SULLA VECCHIAIA

Mio nonno l’avevo conosciuto che era già nonno, con i capelli bianchi, leggermente gobbo, acciaccato dal tempo e da qualche malattia, che si muoveva lentamente per la casa, che profumava di vissuto.

Quella casa che era stata costruita da suo padre, in tempo di guerra, dove tutto può venire in mente tranne che costruire qualcosa. Mi ricordo, all’ingresso, il telefono SIP bianco con i tasti neri sul mobiletto. Accanto, una rubrica cartacea, consunta, con all’interno tutti i numeri scritti belli grandi. La cucina, sulla destra, con un tavolo centrale, un vecchio televisore e un fornello a legna, che scaldava anche la stanza. Una poltrona vicino alla finestra. Il salotto, sempre perfetto, con le porcellane in bella vista nella credenza, da utilizzare solo per le grandi occasioni. Al piano di sopra la camera, arredata con il minimo indispensabile: un letto matrimoniale e un armadio. Nessuno spazio aperto, molti muri. Un portico con un tavolo bianco, da esterni, e due sedie.

Mi ricordo mio nonno, seduto sulla poltrona, con un cappello e un bastone da passeggio, che teneva davanti a sé e sul quale poggiava entrambe le mani, come se fosse un sostegno anche per l’animo. Mi raccontava di quella partita in cui aveva visto un ragazzo, Del Piero, giocare a calcio e aveva capito che sarebbe diventato un grande campione. Lo aveva detto subito al suo amico, Giovanni Pozzobon, che quel Del Piero sapeva usare i piedi. Come se avesse paura che non gli credessi: bastava chiamare quel suo amico e chiedere conferma. Quella storia l’avevo sentita una decina di volte; saltava fuori puntualmente ai pranzi di Natale. Ripeteva gli stessi aneddoti lontani della sua vita, come la memoria gli suggeriva: liberamente ispirati.

Mi chiedeva spesso com’era andata la mia giornata ma gli rispondevo di fretta; avevo l’impressione che non potesse capire o capirmi. E forse avevo ragione ma certo è che, con la sua domanda, in fondo volesse provarci. A comprendere qualcosa del presente; a sapere se si portavano ancora le ragazze sul bastone della bicicletta, se si bestemmiava sottovoce al campo da calcio per non farsi sentire dal prete, se si rubavano ancora le caramelle dal “casoin”.

La bestemmia, caro nonno, è eterna. Come Dio e come i preti.

Gli interessavano le abitudini, le usanze e i particolari. Per i grandi eventi aveva la televisione: sapeva della guerra del Golfo, di quella jugoslava e di quella dopo ancora, sapeva a che ora cominciavano Beautiful e La sai l’ultima?, sapeva di Craxi e Berlusconi. Sapeva che il mondo era un posto strano.

All’osteria si ritrovava spesso con gli amici che gli erano rimasti; da anziano, le persone, le cose, le sensazioni, ti rimangono. Giocava a tre sette o scopa per un paio d’ore, bevendo qualche bicchiere di vino bianco e, secondo me, fumando qualche sigaretta per nostalgia. Le partite erano sempre avvincenti e le imprecazioni cominciavano con la scoperta delle carte nelle mani dei giocatori. Durante le pause, mi piace pensare che si raccontassero le avventure migliori che avevano vissuto. Il “greatest hits”. Mi piace pensare che si dimenticassero per poche ore le dentiere, le rughe, la calvizie e i reumatismi e si rivedessero come non si erano mai visti tra loro: giovani, amanti delle donne, delle sbornie e delle cazzate.

Durante l’estate, si ritirava in montagna per tre mesi. Aveva una casa in un paesino che, negli anni settanta, si riempiva di vacanzieri, che a loro volta riempivano i ristoranti, gli alberghi e i locali. Poi quel paesino era sembrato invecchiare insieme a mio nonno, fino a ritrovarsi vuoto, con qualche struttura abbandonata e poche case abitate solo nei periodi più caldi. Ma a lui piaceva stare lì, a osservare gli alberi e i cespugli, a respirare l’aria più fresca e pulita e a passeggiare per cogliere qualche fungo. Si godeva la pace in disparte; un posto adatto per un vecchio.

Ogni tanto, durante le cene di famiglia, venivano tirate fuori le fotografie, alcune tenute ordinate negli album, altre sparpagliate in una scatola di scarpe. Mentre gli altri discutevano su dov’erano e cosa facevano in quel momento, immortalato sulla carta lucida, mio nonno sorrideva, senza parlare o ascoltare. Lo sguardo si faceva assente e gli occhi si ricoprivano di un velo lucido.

In quelle foto, tra un viaggio al mare e la cresima del nipote, c’era mia nonna. Moglie, amante, amica o forse no, poca importava. In quelle foto c’era la testimonianza di un fatto: lei era stata la sua compagna in questo strano mondo. Come se, in una gigantesca aula scolastica, si fossero ritrovati in banco insieme e avessero affrontato lezioni, verifiche ed esami, tenendosi per mano durante la ricreazione. Credo che mio nonno preferisse guardare quelle foto da solo, in camera, prima di andare a dormire, raccontando a chi non c’era più com’era andata la giornata, chi aveva vinto a scopa quel pomeriggio e cos’era successo sulla nuova telenovela di Canale 5. In fondo, l’amore dovrebbe essere questo: accompagnarsi, a dispetto dei ruoli.

Me lo ricordo mio nonno, in quella poltrona, che mi raccontava qualcosa, facendosi ingannare dai ricordi sbiaditi. E, senza fare obiezioni, mi lasciavo ingannare anch’io.

Me lo ricordo quel vecchio che, aspettando di morire, pensava a quanto era stato bello. Difficile, ma bello.