
A pelle, giudico. Ho il terribile, ignobile difetto di farmi un’idea quasi definitiva della persona appena conosciuta, pochi minuti dopo averle stretto la mano. Un comportamento simile potrebbe essere quello di sedersi al cinema a guardare un film, vederne i primi due minuti, prevederne l’andamento e il finale, e alzarsi dirigendosi verso le porte d’uscita nel caso in cui quello appena visto solo nella propria immaginazione non sia piaciuto. Mettendola così, l’atteggiamento è per forza da coglioni: Fight Club lo avrei interrotto quasi subito come anche Star Wars e Cenerentola. C’è una differenza di una certa rilevanza però tra la realtà e la metafora appena descritta: per conoscere una persona non pago un biglietto da otto e passa Euro, quindi nessuno, nemmeno il mio portafoglio o la mia coscienza di consumatore, può trattenermi dall’esprimere tra me e me delle affrettate ma sincere conclusioni.
Una mia vecchia ragazza, in tutta la durata della nostra relazione, non dimenticava mai di ricordarmi, una volta al mese grosso modo, quanto quest’abitudine fosse ottusa, da menti ottenebrate e limitate. I pregiudizi ce li hanno gli ignoranti, gli invidiosi e gli opportunisti, diceva. Io cercavo di capire quale delle tre categorie mi rappresentava meglio e quale mi offendeva di più. E intanto mi domandavo se la relazione che avevamo instaurato fosse una relazione sana, tra persone, come dire, complici, delle giuste misure tra loro. Insistevo con la spiegazione che non era una cosa che facevo consapevolmente ma una predisposizione naturale: quando mi si palesa davanti qualcuno o qualcuna di nuovo, mai visto e mai ascoltato, non riesco a fare altro che studiarlo/a. Studiare il modo di vestirsi, di atteggiarsi, di parlare, di osservare. Lei si irritava dicendo che ero sempre pronto a sentenziare, e allora chiedevo cosa facesse lei, appena conosciuta una persona, dato che non stava lì a concentrarsi sui tratti che le si presentavano davanti per la prima volta. Rispondeva: “Penso a cosa far conoscere di me”. Si può essere più egocentrici? Il mio almeno è un moto di completo interesse verso l’altro, un gesto di altruistica bocciatura. Quando la smetteremo di pensare solo a noi stessi?
Nell’esperienza del “piacere mio nome”, “piacere suo nome” ho provato a tracciare una tendenza delle varie caratteristiche che hanno le persone che non sopporto, raggruppandole in delle categorie che le descrivono, generalizzando quindi. Facendo di tutta un’erba un fascio: altro peccato capitale. E le metto qui, in forma di classifica ad alta tensione, dalla meno alla più, convinto che vi ritroverete in una delle categorie, convinto che mi ci ritroverò anch’io, convinto che sono un mucchio di cazzate alle quali un po’ credo un po’ no, come la religione o la politica. Quelle confessioni che ci avvicinano senza rimorsi, o almeno, così spero. Insomma: non c’è da arrabbiarsi per così poco.
Posizione numero cinque: LO SPORTIVO PROFESSIONISTA
C’è dell’invidia in questo mio pregiudizio snob nei confronti di chi gioca a calcio, basket, rugby e quant’altro. Mi sono sempre piaciuti il calcio e il basket e non sono mai riuscito ad ottenere grandi risultati, se non qualche “ehi, bella partita” o “stasera era la tua serata” a fronte di un goal o qualche rimbalzo offensivo; fatto sta che alle prime con i professionisti del settore, mi faccio prendere da una sensazione. La sensazione che non capiscano.
In realtà ho amici che praticano con successo vari sport, e che di cose ne capiscono, ma a loro non penso mai quando ho davanti una nuova persona che mi annuncia le sue competenze di terzino avanzato o di mediano di mischia. Penso: “Questo ha passato l’adolescenza a correre, allenarsi, prendere botte e trombare. Non ho molto da spartire, forse niente. Poi lui ha sicuramente una visione così ristretta: da campo da gioco. Fuori dalle linee, niente. Di che cosa posso parlare?”. Certo, spesso anche loro, gli sportivi, aiutano a non instillarmi dubbi: avete mai incontrato una squadra di rugby in riunione al bar? Tutti insieme, che urlano come dei gorilla, ridono come dei gorilla, bevono come dei gorilla. Sembrano abbassare a proposito il tono della voce di qualche grado per renderlo minaccioso. Ma perché? Non ci sono avversari, non ci sono mete da conquistare, non ci sono placcaggi da fare. Non c’è nessuno da stendere. Siamo al bar.
Piacciono alle ragazze per il fisico. Altro motivo d’invidia e di antipatia istantanea, che però sta scemando con l’età. Tra non molti anni, il flaccidume conquisterà parte di tutti i nostri corpi e non potremo farci molto.
Posizione numero quattro: IL RICCO CHE FA IL RICCO
Ci sono ricchi che per mestiere fanno gli imprenditori, i manager, i medici, gli attori, gli chef. E poi ci sono i ricchi che fanno i ricchi. Si differenziano perché li si vede sempre bazzicare. Bazzicano di qua, di là, e hanno sempre un’aria annoiata, quasi esausta, negli occhi però, non nella pelle che è liscia e rilassata, al massimo secca dall’ultima lampada fatta nel pomeriggio di due giorni prima. Per loro non provo invidia a differenza degli sportivi professionisti. Non sono mai stato interessato alle barche, da quelle a vela a quelle con salotti e idromassaggio, agli hotel di lusso, ai ristoranti stellati, ai viaggi verso il prossimo resort, alle auto, alle moto, al tennis, al golf, alle feste private, ai completi firmati. Quindi già dopo questo elenco, se consideriamo ogni termine un argomento di discussione e lo depenniamo dalla conversazione per rompere il ghiaccio, rimane poco. In più c’è l’atteggiamento sprezzante ma allo stesso tempo indulgente, che faccio fatica a reggere. “Ma sì, sì, ti capisco, ti capisco. Sei povero.” Con il mento leggermente in avanti e gli occhi che brillano di potere. E un cocktail nella mano destra dal nome improbabile e dal costo pure.
Se ci aggiungiamo il lavoro, che c’è ma è una scusante, un riempitivo che si può saltare per non mancare alla festa di comple degli anta del Gigge, sono quei lavori che la gente normale non fa, come il pr, il dj, l’influencer o qualcosa che ha a che fare con l’impero del padre, non rimane che salutarci e augurarci comunque il meglio. Davvero. Se uno sogna di andare in barca e la barca ce l’ha, buon per lui.
Posizione numero tre: LA DONNA CHE PRENDE SUL SERIO QUALSIASI FORMA D’ARTE
Ammiro le donne quando sposano una passione; sono curiose, intraprendenti, tenaci. A volte però esagerano e senza accorgersene diventano delle spaccacoglioni immani. E non solo perché cominciano a parlare sempre di quella cosa per la quale si sentono vive, ma anche perché non si può più scherzare su suddetta cosa. E quando succede che la donna incontra l’arte, che sia essa cinema, musica, contemporanea, teatro, non ce n’è più per nessuno. Prende a pensare che se non so esattamente quello che sa anche lei, sono uno che non sa niente. Voglio dire, non è che se a tutti e due piace il cinema e io non ho visto tutta la filmografia di Truffault, sono un mentecatto. Almeno, se sono un mentecatto, non mi sembra questo il motivo valido. Per non parlare poi di una serata in cui si va fisicamente al cinema, alla sala cinematografica, con la compagnia e questa ragazza appena conosciuta, e davanti allo schermo dei titoli e degli orari si deve scegliere che film vedere.
Io: “Avrei voglia di qualcosa di leggero stasera.”
“Con gente così non entro al cinema, ve lo dico.”, “Scusa?”, “Se devo spendere i soldi del biglietto per vedere un filmettino.”, “Un filmettino, adesso. C’è quel thrilller che non sembra male…”, “Pffff. Thriller. La solita americanata studiata a puntino.”, “Però è di Scorsese.”, “Scorsese ormai è mainstream. Si è venduto.”, “Ma a chi?”, “Alle major.”, “Ma è sempre…”, “Sentite, non mi va. Quando c’è la possibilità di vedere Il nido di rondine che cade dal trespolo di rami e sfiora la terra del Nord, perché dovrei andare a vedere Cold Gun?”, “Non è un titolo un po’ troppo lungo?”, “Cold Gun?”, “ No, Il nido eccetera eccetera.”, “Eccetera eccetera. Bravo. Questo è il rispetto per Kim Saahlik.”, “Ma chi è?”, “Il regista! Ma a questo non piace il cinema?”, “Oh, dai. Ascolta, facciamo così. Andiamo a vedere Un nido di rondine eccetera eccetera…”, “UN NIDO DI RONDINE CHE CADE DAL TRESPOLO DI RAMI E SFIORA LA TERRA DEL NORD!”, “OK, OK! Un nido di rondini che cade dal trespolo di rami e sfiora la terra del Nord. Quello. Però ti fai invitare a cena.”, “Da chi?”, “Da me.”, “Solo se mi dici una cosa.”, “Spara.”, “Chi è l’attore protagonista de Il cielo rosso prima del vento immobile che soffia grigio, film danese del 1963?”, “Ma cosa vuoi che sappia!”, “Lo vedete. Questo non sa un cazzo.”
Posizione numero due: CHI SI AUTODEFINISCE
A tutti capita di autodefinirsi. Il problema è chi lo fa ad ogni occasione buona. C’è chi dice che è proprio un pazzo, chi dice che è troppo bravo a fare qualcosa, chi dice che è davvero forte, chi dice che è incredibilmente arguto, chi che si accetta così com’è. Se mi si dice già tutto, io cosa sto lì a fare? Come posso elaborare il mio pregiudizio in piena autonomia?
Se poi succede che scopro la persona davanti a me smentirsi nella stessa serata, dicendo magari all’inizio, in mezzo ad un aneddoto, “…e io, che di certo non sono uno introverso, insomma posso parlare con tutti fin da subito…” e poi, a metà serata, in un altro aneddoto, “…chiaramente ero arrossito sulle guance e non riuscivo a parlare, non sembra ma sai. Sono proprio timido.”, la confusione prende il sopravvento. E, oltre a domandarmi quale sia davvero la caratteristica che appartiene a costui, mi chiedo: ma con le ragazze, questa tecnica del dico tutto e il contrario di tutto, potrebbe funzionare?
Posizione numero uno: CHI HA FATTO SEMPRE UNA COSA IN PIU’
“Ciao, piacere!”
“Ciao, piacere mio!”
“Bella serata, eh?”
“Già.”
“Quindi mi dicevano che hai un blog.”
“Sì, sai, niente di…”
“Io ne avevo due.”
“Due?”
“Sì.”
“Ah. E di cosa?”
“Cinema.”
“Tutti e due?”
“Sì. Mi piaceva proprio.”
“Sì, non è male. Ma per farlo così: una passione. Mica per guadagnarci. Io almeno, figurati se ci guadagno.”
“Io sì, eh.”
“Ah sì?”
“Sì, sì”
“E quanto?”
“Mah…portavo a casa sui duemila, tremila, al mese.”
“Però.”
“Eh sì. Per un blog eh, moltiplica per due.”
“Neanche Chiara Ferragni!”
“Me la son fatta Chiara Ferragni.”
“Davvero?”
“Ad una festa a Milano, era sbronza, e sai come va a finire…”
“Sì, eh. Quante volte! Ieri ci ho provato con una e…”
“Ieri ho fatto un orgia, pensa te.”
“Un’orgia?”
“Sì ma così, è capitata per caso.”
“Ti sei ritrovato in mezzo al letto?”
“Ahaha. Sei simpatico.”
“Ma adesso i blog non ce li hai più?”
“No, no. Basta, ho chiuso, volevo rimettermi in gioco.”
“E cosa fai adesso?”
“Cerco lavoro.”
