi di colpa: non piace a nessuno girarsi i pollici mentre attorno tutti si danno da fare. E allora mi mettevo testa davanti al pc, a fare quello per cui venivo pagato: rispondere alle e-mail. Rispondevo alle mail sempre nello stesso modo standard, a qualsiasi domanda, qualsiasi richiesta e qualsiasi protesta. “L’azienda bla bla bla si riserva di bla bla bla purtroppo non può bla bla bla la prego di considerare bla bla bla con l’occasione bla bla bla”. E più uno insisteva con i quesiti, le perplessità o le offese, più io mandavo sempre la stessa, identica e-mail: “L’azienda bla bla bla si riserva di bla bla bla purtroppo non può bla bla bla la prego di considerare bla bla bla con l’occasione bla bla bla”. Quando arrivavano le sei, avevo già preparato lo zaino, ero già andato al bagno e avevo già addosso il cappotto, pronto ad uscire da quell’ambiente saturo di gradi centigradi, incomprensioni e stress. “Dove vai?” chiedeva spesso il responsabile. Me lo chiedeva alle sei e zerouno, orario per cui consideravo la domanda fuori tempo massimo. “A casa” rispondevo il più delle volte, a farmi da mangiare e a recuperare gli occhi e le dita, persi tra il font di Gmail e i tasti neri e bianchi battuti a ripetizione sulle stesse lettere. “Ma hai finito?”.

E io qua, avevo sempre difficoltà a rispondere. Ma se non finisce mai, perché devo finire oggi?