
Se due anni fa mi avessero detto che avrei passato l’intero pomeriggio dopo la mattinata di lavoro a sistemare, riordinare e organizzare casa, mi sarei messo a ridere, ridere di gusto, e avrei invitato il mio interlocutore a conoscermi meglio, prima di sparare previsioni ingiustificate. Oggi, com’è successo spesso, soprattutto con frasi dette dai miei negli anni, avrei dovuto ricredermi e avrei dovuto sentirmi in colpa per quell’atteggiamento e la risata irrispettosa nei confronti di quell’ipotetico interlocutore.
Ho imparato a prendermi cura dello spazio domestico che neanche me sono accorto, come è accaduto per molte cose durante gli anni: parlare, camminare, svegliarsi presto, vestirmi con i giusti abbinamenti, approcciarmi ad una nuova persona, fare dell’ironia, scrivere. Non era in programma, nessuna delle azioni in elenco era in programma in realtà: quando ero uno sputo di persona, grande quanto un pallone da basket, non ricordo di aver pensato: “Adesso imparo a parlare”. Anche perché se non sapevo parlare, non potevo neanche pensarlo, non così limpidamente almeno. Stessa cosa dicasi del camminare. Per svegliarsi presto non ho fatto un corso, anche se ne avrei avuto bisogno, e neanche per vestirmi con i giusti abbinamenti; l’ho imparato, non saprei, guardando gli altri forse? Approcciarmi ad una nuova persona, l’ho imparato facendolo, frequentando le scuole, le attività sportive, i bar, le città: è un’attività complementare a tutte le altre. Fare dell’ironia, scrivere, le ho imparate come si conosce l’amico o l’amica a cui si tiene molto, e che si vede solo a Natale, e allora si è concentrati completamente su quel momento, sulle sue parole e sulle proprie.
Non che fare le faccende di casa abbia a che fare con qualcosa a cui tengo particolarmente; posso vivere nel disordine e anche fino a un certo grado di sporcizia. Certo è che crescendo, il grado sopportabile di sporcizia è diminuito e al disordine ho iniziato a preferire di gran lunga l’ordine.
Ho scoperto di avere un’innata propensione per passare il mocio sul pavimento. La lucentezza che consegue dal mio movimento coordinato delle braccia, è la stessa che direi di vedere in casa dei miei, la stessa che risulta dal sudore di Mastra Madre. E non posso chiedere di più dalle mie fatiche.
La lavatrice è un gioco da ragazzi, basta scegliere il giusto programma, quello poco impegnativo, veloce e che permette di buttare colorati e bianchi tutti insieme. Per la lana, c’è sempre la lavanderia a secco; e poi, con il riscaldamento globale che scalda mese dopo mese, anno dopo anno, a cosa può servire più la lana?
Ho ancora qualche difficoltà con la scopa. Non tanto nell’atto di far scivolare le setole sul pavimento e raggruppare il pulviscolo in un punto, ma con la paletta. Devo fare fin troppi tentativi per centrare la superficie in plastica, e dopo tutti quei tentativi, metà del grumo di sporco se ne ritorna dov’era, sparso sul pavimento. Mi è stato consigliato di schiacciare il bordo della paletta con un piede, per facilitare la risalita con una massimo due spazzate, solo che, facendo così, il grumo di sporco mi finisce sul piede, che, camminando,distribuisco nuovamente per tutta casa. Ci sono margini di miglioramento, è indiscutibile.
Sul lavaggio dei piatti, sono veloce e tempestivo: appena dopo mangiato. Mi urta i nervi vedere l’ammasso unto di porcellane e bicchieri in vetro poggiate nel lavello fino a strabordare. Una critica che si potrebbe portare sul mio metodo è quella del troppo detersivo: ne uso davvero molto. E’ un’abitudine che mi porto fin dall’adolescenza: all’epoca pensavo che se avevi sete dovevi buttare giù acqua, se avevi fame dovevi buttare giù cibo, se avevi da pulire dovevi buttare giù detersivo. Non so, devo essere sincero: non la trovo così strampalata come teoria. Anche tuttora.
I sanitari del bagno non mi fanno paura. Pur vivendo con dei coinquilini, forse proprio perché vivo con dei coinquilini, sono sempre a strofinare tavoletta, lavello, bidet e vasca da bagno. Accompagno l’attività con l’uso di guanti in lattice e, anche qui, con una dose esagerata di detersivo; faccio piovere detersivo chimico che spero scrosti leggermente la superficie di ceramica e la renda così lucente e, nuova, di un bianco bianco e non giallo.
L’ordine dell’armadio è essenziale quanto l’ordine della scrivania. I calzini devono stare con i calzini, le mutande con le mutande, anche se nello stesso scomparto dei calzini; le magliette con le magliette, e le camicie con le camicie, anche se nello stesso scomparto delle magliette; i pantaloni con i pantaloni, le tute con le tute, anche se nello stesso scomparto dei pantaloni; giacche e giubbotti e maglioni, si stendono dalle grucce, pronti ad una facile selezione e all’uso. Le scarpe, infine, possono stare dove capita; devo dare sfogo ad un minimo di disordine, per apprezzare la messa in ordine.
Ed infatti pure sulla scrivania, divisa in sezioni per: penne, medicinali di vario tipo, libri, libri che non aprirò mai, oggettistica necessaria nella quotidianità (cavi usb, spazzolino da viaggio, deodorante, scatola di preservativi ancora avvolta nel cellophane), si trova lo spazio dedicato a oggetti che non hanno una categoria precisa e che trovano la loro migliore espressione nella confusione: scontrini, spille, ricordi di viaggi, biglietti del cinema, monete da uno e due centesimi, fototessere, matite spuntate, un pacchetto di Doria frantumato.
La vera sfida da superare è alla presenza di Mastra Madre, che non si accontenterà di ispezionare pavimenti, sanitari, scrivania e cucina, ma controllerà pure i vetri delle finestre, il piastrellato del terrazzino, le tende (che ho deciso di togliere), e con il naso raffinato andrà oltre l’odore di bosco e lavanda artificiale che inonda la casa, e recepirà quello che c’è sotto, l’odore che di solito staziona tra le stanze, un acre aroma di antizanzare misto a petti di pollo cotti troppo in padella.
E non è neanche questo che mi farà perdere ogni argomento, anche Mastra Madre è stata giovane e conosce quei vecchi usi e costumi che ha rinnegato, ma è la faccia, un misto di disgusto e sorpresa, alla mia dichiarazione quando verrà toccato l’argomento cardine delle faccende di casa, la più ardua prova da superare, l’Everest del tempo perso e della caparbietà.
“Ma se lavori, scrivi, e vai a sbevuzzare con gli amici quasi tutti i giorni, quando stiri le camicie?”
“Non le stiro, mamma.”
