SUL BASKET

Ho iniziato a giocare a basket a quattordici anni, appena iniziate le scuole superiori. Seguivo già l’NBA, grazie a Rai 3, che trasmetteva il sabato pomeriggio l’approfondimento “NBA Action”. Il programma riassumeva i match degli ultimi giorni, presentava le squadre prime in classifica e, alla fine, faceva vedere le migliori dieci azioni della settimana.

Non era tanto per le partite che mi ero appassionato; come molti sport, finiscono semplicemente con un vincitore e un vinto. Avevo notato qualcosa di diverso nell’atteggiamento dei giocatori; in alcune situazioni non seguivano la tecnica, le regole o gli schemi ma trovavano un modo nuovo di interpretare questi aspetti, per segnare un canestro, passare la palla al compagno libero o bloccare un attaccante. Cercavano di andare oltre a quello che era già conosciuto, ottenendo qualcosa di nuovo. Qualcosa di istintivo; gesti pensati e realizzati in pochi secondi ma eleganti, spiazzanti e sorprendenti. Era come se una soluzione fosse sempre stata lì, dietro l’angolo, ma nessuno ci avesse ancora guardato. Mi era sembrato uno sport per curiosi.

Ho giocato per qualche anno a livello giovanile e poi a livello amatoriale. Sicuramente non una carriera che meriti di essere ricordata.

In quegli anni e tuttora, in primavera e in estate, vado al campetto a fare due tiri. Ho sempre preferito giocare all’aria aperta piuttosto che in una palestra. Ma non è tanto per il sole o la temperatura o la brezza che ti rinfresca.

E’ per come sto al mondo in quelle due ore.

Sono abituato a pensare alla conclusione di quello che sto facendo o, addirittura, all’attività che devo svolgere dopo. Mi sveglio, mi preparo e mi metto in automobile per andare a lavoro. Accendo il computer e ragiono su come concludere il progetto. Penso a cosa mangerò a pranzo e a cena, a cosa farò finita la giornata di lavoro, a cosa guarderò in televisione o su Netflix. Anche quando giocavo una partita ufficiale di calcio o dello stesso basket, l’importanza ricadeva sempre nel finale: il risultato. Penso a quando mi sposerò, a quando avrò figli, a quando andrò in pensione. Mi organizzo e mi preparo, a volte con successo altre volte meno, a quello che accadrà. Utilizzo il presente per pensare al futuro. Non c’è niente di sbagliato in tutto questo; non posso sfuggire alle leggi del mio tempo, specialmente quelle non scritte.

In questo oceano, in cui sono di vedetta su una piccola barca per scorgere la terra, qualche volta vedo due delfini saltare fuori dall’acqua e rimango incantato, dimenticandomi per pochi instanti, un po’ tutto.

Ci ritroviamo in otto in metà di un campo. Facciamo le squadre; si dividono i due alti e i due più bassi, poi il resto un po’ a cazzo di cane. Palla al tiro: un giocatore tira da tre, se segna la palla rimane alla sua squadra sennò va all’altra.

Comincia la partita.

Il delfino fa il primo salto.

Palla in mano. Difensore davanti a me.

Si fa vedere il secondo delfino.

Palleggio. Passo la palla dalla mano destra alla sinistra.

Doppio palleggio con la sinistra, poi di nuovo sulla destra.

Finta di scattare, doppio palleggio sotto le gambe. Virata a sinistra.

I delfini guizzano fuori dall’acqua.

Passaggio al compagno di squadra, che aspetta sulla linea dei tre punti.

Tutto accade in quel momento e ha importanza nell’istante in cui lo faccio. Certo, l’obiettivo è segnare il canestro ma ci sono talmente tante variabili che cambiano velocemente, dal difensore ai movimenti dei miei compagni di squadra, da non poter seguire alcuna previsione; devo solo giocare. Senza nessun finale in testa. Niente. Solo il gioco, ora.

Esco dal blocco, ricevo la palla e mi preparo al tiro.

Il tiro lo trovo uno degli aspetti più interessanti di questo sport; molti, dato che ho giocato a basket, pensano che abbia mira. Mi hanno chiesto di centrare l’albero con un sasso, di lanciare la lattina vuota dentro il cestino dell’immondizia, di vincere la partita a freccette. Ma la mira non c’entra.

Alcuni pensano che sia una questione di mani: la posizione, il gesto. E’ vero solo in parte.

Il fascino sta in quello che non si vede.

Il tiro è un movimento armonico del corpo.

Le mani tengono la palla all’altezza della vita e il mio corpo si contrae leggermente: le suole delle scarpe sono ben piantate a terra, le ginocchia si piegano, il ventre si abbassa insieme alle spalle.

Soffio, utilizzando il diaframma.

Mi spingo in alto con le punte dei piedi, distendo le ginocchia, il torace si alza, le spalle portano le braccia sopra la mia testa; piegate a 90 gradi, anch’esse si distendono, dritte verso il cielo, la mano destra scocca la palla piegandosi, per dare la giusta parabola.

Il tiro è un insieme di movimenti di poco conto, insignificanti se presi singolarmente, ma naturalmente meravigliosi nella loro successione: una distensione, come lo schiudersi di un fiore o un falco che si alza in volo.

Ovviamente, la palla non entra.

Corro a rimbalzo.

Bestemmio.

Palla agli avversari.

Mi metto davanti a quello che devo difendere.

Ginocchia basse.

Scatto per anticipare un passaggio.

I delfini saltano, alternati.

Un mio compagno ruba la palla.

Cerco di tagliare in mezzo all’area.

Uno dei delfini nuota sul pelo dell’acqua.

Esco di nuovo fuori, smarcandomi.

Ricevo la palla, finto il tiro.

La passo al mio compagno libero, sotto canestro.

Segna appoggiando al tabellone.

Al campetto, i canestri scandiscono il tempo. Non ci sono secondi o minuti; le partite corrono veloci o si fanno lente a seconda di quante volte si consuma la retina. La vittoria o la sconfitta non contano davvero; servono a dare delle pause per tornare velocemente alla realtà, fatta di appuntamenti, di ore, di programmi, del dopo che arriverà. Servono a staccare gli occhi da quei delfini e controllare se la terra si è affacciata all’orizzonte.

Poi rientro in campo. Per un’altra partita, per un’altra azione, per un altro canestro. Per il presente.

La terra ancora non si vede. Torno al salto dei delfini.

Palla al tiro.