
A sei anni avevo una personalità abbastanza debole da appassionarmi senza troppe domande ai passatempi preferiti dei miei amici. Tra le priorità, in cima stava il divertimento e trovavo molto più facile spassarmela quando sapevo di cosa si parlava, o cosa si sarebbe andati a fare nei rari pomeriggi di uscita libera. A me piaceva disegnare; disegnavo mostri di vario tipo, da uccellacci a felini belli incazzati, ma era una cosa che riguardava le quattro mura della mia camera e, al massimo, l’ora di disegno a scuola. Al mio amico Giulio (quello interista,http://www.elpuberamato.it/sullinternazionale-f-c/) piaceva giocare a calcio. Era molto bravo; non so a che età avesse toccato con i piedi il primo pallone ma, vi assicuro, era davvero l’Holly di Holly e Benji in carne ed ossa, solo che biondo e con i denti in fuori. Quando i miei genitori decisero che la scuola non poteva più essere il mio unico impegno, e mi dissero che era arrivato il momento di cominciare a praticare uno sport, tra il tifo sempre interista di mio padre, la televisione e Giulio che insisteva: “Dai, che andiamo a giocare nella stessa squadra!”, la scelta non poteva essere che una: cominciai a giocare a calcio.
Il primo giorno, un uomo pelato, alto e con lo sguardo da duro, ci fece sedere tutti, saremmo stati una ventina, in semicerchio, sul prato verde del campo di gioco. Ci disse qualcosa come “sono il mister, mi chiamo come mi chiamo, e dovete fare quello che dico io, sempre e solo quello che dico io. E’ chiaro?”. Io di norma facevo quello che mi pareva, come tutti i bambini; al massimo le maestre davano qualche indicazione e, sì, facevano qualche rimprovero, ma mai mi ero sentito così sotto il giogo di un adulto. Neanche i miei avevano mai fatto un discorso del genere (non ancora, l’adolescenza era lontana); mi prendevo una sberla dopo la marachella ma avrei potuto rifarla, se volevo; avevo compreso l’entità della punizione. Chiesi sottovoce a Giulio: “Davvero dobbiamo fare tutto quello che dice lui?”.
“Sì!” mi rispose.
Se c’era un tratto che ci distingueva, era questo: a lui è sempre appartenuto il rigore e la risolutezza, a me l’estro e la fantasia. Calcolando che non sto parlando in termini assoluti, e non sto parlando di due geni dell’informatica e dell’arte, a lui piaceva essere efficace mentre io preferivo lo stile.
“Sicuro?”
“Sì!”
“Ma perché?”
“Perché così giochi.”
Mi fidai. Quello che diceva aveva senso.
Il primo anno lo passai più in panchina che in campo, a differenza di Giulio che segnava una montagna di goal. Ogni partita finiva con lui che veniva portato in trionfo da tutta la squadra. Io, intanto, continuavo a migliorare: da due palleggi che riuscivo a fare, passai a farne dieci, e poi venti, senza far toccare terra al pallone. Volevo arrivare dove il mio amico era già: nell’Olimpo dei numeri dieci, con Baggio e Mancini.
L’anno dopo, durante una partita di allenamento, feci un bello scatto sulla fascia destra, stoppai un pallone non così facile da stoppare, portai avanti palla con destrezza per qualche metro e feci un bel cross in area. Finita l’azione, il mister mi disse: “Ehi tu.”
“Sì?”
“Non male.”
“Grazie mister.”
“Hai delle potenzialità come ala destra.”
“Sì, mister.”
“Vuole fare l’ala destra?”
“Sì, mister.”
“Bravo. Giocherai come ala destra.”
“Sì, mister.”
Ero contentissimo. Avevo finalmente il mio ruolo. Quell’anno andò come andò, in un modo del tutto anonimo. Arrivammo a metà classifica, arrivammo ai quarti di finale di due tornei, arrivammo a un soffio dall’essere selezionati per una competizione regionale. Giulio non brillò come l’anno precedente, penalizzato da un fisico che non voleva saperne di crescere, e, negli anni successivi, pur rimanendo una voce importante nello spogliatoio, si stabilizzò come un buon centrocampista sulla fascia sinistra. Un aspetto nuovo fu l’importanza che aveva cominciato a rivestire il tè caldo nelle pause di gioco. Quando arrivava il thermos da svuotare durante l’intervallo delle partite, era come una piccola festa. Come quando al matrimonio si scorgono i primi antipasti o come un evento con il free bar. Non si parlava più di schemi e triangolazioni ma ci si divertiva con scherzi o battute da spogliatoio; pure il mister, anche se sempre sull’attenti, si scioglieva e rideva più spesso con in mano il fumante bicchiere di plastica.
Passarono tre stagioni, sempre a metà classifica, e cambiò l’allenatore. Questo era basso, con pochi capelli portati lunghi e con la riga e una faccia larga e pelosa. Durante una partita di allenamento, bloccai con una bella scivolata un compagno diretto in porta. Mi rialzai e mi spolverai i pantaloncini, e non feci neanche in tempo a rimettere la schiena dritta che avevo già il nuovo mister davanti. “Bell’intervento.”
“Grazie mister!”
“Hai delle potenzialità come difensore centrale.”
“Sì, mister!”
“Vuoi fare il difensore centrale?”
“Veramente sono già ala destra, mister!”
“Mi stai contraddicendo?”
Mi ricordai della lezione di Giulio, quel primo giorno di allenamento in assoluto: “perché così giochi.”
“No, mister!”
“Vuoi fare il difensore centrale?”
“Sì, mister!”
“Bravo! E allora giocherai come difensore centrale!”
“Sì, mister!”
Avevo un nuovo ruolo ma non ero su di giri questa volta; mi piaceva fare l’ala, che si proponeva a centrocampo e partiva verso l’attacco. Mi sentivo dentro l’azione, nel cuore del gioco. Ora da difensore dovevo solo fare una cosa, come mi aveva ripetuto il nuovo mister, a qualche minuto dal fischio d’inizio della prima di campionato: “Recuperi il pallone e gli dai un bel calcio in avanti, ci pensano le ali a recuperarlo!”. Fu sempre da difensore centrale che ebbi la maggior parte dei dubbi esistenziali che un giovane giocatore di calcio può avere nella sua carriera. Li riassumo in un episodio, avvenuto in qualche momento del girone d’andata del campionato. Feci un intervento deciso sulla prima punta avversaria, che barcollò cadendo senza grazia sul terreno poco curato di un campo, probabilmente quello d’allenamento della squadra di categoria. La prima punta si alzò, era alto più di me, pure più grosso, con il gel in testa che sparava i capelli in pungiglioni affilati, e con gli occhi che s’incendiavano, mi disse: “Provaci un’altra volta e ti spezzo le gambe!”. Rimasi in silenzio e risposi un timido “ok…” dopo un po’. Ci pensai: alla partita ci tenevo, ma anche alle mie gambe. In quell’occasione, e in molte altre, decisi di mantenere una sana camminata e non lo toccai più. Perdemmo, forse la punta aveva fatto anche un paio di goal, ma tanto: quella volta avevano portato il tè caldo a fine partita.
Giulio continuò a correre sulla fascia sinistra per tutto l’inverno e tutta la primavera.
A settembre successivo, si presentò un altro mister, alto, brizzolato e con un mento importante. Cambiavano come le maestre di religione o le professoresse di francese. Ci osservava giocare da bordo campo, in un’amichevole di poco conto; feci un bel movimento e un ricercato disimpegno davanti alla difesa. In spogliatoio, mi prese in disparte e disse: “Bel disimpegno!”
“Grazie mister!”
“Hai delle potenzialità come mediano!”
“Sì, mister!”
“Vuoi giocare come mediano?”
“Ma veramente…”
“Eh! Come, come?”
“Sì, mister!”
“Bravo! Giocherai come mediano!”
“Sì, mister!”
Fu la stagione più bella che io ricordi. Quel ruolo mi stava addosso alla perfezione, ma più del ruolo, la squadra. Ci divertivamo un sacco, a fare tutto quello che dei poco meno che adolescenti facevano: baccano, raccontare leggende sulle tette e la vagina, studiare schede tecniche di motorini e cartoni animati, lanciare scommesse o sfide imbarazzanti. Non vincemmo niente, neanche mezza coppa, neanche una medaglia. Ma non era quella la priorità. Intanto avevo davvero trovato la mia dimensione in mezzo al campo, mentre Giulio continuava a scattare e rallentare sulla fascia sinistra.
Passato quell’anno, persi l’interesse, forse la voglia; non avevo più quel moto che mi spingeva ad andare oltre le difficoltà: cominciai a frequentare spesso la panchina. Se entravo, entravo in campo svogliato, il tè caldo aveva perso il suo appeal e pure la squadra si era smembrata, tra individualismi e litigi. Poco tempo dopo, mollai il club. Fu così, senza cerimonie o applausi o lacrime, che lasciai il Ponzano Football Club.
Giulio continuò a correre sulla fascia sinistra, negli anni successivi, senza troppi successi, mentre io ero tornato a disegnare nella mia solitudine strani personaggi animati, copiando lo stile di Dragon Ball. Uomini forti con capelli sparati in aria e i vestiti larghi e comodi per una rissa. E fu proprio durante un’ora di disegno, che presi a parlare per sbaglio con un nuovo compagno, che aveva un capellino blu con un velociraptor disegnato al centro. “Ti piace Dragon Ball?” mi domandò. Io: “Sì…Bello il capellino!” replicai. “Grazie. E’ dei Toronto Raptors.”
Qualche mese dopo, cominciai a giocare a basket. Non saprei in che ruolo; ne ho cambiati tanti.
