
L’altro giorno torno a casa passando per la stazione, con una sporta della spesa per braccio. Devo superare l’atrio che accoglie la biglietteria, un negozio di bigiotteria e un bar-tabacchino; mi suona il cellulare nel bel mezzo del percorso, mi inerpico su me stesso per raggiungerlo, farlo uscire dalla tasca e avvicinarlo all’orecchio. L’altra possibilità, più valida, era quella di non rispondere. “Pronto?” “Ohi!”. E’ il mio coinquilino. “Dimmi!” “Ti fermi a prendere una busta di plastica?”. Perplesso domando: “Cosa intendi con busta di plastica?”. “Di quelle per i documenti, quelle con i quattro buchi a lato.” “Ah, capito. Ok. Nessun problema. Ci vediamo tra poco a casa.” “Grazie, a dopo.”. Mi inerpico nuovamente, per rimettere il cellulare in tasca senza poggiare a terra le due sporte. Mi guardo attorno: una busta di plastica, dove la posso comprare? Vado al bar-tabacchino e non ne tengono. In libreria, e non ne tengono. Bigiotteria e biglietteria non possono essermi d’aiuto. Penso al tabacchino più vicino, ed è decisamente troppo lontano. Rimugino un po’ in piedi. Scorgo vicino alla porta di vetro automatica dell’ingresso due poliziotti in divisa, uno alto e dal sorriso tonto, l’altro basso e con il viso arcigno, il pizzetto in un filo di lana, gli occhi severi; mi ricordano “Il Mignolo col Prof”. Li raggiungo e chiedo a quello che sembra il capo, Il prof, se conosce un posto dove vendono buste di plastica. Lui mi fa: “Buonasera!” e poi si ferma, non parla più, non si muove più. Sguardo cattivo. Alzerei le mani, se non avessi le sporte a impedirmelo. “Sì…B-buonasera.”. Alza il sopracciglio e mi fa con un tipico accento meridionale -l’accento meridionale in servizio suona più antipatico dell’accento meridionale fuori servizio: “Mi mosstra un documeeento?”. Ho le sporte in mano. E dovrei tirar fuori il portafoglio, infilato nella tasca posteriore dei jeans. Guardo il Prof, guardo pure il collega, il Mignolo, che sorride divertito con gli occhi vuoti. Sospiro.
Ho sospirato spesso durante i radi incontri con le forze dell’ordine; non che mi sia mai scontrato, che abbia litigato o altro. E non mi hanno neanche mai accompagnato in questura per ulteriori accertamenti, anche se una volta ho rischiato parecchio. Era la prima canna. Avevamo bruciato, io e un mio amico. E avevamo il “fumo”, quella merdina nera e marrone che si deve sciogliere con l’accendino. L’avevamo mischiata al tabacco e l’avevamo inserita nella cartina. Una volta girato il tutto, avevamo preso un’altra cartina perché non riuscivamo a chiudere la sponda, quindi avevamo usato la seconda cartina spezzettandola, come fossero dei cerotti per tamponare i buchi. Il risultato fu un oggetto informe e umido. Ma teneva, stava insieme: era fumabile. Girammo in lungo e in largo per il centro, dovevamo trovare un luogo discreto. All’interno di una stretta via si arrivava ad un ponte che aveva una bella vista su una serie di condomini. Sembrava perfetto: il panorama, e il rumore del letto del fiume che sciabordava. Il mio amico accese. Lo vidi fare una lunga tirata, tossire, chiudere gli occhi e sputare dalle labbra quel fumo denso e profumato di corteccia. “Tocca a me” feci io, “Aspetta un attimo” rispose lui. Fece un altro tiro; osservarlo mi aveva messo una certa curiosità e una certa voglia. “Cosa state facendo?” sentimmo urlare. Una figura apparve dall’ombra di un portico, un uomo largo e alto, sempre con il pizzetto, il viso quadrato e i pantaloni blu da divisa antisommossa. Il mio amico gettò la canna nel fiume e io rimasi lì a guardare l’acqua che se la portava via. Quando alzai lo sguardo, mi accorsi di essere rimasto solo. L’uomo mi afferrò per la spalla, mi girò e urlò: “Cosa state facendo? Eh?”. Mi ritrassi, urlava davvero forte. Annusò l’aria. “Vi stavate facendo uno spinello, eh!”. Continuò. “Sai cosa sei?” Feci no con la testa. Urlò con decisione a pochi centimetri dal viso: “SEI UN DROGATO!”. Sospirai. Mi avevano dato del drogato prima ancora di iniziare a drogarmi.
Il periodo delle canne fu breve e intenso, un paio d’anni; poi ottennì la patente e le responsabilità salirono. Quindi decisi di esagerare solo con gli alcolici: quello sarebbe diventato il mio unico vizio saltuario alle feste e in discoteca. Fu proprio durante una festa in cui non avevo voglia di bere che mi fermarono la prima volta per l’alcol test. Stavo in macchina, avevo accompagnato a casa un’amica che doveva rincasare presto, e siccome ero l’unico a non averci dato dentro con i cocktail al gin, la missione me l’ero sobbarcata io. Un amico, completamente ubriaco, decise di unirsi alla traghettata, distendendosi sul sedile dietro. Il perché non mi è ancora chiaro: forse perchè era davvero ubriaco. Comunque sia, incontrai il posto di blocco su uno spiazzo che ospitava pure il furgoncino di un paninaro. Mi fermarono lampeggiandomi con una torcia elettrica. Abbassai il finestrino e un odore di salsiccia mi mise una fame da lupi, che passò subito quando il poliziotto mi puntò la torcia in faccia. Non vedevo niente. “Favorisca patente e libretto, grazie!”. Cercai a tentoni il libretto sul portadocumenti e tirai fuori la patente. Si ritirò a parlottare con i colleghi, poi tornò con un tubicino grigio alla cui base si notava un piccolo display. “Può soffiare qui dentro?” “Certo.” dissi. Ero sereno quindi soffiai con forza. Aspettammo qualche secondo, il poliziotto si ritirò nuovamente a parlottare. Vedevo il paninaro: un uomo moro, grasso, con i baffi e il grembiule sporco che metteva roba sulla griglia; si sentiva lo sfrigolio, si vedeva il fumo salire. M’era tornata la fame. Ma tornò anche il poliziotto. Mi diede lo scontrino con il risultato negativo del test. “Grazie.” “A lei.”. Il poliziotto puntò la torcia sul sedile dietro. Mi girai anch’io. Il mio amico stava dormendo ma sembrava messo male: aveva la schiena di sbieco, la bocca che perdeva saliva agli angoli e gli occhi bianchi mezzi aperti. Aveva un che da zombie. “Cos’è? Un taxi questo?” mi domandò il poliziotto. Risi per la battuta. “Non rida, signor Pube. Mi dica, ha qualcosa con sé?” “In che senso?” “Ha droga? Cannabis, hashish, cocaina?” “No, davvero, io non…” “Scenda dalla macchina, signor Pube.” Non avevo niente, ma mi perquisirono mentre il mio amico riposava tranquillo e pieno come una botte. Sospirai: mi era nuovamente passata la fame.
Nel primo pomeriggio di un giorno infrasettimanale di qualche anno dopo, svoltavo in centro per raggiungere la biblioteca: andavo all’università e passavo la maggior parte del tempo a ripassare gli appunti e a fumare sigarette con i compagni. Cominciò a seguirmi una volante. Io girai, lei girò, io girai ancora e lei uguale, parcheggiai e si fermò subito dietro, a pochi centimetri dal paraurti. Scesi e i due in divisa, in questo caso entrambi alti e con una faccia sveglia, scesero. “Buongiorno.” fece uno. E non disse più niente. Rimase fermo. Dev’essere una mossa che insegnano ai corsi di preparazione delle forze dell’ordine: salutare e restare pietrificati. “Buongiorno” risposi. Mi chiesero il solito, patente e libretto, e, ancora, se avessi della droga con me. Risposi di no. Dissero che era meglio se lo avessi ammesso subito. Risposi che davvero, non ne avevo. Mi pregarono di aprire il bagagliaio. Ora, alle tre di pomeriggio di un giovedì o di un mercoledì, perché dovrei andare in giro con il bagagliaio carico di erba? Voglio dire, non sono un trafficante, ma non credo abbiano gli stessi orari e gli stessi scomparti di un rappresentante di giocattoli, no? Aprii il bagagliaio e c’era qualche custodia di cd ammuffita. Il terzo grado non finì lì: “Ha con sé armi da fuoco o simili?”. Sospirai. Cosa intendeva con “simili”?
Porgo la carta d’identità al poliziotto, dopo essermi inerpicato per raggiungere il portafoglio e per sfilarla dalla scomparto dedicato in pelle. Non la guardano neanche, il Prof me la riporge. Rimangono in silenzio. “Quindi? Sapete dove…?”. Loro fanno un cenno d’intesa e si mettono a sogghignare. “Signor Pube.” “Sì.” “Come mai quelle occhiaie?”. Alzo le spalle. Mi sono svegliato presto ma non lo dico. Mi sembra un’informazione ovvia e inutile.
“Signor Pube. Fa uso di stupefacenti?”.
