SULL’INTRODUZIONE – PARTE I

Stavo lavorando duramente. Prendevo dei cartoncini piatti, li piegavo con qualche colpo ben assestato, e questi diventavano cartelline vuote da riempire con un comunicato importante della fondazione. Ci sarebbe stato un evento di lì a qualche settimana. Dovevo trasformare in cartelline un migliaio di cartoncini piatti. Avevo le mani screpolate. Gonfie. Rosse. Irritate. Ero arrivato a dieci cartelline. Mi sedetti. Sospirai.

Ero in una stanza illuminata da due fari al neon bianchi, i finestroni erano alti e affiancati sulla parete, due fotocopiatrici ferme anche loro una accanto all’altra, come a farsi compagnia. Il tavolo da lavoro bianco con sopra i cartoncini a lato; ammassati in un angolo scatole contenenti vecchio materiale. Qualsiasi persona avrebbe definito quel locale sgabuzzino o magazzino, o sala fotocopie, invece no, in fondazione il nome che girava era “ex portineria”. Non importava molto del presente, del cambiamento, del fatto che ormai quelle quattro mura avevano un altro scopo. No. Sarebbe stata per sempre “ex portineria”.

Il mio sedere poggiava su una scatola marrone piena e sigillata con dello scotch da pacchi. Guardai qualche video sul cellulare, ascoltai un paio di canzoni rock irlandesi, genere che mi appassionava al momento. Poi ripresi con il compito che mi era stato assegnato: piegavo, piegavo, piegavo, piegavo. Sospiravo. Ah, le mie mani! Piegavo, piegavo, piegavo, piegavo. Sospiravo. Ah, le mie mani! Mi sedevo. Mi rialzavo. Piegavo, piegavo, piegavo, piegavo, piegavo. Ah, le mie mani! D’un tratto entrò nella stanza il mio collega. Entrò facendo passare la tessera magnetica, e lo scatto della porta in legno verniciato fece uno steghetee metallico. “Come sta andando?”. Lui era a piegare in un’altra stanza. L’attuale portineria. Che tutti chiamavano portineria. Evidentemente era una stanza nuova che non aveva subito modifiche.

“Bene, dai.” risposi. Sorrise e rimase zitto. Aveva qualche anno in meno di me, sui trenta scarsi, il codino, gli occhi blu con il taglio da falco. “Te?”.

“Bene, dai.” rispose. Annuii. Lui si zittì. All’inizio, quando lo avevo conosciuto qualche anno prima, questa cosa dello stare zitto mi metteva in difficoltà, non riuscivo a capire se dovevo parlare o no, se dovevo continuare la conversazione o lasciarla morire senza tentativi di rianimazione. Una volta che la confidenza fu tale da riuscire a fregarmene e tornare ai fatti miei senza sensi di colpa, quel silenzio cominciai ad apprezzarlo come poche cose al mondo.

Lui si sedette e cominciò a guardare il cellulare, io piegavo, e appunto: presi a farmi i fatti miei.

Dopo qualche minuto, in uno slancio di condivisione, domandai a quanto era arrivato con le cartelline. “Non so esattamente. Tu?”. “Mmm…”, e alzai le spalle. “Forse cinquanta?”. “Non male” “No”.

Tornammo in silenzio.

Mi sedetti nuovamente, poi andai a prendere un caffè, poi mi risedetti. Ascoltai un altro po’ di canzoni. Misi in pausa. Decisi di parlargli del nuovo progetto che avevo in mente per il mio blog di scrittura. “Adesso ho in mente un nuovo progetto per il blog.”. Mi fissò, e fece un “Mmm”. Continuai: “Inizio a raccontare la mia vita a puntate, come fosse una bacheca di un social. Alla fine la bacheca è un raccontarsi tramite foto, post, no? Io lo faccio con tanti piccoli episodi che mi sono capitati. Solo che dico tutto. La verità, intendo. La verità per me, intendo. Nel senso: se un mio amico mi è stato sui coglioni in quel periodo, lo dico. Se una ragazza mi ha fatto soffrire, lo dico. Perfino qualche azione di cui mi vergogno, ecco: la dico.” “Mmm”. “Cambierò i nomi delle persone, non ci saranno nomi veri, questo è il massimo della fantasia, più o meno. Qualcosa dovrò romanzare. Però cercherò di essere attinente il più possibile a quello che mi è capitato. Un diario. Con avvenimenti, pensieri…”.

“Mmm”.

“…paranoie. E le persone che mi hanno ruotato e che ruotano attorno. Dove io sono il sole! In fondo cosa si ricerca in Instagram o in Facebook se non un luogo dove condividere il proprio ego? Dove mettersi in mostra continuamente come…come… una scultura in un museo? Sbaglio?” “Mmm” fece, questa volta strabuzzando gli occhi e poi sbuffando un “beh” poco convinto.

“Parto dal giorno della laurea.”

“Perché dal giorno della laurea?”. La domanda mi ravvivò.

“Perché il giorno della laurea è sia la fine di un percorso che l’inizio di un altro. Non trovi?”

“Mmm”.

Restammo in silenzio un altro po’. “Non sembra male, dai.” disse il collega, prima di alzarsi e tornarsene alla sua postazione. “Potrebbe risultare interessante, vero?” dissi cercando un’approvazione disperata e sincera e entusiasta.

Lui, sull’uscio, alzò le spalle. Fece un “Mm” più secco e, annuendo, chiuse la porta.

Ripresi a piegare i cartoncini.

Massì, che m’importa. Se penso che sia interessante, lo sarà. Sicuro. Devo crederci. Basta crederci. Funziona così. Credi in qualcosa e perpetua la via. Così diceva qualcuno. Era così che diceva? Comunque il significato è quello. E io ci credo. Deciso: è un’idea interessante.

Piegavo, piegavo, piegavo, piegavo. Ah, le mie mani!

Forse no? Forse era una pessima idea?

Piegavo, piegavo, piegavo, piegavo.

Mi sedetti.

Bisogna provare.

Era il 2013. Ed era novembre.