SUI TEMPI BUI

“Dobbiamo stare qui. Punto.”.

Così le disse sua madre, mentre chiudeva la porta della cameretta. Tommaso si imbronciò e, una volta solo, schiacciò la punta della matita sul quadernone dei compiti di matematica. Poi mosse freneticamente le gambe fine e lunghe, facendo indietreggiare la sedia con un rumore come di ruspa al lavoro. Si alzò con i pugni chiusi, e osservò distrattamente il poster di Cristiano Ronaldo che imperava sopra il suo letto, una piazza corta in cui riversava una trapunta blu a pallini bianchi; si appiattì lungo il pavimento e prese la pallina da tennis che finiva sempre, come fosse uno scomparto, nell’angolo a sinistra della scrivania, tra la gamba e il lato alto e color pesca dell’armadio. La fece roteare per aria un paio di volte con la mano. Poi se la lanciò avanti e prese a palleggiare con i piedi: riuscì in tre palleggi, destro, sinistro, destro. La pallina rimbalzò sul tappeto e corse sotto il letto. Tommaso guardò nell’antro buio, non vedeva niente, allora optò per la torcia che stazionava sulla mensola sopra il letto; si fermò ad osservare una foto ben incorniciata che posava di sghimbescio sul quel piano dritto e bianco. Seduti su una panchina ombreggiata dalle fronde di un albero, erano immortalati un uomo sui quaranta, un viso quadrato, i capelli già bianchi, un sorriso sereno, e lui, qualche anno più bambino, con i capelli a caschetto marrone scuro, il viso furbo e attivo, le braccia che si contorcevano in nuove pose.

Tommaso strinse le labbra, e si incupì, gli occhi si abbassarono e si inumidirono. Scese dal letto e poggiò le ginocchia sul pavimento, accese la torcia e illuminò la distesa impolverata. Vide la pallina in fondo, nell’angolo di sinistra. Sempre lì. Si allungò con il braccio ma non ci arrivò, allora strisciando sotto le toghe, riuscì ad agguantare il piccolo e giallo diversivo. Indietreggiò, si tirò su sulle gambe, diede due colpi alla maglia del pigiama. Fece roteare ancora la pallina. La lanciò di nuovo in aria e la colpì con un calcio forte; quella rimbalzò sulla porta di legno, dove pendevano qualche felpa e jeans, e ritornò indietro. E lui colpì di nuovo, e colpì, e colpì, e colpì.

Sua madre aprì improvvisamente la porta. La pallina prese a correre oltre, sul corridoio. “Tommaso!” urlò lei, “Fai i compiti!”. Tommaso sbuffò: “Che palle…” e si mise le mani sui fianchi, dentro i pantaloni blu, in flanella. “Tommaso!”. “Quando torna papà?” domandò lui con la testa bassa. Sua madre, aveva gli occhi azzurri e gonfi di stanchezza, lo scrutò. Poi gli si avvicinò e lo accarezzò sui capelli in un gesto di perdono. “Te l’ho già detto, papà è impegnato, deve lavorare.” “E perché non possiamo andare a trovarlo?” “Perché è tanto impegnato, non ha tempo…”. Tommaso pronunciò un timido “Ok”, si sedette sulla sedia e giochicchiò con le pagine del quaderno ancora aperto. “Papà torna presto. Ok?”. Tommaso fece di sì con la testa, poi chiese: “E la scuola? Quando si torna a scuola?”. Sua madre sospirò e sorrise, un sorriso paziente. “Non lo so, piccolo. Presto. Spero.” “Non posso andare da Gian?” “No, per ora no. Lo sai, dobbiamo stare qui. A casa. Ma anche lui lo vedrai presto. Ok?”. Lei gli scostò un ciuffo bruno, lui rimase imbronciato ma fece un altro sì silenzioso. “Ora dai, rimettiti a fare i compiti.”.

Un bacio sulla fronte, e la madre uscì.

Tommaso aveva davanti a sé un’espressione aritmetica con quattro passaggi svolti e un cumulo di grigio scuro lucente appena sotto. Fece la punta alla matita con il temperino, poi mollò entrambi gli arnesi del mestiere e si avvicinò alla finestra, facendo una pernacchia lunga. Guardò fuori sempre gonfiando le guance e emettendo quel suono rotto e sprezzante. Dapprima osservò un piccione che si picchiettava la zampa su di un cornicione, e quando quello lo annoiò abbassò la mira: da una finestra del palazzo di fronte, una bambina, capelli lisci lisci lisci che sembravano scivolosi, faceva anche lei la pernacchia tenendo la bocca piena d’aria. Tommaso si fermò. Lei si fermò. Tommaso aggrottò le sopracciglia dubbioso. Lei inclinò la testa e si fece dubbiosa. Rimasero così. Fino a che lei non riprese con la pernacchia. Tommaso rise. E lei allora appiccicò le labbra al vetro, e Tommaso riprese con la sua pernacchia, e a muoversi con le braccia come uno spaventapasseri mobile, e allora toccò a lei ridere. Aveva il viso fino e una maglia nera, la carnagione come se fosse appena tornata dal mare d’estate; sembrava l’unico elemento a colori in quel quadro di muri biancastri, ciottoli e cielo invernale. Lui distese le mani sul vetro, lei appoggiò il gomito sul balconcino interno.

Irruppe ancora sua madre che gli chiese cosa stesse facendo addossato alla finestra. “Niente!” rispose come un soldato. Rigido e veloce, tornò alla scrivania. La madre poggiò un vassoio con un panino al prosciutto e un bicchiere d’acqua, andò quindi per distendere le tende azzurre, curiosando prima fuori. Chissà cosa c’era.

Tommaso, facendo muovere la matita tra le dita, chiese: “…Chi abita lì?”. “Lì dove?”. “Sulla casa di fronte, la finestra davanti.”. La madre si mise un indice sul labbro, restò a rimuginare un po’. “Non saprei, sai…forse i Barduzzi. Ma non sono sicura…”

“Hanno una figlia?”.

“Sì”.

“E come si chiama?”.

“Cristina, forse…o Camilla…”.

“Cristina o Camilla?”.

“Non sono sicura…”.

Tommaso non la lasciò finire di parlare, che domandò: “Dove va a scuola?”.

La donna si cinse i fianchi e, con tono inquisitorio, chiese il perché di tutta quella curiosità. “Così!” rispose Tommaso, e fece finta di porre l’attenzione al quaderno. Tutto quello che faceva e che domandava, lo faceva e lo domandava così, a detta della madre.

La donna raccomandò di mangiare e riprendere a studiare, dopo aver acceso la lampada sulla scrivania, una semisfera rossa sorretta da un gancio mobile, e la luce della camera. Tommaso fece sì con la testa, ma, appena la porta fu chiusa, si diresse alla finestra, scostò la tenda, e guardò attraverso il vetro. Il crepuscolo scendeva e la luce si fece più tenue; sul balconcino interno non si scorgeva nessuno. Lì per lì ci restò male, ma in un secondo momento vide una figura muoversi lentamente dal basso. I capelli lisci. La pelle dorata. Di nuovo quel viso, che apparve d’un tratto come ad una festa a sorpresa. Tommaso sorrise e riprese a pernacchiare, lei iniziò a formare aloni sul vetro e poi a disegnarci e scriverci qualcosa.

Tommaso si divise così per il resto della giornata: compiti, lei, compiti, lei, cena e televisione con la madre. Giunto il buio della notte, giocò un po’ con l’i-pad disteso sul letto, e si riaffacciò alla finestra. Lei non c’era. Aspettò, e non apparve. Aspettò e sperò, ancora un altro po’. E non arrivò nessuno. Smise di aspettare ma non di sperare: sua madre questa volta bussò, e allora Tommaso riuscì a ficcarsi sotto la trapunta prima di proferire l’invito “Avanti!”. La donna apparve in vestaglia bianca, si sedette ai piedi del letto, lo strinse per un braccio e gli chiese se stava bene. Tommaso fece di sì con la testa, poi toccò a lui domandare: “Papà torna?”. Sua madre fece no con la testa, “Domani…domani ha promesso che torna.” “Fammi leggere!” ordinò Tommaso, ma lei disse che aveva il cellulare di là e che adesso lui doveva riposare. Si alzò, gli prese l’i-pad e spense le luci; si accorse che parte della tenda era ritirata. Guardò il figlio dubbiosa, poi andò a distenderla nuovamente e augurò la buonanotte.

Tommaso restò a guardare imbronciato il soffitto. Poi Cristiano Ronaldo, che si intuiva appena nella foto a grandezza quasi naturale. Poi il soffitto. Non poteva accendere la luce, sua madre se ne sarebbe accorta. Quindi sbuffò, si gettò le mani in faccia, si rigirò su un fianco, sull’altro, ancora il soffitto, e sbuffò. Strabuzzò gli occhi, gli venne in mente la torcia.

Si alzò sul letto lentamente, per non far muovere troppo il materasso tentennante, prese quel faro mobile e si accostò alla finestra. Si guardò indietro, per controllare che non ci fossero ombre sospette dalla luce del corridoio. Non ce n’erano. Accese la torcia e la puntò sulla finestra di lei, dove le tende impedivano di vedere oltre. La fece passare due volte. Aspettò. Altre due volte.

Sperava in un piccolo bagliore, per essere sicuro che ne circolavano ancora, di bagliori, e che questi, una volta insieme, avrebbero dato vita all’alba del giorno dopo.

D’un tratto, un fascio di luce lo accecò.

Lei c’era.