
Giornata piena: sveglia alle cinque e quaranta, turno di lavoro mattutino e poi, zaino in spalla, verso Londra. Più precisamente, verso West Kensington, dove si trova l’alloggio prenotato un mesetto fa.
Arrivo al binario trafelato, con i guanti infilati e il berretto di lana che schiaccia i capelli. Sul cartello luminoso: Trenitalia Regionale 203436, Venezia S.ta Lucia. 6:37. Ferma a: San Trovaso (6.42), Preganziol (6.48), Mogliano V.to (6.55), Mestre Ospedale (7.01), Venezia Mestre (7.07), Venezia Marghera (7.12), Venezia Santa Lucia (7.17).
Salgo sul treno, immobile sui binari; la stazione di partenza è proprio quella di Treviso e il convoglio è quasi vuoto. Sistemo lo zaino su un sedile blu lucido e nuovo, di quelli fini e più larghi. Mi siedo sul posto accanto. Levo anche il giubbotto, i guanti e il cappello. Un uomo, sul sedile all’altro lato, mi getta un’occhiata maligna distraendosi dalla lettura del giornale. Ha i capelli radi e scompigliati sul capo, il viso acuminato e l’occhio incazzato. Lo guardo con lo stesso occhio. Sappiamo che non c’è niente di personale. E’ solo la situazione: la notte che non cessa, il freddo, l’idea della giornata da affrontare per intero. Sale un ragazzo, poi un altro, due donne. Comincio a leggere. Il treno parte, sferragliando, sbuffando, echeggiando. A San Trovaso, il binario ha una fila di persone in attesa. La fila si dissemina appena si aprono le porte. Si aprono con un suono da sirena. A Preganziol lo stesso. Sposto lo zaino, semmai qualcuno avesse intenzione di sedermisi vicino. Non senza una sensazione di seccatura che mi pervade. Le persone hanno tutti gli stessi occhi: incazzati.
Ci guardiamo male e sorridiamo. Chi vincerà? Il nostro istinto o la nostra ragione?
Il treno si riempie a Mestre Ospedale, si svuota a Venezia Mestre. Rimaniamo in pochi diretti a Venezia Santa Lucia. Un uomo moro e dalla carnagione oliva mi guarda con gli occhi chiusi e la bocca aperta: per lui ha vinto il sonno. Sul ponte che collega Venezia alla terra ferma, l’alba prende forma e l’acqua riflette senza un colore preciso le immagini, come in uno specchio pulito. Mi sento meglio: è giorno, si può cominciare a darsi da fare. Il treno si ferma alla stazione, chiudo il libro, mi rivesto. Scendo e m’incammino.
Lavoro.
Esco velocemente dalla sede. Come se dovessi scappare da un mostro. Un mostro nelle cui fauci devo entrare quasi ogni giorno. E quasi ogni giorno mi sputa fuori, come se mi trovasse indigesto. Non ci stiamo simpatici, io e il mostro. Schivo qualche turista che osserva meravigliato una targa, una scultura, il negozio di Louis Vuitton. Arrivo alla fermata del vaporetto di Rialto. La gente si aggira confusa. Qualcuno guarda il cellulare, altri guardano il cartello luminoso. Lo faccio anch’io. Mi concentro e cerco il numero del mio vaporetto. Il numero due.
1 LIDO S.M.E. 13.40 FERMA A: S. SILVESTRO S. ANGELO S. TOMA’ CA’ REZZONICO ACCADEMIA GIGLIO SALUTE S. MARCO Vallaresso S. MARCO S. MARCO-S. ZACCARIA “F” ARSENALE GIARDINI S.ELENA
2 PIAZ.LE ROMA 13.46 FERMA A: FERROVIA
1 PIAZZALE ROMA 13.52 FERMA A: RIALTO MERCATO CA’ D’ORO S. STAE S. MARCUOLA-Casinò RIVA DE BIASIO FERROVIA
Dopo il cartello, la fila di turisti alle casse per fare i biglietti. Vado allora agli sportelli automatici. Inserisco la tessera che mi permette di non pagare tanto quanto i turisti. Schiaccio lo schermo qualche volta. Acquisto il biglietto che si carica direttamente sulla tessera. Ritiro la tessera. Mi dirigo alla piattaforma galleggiante giusta, quella dove attracca il numero due. Ce ne sono un po’ di piattaforme galleggianti. Sembrano dei container aperti ai lati, raggiungibili tramite un piccolo pontile dal corrimano in alluminio. Passo il biglietto davanti al tornello, nero, sul quale c’è scritto “All passengers”. Nel tornello a fianco, la scritta rossa: “Venezia Unica Pass”. L’entrata dedicata a chi è residente e a qualche comitiva di turisti. Loro entrano prima in barca, e se la riempiono, io resto a piedi e devo aspettare il prossimo giro. Classi. Classi per quanti soldi hai nel portafoglio, classi per quanti ne hai di meno dopo aver comprato il biglietto, classi per dove abiti. Per fortuna non c’è calca. La barca arriva, sbatte la carena, l’assistente marinaio lega la cima. Poi urla: “Piazzale Roma! Ferrovia, Piazzale Roma!”. Salgo e rimango in piedi, nella zona aperta. I passeggeri che mi hanno preceduto sono stipati nella poppa murata e servita di seggiole scomode e mal posizionate. Alcuni turisti si appoggiano al parapetto: una coppia di mezz’età, lei bionda con il taglio di Meg Ryan anni ’90, lui bruno, capello ondulato, mento avanti, fanno una foto al ponte di Rialto. Un’altra coppia, una donna giovane e longilinea e un uomo con i capelli a spazzola e una schiena a imbuto, scatta un selfie di fronte al ponte di Rialto. I veneziani seduti all’interno si riconoscono subito, li vedo dalle porte di vetro: hanno la faccia arrabbiata e offesa, vittime urlanti non ascoltate. Odiano i turisti che li inondano di denaro e li costringono a lasciare la loro amata città per vivere in terraferma, mettendo in affitto a prezzi esorbitanti le case in origine dei nonni. Maledetto turismo. C’è qualcuno lì fuori che sente questo grido di dolore? Osservo i palazzi con le trifore. Osservo altre barche. Il sole illumina l’acqua marroncina. Controllo l’ora: sono in orario. Ci fermiamo alla stazione, ripartiamo. Il vaporetto curva, si porta sulla sinistra, sbatte la carena sulla piattaforma galleggiante, il rumore dei freni sormonta il vociare delle persone che si accalca all’uscita. Mi faccio avanti, stringo le spalle, estraneo tra stranieri, estraneo tra cittadini. L’assistente marinaio lega la cima e apre il varco, una ringhiera mobile in alluminio. Usciamo. Uno sciame che si disperde poco dopo, sul piazzale affollato di autobus e automobili.
Ho già comprato il biglietto per l’autobus che mi porterà in aeroporto. Leggo il pannello bianco imperioso alla corsia che mi era stata indicata dalla bigliettaia:
5 Aerobus lineaverticalelineaverticale Orlanda-S.Giuliano lineaverticalelineaverticale Sabbadino-Vill.Laguna lineaverticalelineaverticale Sabbadino-Bagaron lineaverticalelineaverticale P.Campalto-Orlanda lineaverticalelineaverticale Tessera lineaverticalelineaverticale Aeroporto-M.Polo.
Salgo sul bus parcheggiato, percorro il corridoio centrale e appoggio la schiena nel comodo spiazzo vicino alla porta d’uscita. Faccio partire Spotify. Più passa il tempo, più le persone arrivano e si gettano dentro il mezzo con decisione e tensione. Tensione che viene poi smaltita da sbuffi e da un leggero fiatone. Poche valigie. Molti lavoratori che tornano a casa. A Sabbadino. O a P.Campalto. L’autobus parte e, di nuovo, il ponte: questa volta il sole fa brillare talmente l’acqua che si fatica a guardarla. Abbasso le ginocchia, mi metto comodo, abbasso la musica per tenerla di sottofondo. Il panorama non cambia per i primi cinque minuti: una statale grigia che rende grigio anche lo stato d’animo. Una mamma dalle forme ampie, seduta al lato opposto, consiglia alla figlia, forme meno ampie, di uccidere il marito se lo fa ancora. Non specifica cosa. Aggiunge di chiamarla, che le da una mano. Sembra seria. Speriamo che il marito non faccia più quella cosa, penso. Rialzo la musica. La statale ingrigisce proprio gli animi.
Dopo poco, il grigio si trasforma nel verde dei campi coltivati. Dei palazzoni rettangolari, la calce è rovinata. Una rotonda. Un’altra. Un’altra. Un paese. Scendono la mamma e la figlia. Riabbasso la musica. Una chiesa. Poi inizia la zona aeroportuale: alberi esotici si stagliano come fossimo a Miami: un’atmosfera artificialmente esotica. L’autobus si ferma davanti al grande edificio a rettangoli alterni. Le porte si aprono con uno squash. Scendo e mi incammino all’entrata: porte in vetro che accolgono e salutano un via vai di pensieri e passi.
Supero i controlli di sicurezza. Trovo il mio volo sulla schermata nera:
IBERIA IB 5947 COPENHAGEN 16.15 34
RYANAIR FR 8844 LONDON 16. 25 Relax
LUFTHANSA LH 1616 FRANKFURT 16.30 Relax
Aspetto. Relax.
IBERIA IB 5947 COPENHAGEN 16.15 34
RYANAIR FR 8844 LONDON 16. 25 42
LUFTHANSA LH 1616 FRANKFURT 16.30 Relax
Vado al gate.
Due file. Priority e non-priority. Ricchi e poveri? No. Io non avevo bisogno della priority. Non mi serviva: mi basta portare un bagaglio piccolo. E non ho fretta di entrare. Tanto l’aereo non parte senza di me. Eppure guardo quei distesi esseri umani alla mia destra, sereni, facce rilassate, sorrisi smaglianti, capelli in piega. E poi guardo davanti e dietro di me: sbuffano, si lamentano, siamo nervosi. Ricchi e poveri no, eppure: invidiamo chi ha pagato di più. Sbuffo, e alzo Spotify.
Mi imbarco. Aspetto. Mi siedo.
Ho il posto centrale. Lo ha scelto per me la compagnia. Se volevo sceglierlo, dovevo pagare di più, ma ero solo: a cosa mi serviva scegliere il posto? Alla mia destra un padre, che dialoga con le figlie e la moglie qualche fila più in là. E’ pelato e ha il viso duro. Alla mia sinistra, un ragazzo con la faccia da boxer, la cresta e le spalle ingombranti. Scorre Instagram e mormora parole in una lingua che sembra dell’est Europa. Mi sento al sicuro, come protetto da due guardie del corpo. Sfilo il libro dallo zaino. Le hostess fanno la scenetta dell’ossigeno e il resto, ci spostiamo, i motori rombano, siamo in aria. L’aereo trema. Ho paura. Guardo le mie guardie del corpo. Respiro: sono al sicuro. Andiamo oltre le nuvole. Il sole si staglia lontano, in un’eterna, nuova, alba. Il padre fa delle foto dal finestrino. A destra il mio amico dell’est Europa si è già addormentato. Come fa? L’aereo trema un paio di volte. Distendo la schiena, cerco di rilassarmi. Dopo poco si possono slacciare le cinture ma io non lo faccio. Io le cinture le tengo fino a quando le ruote non toccano l’asfalto della pista di Londra. Io se volo non faccio niente: non vado in bagno, non mangio, non bevo, non mi alzo, non scherzo. Mi sembra di sfidare la natura già abbastanza così, sospeso nel cielo. Gli uccelli volano, gli esseri umani camminano. Camminano con i piedi. Sul terreno.
I tremori dell’atterraggio sono rasserenanti. Guardo il padre di famiglia, che ha fatto una serie di foto tutte uguali al sole. Guardo l’amico dell’est Europa, che si stiracchia e si gratta gli occhi gonfi e umidi. I miei protettori. Grazie. Ce l’abbiamo fatta. Siamo vivi. Non siete contenti?
Scendo, documenti: “Hello sir.” “Hello.” “Thank you.” “Thanks, bye.”, Burger King, un altro treno, stazione di Liverpool Street. Studio il percorso nel reticolo di linee colorate della metro. Scendo le scale che mi portano nei fondali della città. Sfilo la carta di credito, l’appoggio alla validatrice del tornello, il tornello si apre, passo, il tornello di chiude. Formiche donne e uomini che si muovono in fila, in tante file, in ordine e confusione; mi unisco, sono sulle scale mobili, scendo ancora. Giro a destra, guardo il percorso.
Liverpool Street linearossa Bank
Cambio.
Monument lineaverde Cannon Street lineaverde Mansion House lineaverde Blackfiars lineaverde Temple lineaverde Embankment lineaverde Westminister lineaverde St. James Park lineaverde Victoria lineaverde Sloane Square lineaverde South Kensington lineaverde Gloucester Road linea verde Earl’s Court
Prima dell’ultima fermata, la mia: lineaverde West Kensington, la metro si riempie. Siamo tutti diversi, siamo tutti uguali. Un uomo d’affari si lamenta, una donna nera sorride, un asiatico ha la mascherina bianca. Io ascolto Spotify. Gli occhi guardano a quello che faremo una volta scesi. Una scena romantica, unica nel suo genere: una donna in pelliccia, bionda, appoggia per qualche secondo la guancia sul petto coperto dal giubbotto verde militare di un uomo; lineamenti indiani, il viso stanco, i capelli unti. “Sorry”, “Sorry”. Poteva essere amore, invece è stata una curva.
Scendo, risalgo dai sotterranei, cammino, cammino, osservo insegne luminose di ristoranti da quattro soldi, di pub rispettabili, di hotel di lusso, di negozi chiusi. Mi fermo davanti alla porta dell’appartamento prenotato. Le chiavi sono su una custodia chiusa da un lucchetto, legata alla cancellata. Ho il codice. Apro il lucchetto, prendo le chiavi, apro le porte. Mi ritrovo in uno stanzino. Sono le 22.30. C’è un cucinino, c’è un bagno stretto, c’è una luce gialla, un pavimento macchiato in legno, un mobile con dei cassetti. C’è l’ultimo traghettatore della giornata, biglietto omaggio, nessuna fila privilegiata, in pace con gli altri o in guerra, solo se lo voglio io, amori felici allegati.
Il letto.
