
C’è questa mia amica, stessa età, bella carina con i capelli castani e gli occhi tra il verde e il marrone, che solitamente risponde alla mia domanda “come stai?” in maniera del tutto originale e personale. Non dice mai bene o male raccontando, a seconda della risposta, perché va così. Non dice più o meno nulla che la riguardi da un punto di vista prettamente pratico; non so mai cosa possa fare durante le giornate o come le passa, o con chi, o addirittura dov’è (è una sorta di eterna viaggiatrice zaino in spalla). Eppure qualcosa mi risponde; qualcosa di talmente trascendentale che non riesco mai a comprendere appieno. L’ultima volta, alla mia abituale domanda, ha concluso con la frase: “Si vede che in sto periodo devo curare le radici”.
Deve curare le radici.
Io tendo a essere, o a voler essere, una persona con la risposta pronta, che sappia cosa dire e come dirla. Che sappia usare il giusto tono e le giuste parole nei momenti opportuni: se è ora di dire qualcosa di serio e profondo, dico qualcosa di serio e profondo, se è ora di fare una battuta, faccio una battuta, se è ora di restare zitto ad ascoltare, sto zitto ad ascoltare. Quello che mi fa arrovellare è che con lei, dopo queste sue confessioni, non so mai cosa fare. Non so se è il caso di approfondire la questione, non so se sia il caso nemmeno di rispondere, e se volessi rispondere, non saprei cosa dire, perché ogni mia risposta la sento come inadeguata e poco centrata. E la mia presunta capacità di aver sempre qualcosa di azzeccato da dire, si frantuma addosso ad un muro fatto da un bel sorriso e delle gambe piuttosto atletiche.
Deve curare le radici.
Demordere non la considero una soluzione, al massimo è l’accettazione di un fallimento. E non posso accettare di fallire sul campo che ritengo più vicino alla mia grande dote, quella del carpire il significato nascosto delle parole. Mi metto quindi a pensare a quel “curare le radici”; ancora più precisamente, parto dall’ultima parola. “Radici”. Che cosa sono per me le radici?
Inizio a rifletterci, ostinatamente.
Mi sveglio la mattina, vado in cucina e metto su un caffè, mentre mi preparo la salutare fetta biscottata con la marmellata. Le radici potrebbero intendersi quelle del proprio passato. Quelle lontane del proprio nido; dove si cresciuti. La famiglia. Forse c’è qualche frattura da risaldare con la famiglia? Ha litigato con il padre o la madre?
Poggio la tazzina sporca del caffè sul lavello, vado in bagno e mi butto sotto la doccia. Forse un rapporto. Qualcosa che ha a che fare con una vecchia amicizia, un vecchio amore. Oppure una scelta, una scelta che l’ha distanziata dalle sue origini o una scelta da fare, che l’avvicinerebbe. Qualcosa di lontano che ritorna. Se non ritornasse, non sarebbero radici; sarebbero sementi non germogliati.
Mi vesto e esco di casa. Mi vengono in mente le mie di radici. Sono uno che tiene alle proprie radici. In fondo non mi sono mai allontanato troppo da dove ho mosso i primi passi. Un piccolo paesino del Veneto, senza arte né parte. Borghese, direi, mentre lo attraverso in auto, per l’unica strada principale. Casette curate a due piani e qualche condominio ben costruito, almeno all’apparenza. L’apparenza. Importantissima nel paesino, in generale in tutto il continente provinciale. E non mi tiro indietro: in qualche modo, lo è anche per me. D’altronde, delle radici mi porto dietro anche i difetti.
Potrei risponderle: “A volte tradiscono.”.
Mi ritrovo in una strada più ampia. Potrebbe intendere nuove radici da piantare, ma allora in quel caso bisogna stare attenti a tutto: che tipo di albero vuole piantare? E come sono le radici di quell’albero? Ha abbastanza spazio nel giardino? Ha un giardino? O parte direttamente dal groviglio sotterraneo di un bosco?
E’ meglio partire dalla pianta da piantare, sognandola crescere rigogliosa, o dal terreno attorno, che influenza quello che pianteremo?
Potrei risponderle: “Sii la pianta che vuoi essere”, secondo la mia personale visione, che spesso porta ad errori fatali. Allora potrei essere più cauto, e consigliarle quello che non farei io.
Potrei risponderle: “Studia il terreno e pianta ciò che è giusto piantare!”.
Parcheggio e passeggio per la città, che fa parte anch’essa delle mie radici. Qui ho conosciuto buona parte di tutte le persone che fanno ancora capolino nelle mie serate dedicate alla convivialità. Persone che ritornano. Qui, in un corridoio di una scuola poco più avanti sulla destra, ho conosciuto il Professore, il mio amico che con le donne ci sa fare.
Potrei risponderle, come risponderebbe il Professore: “Se mi dici dove sei, vengo ad impiantarti io!”. Ma sarebbe una battuta fuori luogo, almeno per me; il Professore risulterebbe simpatico, nella sua calda comicità del sud Italia.
Entro in un bar e prendo un caffè. Curare. Me n’ero quasi scordato: ha detto che deve curarle, queste radici. C’è qualcosa da salvare, qualcosa che prima stava bene, e ora non più. Le radici non si vedono, quindi è qualcosa che si tiene nascosto sotto il terreno, invisibile, ma che regge tutto il palco, dalla fioritura all’allegagione. Una piccola crepa dentro di sé che, riparata, permette di riprendere a pieno ritmo il ciclo vitale. Una leggero disagio, molto comune.
Potrei risponderle: “Qualsiasi cosa sia, non preoccuparti! Ce l’abbiamo tutti!”.
Me ne torno all’auto, guardando persone che camminano, bar che profumano e qualche negozio che suggerisce dalla vetrina. Il tutto è bello nella sua banale semplicità. Niente di troppo arzigogolato, niente di troppo appariscente. Potrei passare e andarmene, senza per forza vivere da protagonista quei luoghi e quel momento.
Potrei risponderle: “Qualsiasi cosa sia, ne uscirai alla grande!”. Semplice e incoraggiante.
Tornato a casa, sul divano, prendo in mano il cellulare. Ripasso le possibili risposte:
- “A volte tradiscono”;
- “Sii la pianta che vuoi essere”;
- “Studia il terreno e pianta ciò che è giusto piantare”;
- “Se mi dici dove sei vengo ad impiantarti io!”
- “Qualsiasi cosa sia, non preoccuparti! Ce l’abbiamo tutti!”
- “Qualsiasi cosa sia, ne uscirai alla grande!”
Ci ragiono. La prima, troppo filosofica. La seconda, troppo eroica. La terza, troppo da professore. La quarta, già fuori luogo, e troppo spinta. La quinta, di per sé, non vuol dire niente. Opto per l’ultima, un po’ perché mi sembra una risposta sensata, un po’ per mancanza di concorrenza. Le scrivo. “Qualsiasi cosa sia, ne uscirai alla grande!”. Lascio riposare il cellulare mentre la giornata va avanti. Lo riprendo dopo qualche ora, e vedo che mi ha risposto.
Apro la conversazione.
Leggo: “Grazie, speriamo! Che va a finire che mi tocca raccattare le foglie cadute!”.
Raccattare le foglie cadute. Raccattare le foglie cadute. Le foglie cadute…le foglie cadute?
