
Partì con un neo. O quello che pensavo essere un neo. Ce l’avevo fin da bambino. Sulla coscia destra. Spuntava e si rintanava ciclicamente, cambiando anche colorazione. Da nero d’inverno, nero pece, passava ad un marroncino chiaro, fino a quasi confondersi con la pelle d’estate. Mia mamma quando avevo sui sette anni se ne preoccupò e chiese consiglio ad un dermatologo, che munito di siringa e ghiaccio cercò di espellerlo dalla mia vista e dalla mia vita. E ci riuscì anche, ma solo per un breve periodo. Ritornò, e continuò a mutare. E io crebbi, e feci tutto quello che andava fatto fino all’inizio della quinta superiore.
Quando decisi che quel neo era un tumore.
Trovate le prove su Google Immagini, non ebbi più dubbi: era un melanoma. Dissi a mia madre di chiamare al più presto il centralino dell’ospedale per fissare una visita. Lei domandò, perplessa: “Ma non ce l’hai da quando sei piccolo?” “Sì.” “Allora avresti avuto già qualche problema, no?”. La trascinai di fronte al computer, misi in mostra la coscia, misi una foto da Google Immagini. “Santo Cielo, chiamo subito!” fu la sua reazione. Mentre lei si mise a comporre i numeri sul Sip bianco, io misi una mano davanti alla fronte e, sconsolato, non riuscivo a pensare a niente, se non all’evidenza dei fatti: stavo morendo.
Prima di prenotare la visita, dovetti passare per il medico di base, che non sembrò preoccuparsi molto del mio tumore: con un ciuffo di capelli ondulato nero e un’espressione buona, da prete, disse che avrei dovuto andare con tutta la calma del mondo a prenotare una visita dermatologica. Quindi, ricetta in mano, mi fiondai al centro prenotazioni il giorno stesso, dove una donna dal viso tondo e i capelli ricci mi diede l’appuntamento per la settimana dopo. Intanto, navigando in rete, cominciai a informarmi sulle altre caratteristiche del melanoma. Bordi frastagliati. Erano frastagliati. Colore nero. Era nero, in quel periodo perlomeno. Diametro di un centimetro o più. Misurai: era meno di cinque millimetri. Sarebbe cresciuto, pensai.
Ce le avevo tutte.
Alla visita dermatologica, mi spogliai, e il dermatologo, una donna bionda che sembrava curare ogni aspetto del suo corpo tonico, diede una scorsa alla pelle del mio fisico minuto. Le sembrava tutto ok. Le dissi di controllare il neo sulla coscia. C’è un tumore, biondona patinata! Non lo vedi?? Lei prese una lente d’ingrandimento e scrutò il bitorzolo nero. “Sì. Forse è meglio levarlo questo.”. Ma va? Sveglia! Sto morendo! Mi disse di presentarmi tra un mesetto: il chirurgo plastico avrebbe fatto un bel lavoro senza lasciarmi alcuna cicatrice.
Tornai a casa frastornato. Un mesetto. Era tanto per un ragazzo che camminava su un filo teso, in equilibrio tra la vita e la morte. Il giorno dopo pregai mamma di chiedere se si poteva fare prima. Mamma tentennò ma si convinse che la cosa era grave. Prese il telefono e chiamò. Se volevo anticipare l’intervento, tra tre giorni, mi sarei dovuto accontentare del chirurgo normale. Niente chirurgo plastico. Certo che mi accontentavo del chirurgo normale, cosa me ne sbatte se rimane una cicatrice sulla coscia?
Tre giorni dopo mi salvarono. Il referto, la sentenza fu: angioma tuberoso ecc ecc. Chiesi al medico delucidazioni.
Mi disse che era una voglia.
Dopo un periodo di vita piuttosto sereno, ne arrivò uno piuttosto turbolento, dove, oltre a rapportarmi con tragedie altrui completamente reali, pensai di avere un linfoma di Hodgkin e la SLA. Prima uno, poi l’altra, poi entrambi contemporaneamente. Non mi importava cosa dicessero le statistiche sulla possibilità per un giovane ventunenne di incappare contemporaneamente in entrambe le malattie. Quello 0, 01 percento ero io.
Non mangiai per tre giorni tanta era la tensione. Avevo una febbricola sui trentasette e qualcosa, un prurito incessante su tutto il corpo e le fascicolazioni. Per chi non sapesse cosa sono le fascicolazioni, sono spasmi involontari dei muscoli. Contrazioni. Il medico cercò di confortarmi, sempre con quel fare da prete placido: per lui non soffrivo di alcun disturbo fisico, ero solo agitato.
Dopo il terzo giorno a digiuno, tornai a mangiare e mi passò sia il linfoma che la SLA.
Qualche anno dopo, galoppavo verso i trenta e lavoravo part time in una libreria, fu la volta dello stomaco. Cominciò con una brutta influenza intestinale, che si trasformò in un bruciore continuo in corrispondenza dell’alto ventre. Di nuovo, non riuscivo a mangiare. Mi recai dal medico, che consigliò uno sciroppo per aiutare a svuotare l’organo, probabilmente affaticato dopo l’influenza. Non funzionò. E si aggiunse la nausea. Allora il medico consigliò dei farmaci, dei qualcosa pompa protonica, ma la nausea aumentò. Tallonato dalle mie presenze settimanali nello studio, mandò a farmi fare degli esami del sangue specifici, per ricercare degli enzimi che avrebbero segnalato la presenza di quella che lui propagandava essere una gastrite. Per me era un tumore. Su Google avevo scaricato il pdf del protocollo medico da applicare per chi presentava sintomi riconducibili ai disturbi gastrici ed era evidente che dovessi fare una gastroscopia d’urgenza. Ma lui aveva deciso che avevo una gastrite. Quindi andai a farmi gli esami del sangue particolari e aspettai con ansia e disperazione il referto. Furono quattro giorni d’inferno. Tornavo su Google a ricercare ogni mezz’ora nuovi articoli scientifici sull’argomento, e più leggevo, più mi convincevo che la situazione potesse precipitare da un momento all’altro. E non escludevo potesse essere coinvolto anche il fegato.
Quando vidi il file disponibile sulla bacheca personale dell’Ulss, mi prese qualcosa come una tachicardia parossistica sopraventricolare. Niente di cui preoccuparsi troppo. Lo aprii e studiai il risultato. Avevo un paio di valori alti, e proprio quei due valori a detta di Google rappresentavano la forte possibilità di trovarsi di fronte ad una semplice gastrite da helicobacter pilori. Un batterio. Ma una forte possibilità non era una certezza. Quindi tornai dal medico, che, sempre con un sorriso tra l’imperturbabile e il sardonico, mi prescrisse l’antibiotico e mi disse di non fumare, non bere caffè, non bere alcolici e mangiare leggero per un mese. Non volevo morire, allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto continuare a vivere. Anche perché mi sentivo bene, in generale.Il medico lesse tra le righe i miei dubbi e la mia contrarietà, allargò le braccia e concluse che non c’era via di scampo. Dovevo attenermi scrupolosamente alle sue indicazioni, e, al massimo, prendere un digestivo quando i sintomi della gastrite si sarebbero fatti sentire con forza. Sempre se di gastrite si trattava, perché non ne ero ancora del tutto sicuro.
Dopo la cura antibiotica, le cose migliorarono ma provavo ancora un leggero disagio. Smisi di pensarci qualche mese dopo, quando venni licenziato. Non avevo più tempo di morire: dovevo trovare un altro lavoro.
Oggi sto bene, mi sembra. Sono in forma. Forse un leggero pizzicore alla gola. Ma un pizzicore, nulla più. Sono anche accaldato, ho le orecchie che scottano. Ma devono essere i fumi della doccia. Probabilmente. Basta che mi rilasso sul divano, e passa. Massì, mica sono preoccupato.
Per sicurezza vado a misurarmi la febbre.
Solo per sicurezza.
