
Ore sei e venticinque, dell’alba nessun bagliore, vagone quasi vuoto: un uomo sui cinquanta pelato ma tonico, con il baffo cesellato, parlava con una collega assunta da poco. Faceva tutte quelle mosse da uomo navigato davanti ad una donna; quelle che si ritengono sexy, il gesticolare calmo, l’uso di termini d’alto registro, la battuta a fine frase.
Non lo facciamo con delle reali intenzioni di corteggiamento, o meglio, sono reali intenzioni di corteggiamento ma verso qualsiasi donna capiti a tiro. Senza offesa per la controparte femminile: in certi casi voi non c’entrate, è solo una questione di carattere alfa.
Io alle sei e venticinque non riesco a fare niente, neanche ammiccare: il mio alfa consiglia sempre di aspettare almeno le otto. Quindi mi sono messo ad origliare pigramente la conversazione, che, più di una conversazione, sembrava un monologo dell’uomo. Discuteva sulla sua posizione di professore ordinario, della differenza con i suoi colleghi ricercatori, del mondo dell’università ecc..Questo mi ha ricordato, dato che la destinazione del viaggio era proprio Venezia, gli anni passati tra le lezioni, gli esami e i libri. Tra le bevute in campo e le passeggiate in calle. Tra le aule, gli uffici e le biblioteche. Tra i professori seriosi e i compagni sempre disponibili ad aiutare.
Mi ha ricordato quanto ero stato scadente come studente.
Avevo deciso di andare al Tars, Tecniche artistiche e dello Spettacolo, già a metà della quinta superiore. Confidavo che essere sicuro del dopo mi avrebbe aiutato a concentrarmi sul presente per essere promosso, e la cosa funzionò. La scelta dell’indirizzo era legata al piacevole passatempo dei sabati pomeriggi al cinema. Quando, dopo l’iscrizione, scoprii che di esami di cinema ce n’erano solo tre su trenta, pensai di cambiare subito strada ma riprendere a ragionare da capo, senza il tempo necessario, mi faceva più paura che affrontare qualche esame inaspettato come storia degli strumenti musicali, storia della danza o storia della musica rinascimentale veneta. E poi mezza burocrazia l’avevo già sbrigata, e non senza difficoltà: potevo buttare via tutte quelle ore passate in fila e alla stampante a consegnare e compilare moduli?
La sede dove si sarebbero tenute le lezioni era in Giudecca, un’isola distaccata da Venezia. Distaccata nel senso che non si può raggiungere a piedi, c’è proprio l’acqua: ci si bagna, serve il vaporetto. Calcolai le tempistiche da casa, situata a nord di Treviso, per arrivare puntuale e, con un certo sgomento, capii che ci avrei messo più di un paio d’ore e che mi sarei dovuto svegliare molto prima di quando frequentavo il liceo. Ma l’università non era un luogo libero dove uno viveva alla giornata senza troppi affanni?
Il primo giorno era in programma “Storia della fotografia”. Arrivai in ritardo, alla pausa di metà lezione.
Mi indirizzai allora alla macchinetta del caffè, dove conobbi Paolo e Silvio. Ci presentammo, Paolo era un ragazzo con i pantaloni larghi, il viso pulito e i capelli lunghetti con la riga, mentre Silvio aveva il viso un po’ a otto, con i capelli neri corti ed era magro come un chiodo. Parlammo: Paolo era di Verona e cercava casa nei dintorni di Venezia, invece Silvio era francese e si vergognava di portare quel nome in Italia, per via di Berlusconi. Non che tifassi per Berlusconi ma gli dissi di non preoccuparsi poi tanto, non era un accostamento così immediato. Rientrammo ad ascoltare il professor Foggi, un uomo alto, mite e con il corpo a pera, per la seconda parte di lezione. Io avevo perso completamente la prima parte, quindi quando riuscii ad orientarmi nel contesto e a porre attenzione agli argomenti che risuonavano in quell’aula grande e piena di giovani che scribacchiavano i loro appunti, era già ora di andare a casa. Altre due ore e passa di mezzi di trasporto. Salutai Paolo e Silvio: “Ci vediamo martedì!”, “A martedì!”.
Non mi presentai più fino al giorno dell’esame.
Quel giorno, quello dell’esame, la mia vita cambiò, quella universitaria perlomeno, perché conobbi Tommaso. Lui era un tizio basso con gli occhiali, aveva l’aspetto del secchione interessato ai fiumi di parole che uscivano dalle labbra dei professori, cosa che tornava utile in quell’ambiente. Arrivato in sede, dopo una ventina di minuti di bus, quaranta minuti di treno, mezz’ora di vaporetto e le pause tra le varie coincidenze, scoprii che l’esame era stato posticipato. Da un lato: tutto quel tragitto inutile e bestemmiai, dall’altro sospirai poco dopo per la fortuna sfacciata. Avevo studiato solo il libro consigliato dopo la mia prima e unica mezza lezione, e quando mi confrontai con gli altri studenti sparpagliati nel corridoio a bivaccare, compresi che non era tutto lì. Mi ero unito a Paolo e Silvio (Paolo era svanito come me fino a quel giorno) e, nella catena di conoscenze estemporanee che si fanno solo a vent’anni, ero arrivato a Tommaso. Lui mi ragguagliò sul fatto che l’esame verteva più sulle lezioni che sul testo, quindi mi passò gli appunti di ogni incontro e mi sottolineò gli argomenti su cui si fissava il professore: lo aveva saputo da quelli del secondo anno. Sulla via del ritorno mi disse che anche lui era di Treviso. Allora glielo chiesi, dovevo: “Come fai a seguire ogni lezione?” “Mi sveglio presto.” “E non ti pesa?” “No. Perché?”. Era il più classico dei secchioni.
Arrivò il giorno tanto atteso. Avevo dormito poco, la tensione vinceva sempre sul sonno. Feci bus, treno, vaporetto, camminai tra le callette della Giudecca e, al primo piano della sede, in un corridoio illuminato dai finestroni laterali, ammassati in ogni angolo studenti si muovevano, leggevano fogli appuntati tremanti, si facevano domande e si maledicevano perché c’era sempre qualcosa in più da sapere. Raggiunsi Tommaso che era lì da prima di me, ovviamente. Entravano a gruppi di tre, l’interrogazione durava un quarto d’ora, e uscivano sempre tutti felici: trenta, ventinove, ventotto, ancora trenta, erano i voti annunciati. Sembrava una partita che non si poteva perdere.
Quando capii che la prima domanda era un argomento a piacere, studiai con attenzione una parte degli appunti, quella che riguardava il dagherrotipo. Me la ripetei in testa tante di quelle volte da diventare scemo. Intanto aspettavo: le persone iscritte alla lista d’esame prima di me non finivano mai. Salutai Paolo e Silvio, se l’erano cavata bene: ventotto e trenta. Tommaso dopo un’altra oretta: trenta e lode. A tre a tre uscivano, alzavano le braccia al cielo e festeggiavano.
Arrivò il mio turno. Entrai con una ragazza e un ragazzo, non ricordo altro oltre al sesso. Il professore era seduto dietro la cattedra, fece un sorriso da gigante buono.
“Da cosa preferisce iniziare?” “Il dagherrotipo, professore.” “Prego allora.”. Cominciai a parlare senza neanche più ascoltarmi. “Molto bene. Vediamo…E cosa mi sa dire dell’infanzia di Lucia Moholy?”. Lucia Moholy. Era sul libro. Scavai, scavai e scavai nella mente, fino a trovare le informazioni che mi servivano. Qualcosa, perlomeno. “Lucia Moholy nacque…”. Tentennai più volte. “Basta così” fece il professore. Scrisse il voto sul libretto che gli avevo consegnato all’inizio dell’esame. Me lo restituì e lessi: ventotto. Andata.
Quando uscii dall’aula sorrisi e sentii il corpo più leggero, la testa meno pesante. Fuori era buio, l’ombra del tramonto passata, e non vedevo l’ora di arrivare a casa.
Mi feci forza: mancavano solo due ore e qualcosa.
