SUI PONY-PIZZA

Voglio dedicare questo articolo ad una categoria di lavoratori di cui ho fatto parte in un passato vicino al prossimo, quando avevo venticinque anni, o giù di lì, fumavo molto e uscivo per affrontare e sbrigare i problemi politici nazionali sull’ampio piazzale antistante la biblioteca, attorniato dai più fervidi e impavidi compagni di merende la vostra immaginazione possa mai ricreare. In quelle giornate, al crepuscolo, io dovevo assentarmi dalle dissertazioni sui guai di Berlusconi, sulle crepe intellettuali fasciste e comuniste, sul linguaggio ardito della Lega, sul PD diviso, per recarmi nella modesta pizzeria d’asporto di paese alle sette, l’orario di inizio turno. Arrivavo sempre alle sette e cinque, sette e dieci, ma con la promessa di rimanere un po’ oltre la chiusura, ero riuscito a garantire a me stesso una certa elasticità d’orario. Per i primi anni avevo fatto l’aiuto-pizzaiolo, poi il proprietario, che nel frattempo era cambiato, era cambiata la gestione, aveva deciso di allargare il servizio al trasporto a domicilio. Quindi toccava a me il nuovo ruolo, il nuovo onere e il nuovo onore: sarei stato il primo pony pizza del paese.

Il mezzo che mi avrebbe trasportato tra le vie ben illuminate e i vicoli bui e sconnessi, tempestati di buche e di ombre, sarebbe stato un Ape. Chiesi più volte al datore di lavoro, che in amicizia nominerò qui Ciro, per richiamarne le origini, perché non prendere uno scooter, qualcosa di veloce e scattante, o un’auto, qualcosa di sicuro e stabile. Lui non ne voleva sapere, l’auto richiedeva la patente e una volta che me ne fossi andato non voleva limitare la ricerca del nuovo pizza-pony ai patentati, ragionamento condivisibile, mentre con lo scooter mi sarei bagnato e avrei preso freddo nei giorni piovosi e invernali, o magari sarei scivolato, mi sarei fatto male e gli sarebbe toccato sbrigare questioni burocratiche che poco lo coinvolgevano. Sapevo che all’imprenditore rintanato in lui premeva più la seconda questione della prima, ma in generale aveva ragione, e qualcosa tornava a mio vantaggio: sarei rimasto asciutto dentro l’abitacolo.

Un abitacolo piuttosto stretto, in cui dovevo tenere le spalle accartocciate e la testa bassa. A motore acceso, il manubrio tremava talmente da lasciarmi i tremori alle braccia fino a che non andavo a letto, il bagagliaio, che aveva la forma di un cassettone, non si apriva bene, bisognava strattonare la maniglia quattro o cinque volte, e i finestrini erano facili da aprire ma difficili da chiudere, avevano una specie di gancio che era più ostico di quello dei reggiseni. La prima volta che provai rischiai di capovolgermi, avevo preso in pieno uno scalino sull’asfalto al massimo della velocità: 50 km/h. Sicuramente, come diceva Ciro, faceva simpatia, e concordavo: non avevo mai guidato un veicolo così lento, instabile e simpatico.

Non ci volle molto perché la clientela rinunciasse alla fatica di uscire di casa e optasse per la mia venuta, al comodo sovrapprezzo di due euro a consegna. Le mie sere diventarono quindi un beeeeeeeeeeeeeeeeeee continuo, non ritiravo mai la manopola dell’acceleratore e credetemi: non si poteva certo dire che sfrecciassi. Interrompevo la corsa solo al parcheggio, da dove falcavo veloce verso il bancone della pizzeria, mollavo le borse termiche vuote e ne prendevo di piene, con qualche bibita da raccattare al volo dal frigo appena a sinistra. Bestemmiavo davanti al bagagliaio, per la maniglia, chiudevo con una certa fretta, inforcavo ancora il manubrio, frizione premuta, giro di chiave, colpo di polso, e beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Verso via Internazionale 4, via Matteotti 32 A, via Mazzini 5 interno 6, via Postumia 455, viale Brigata Marche 8/a.

Uno pensa che beccare l’indirizzo sia la cosa più facile, è una progressione. E lo è da un punto di vista teorico ma ogni casa, ogni appartamento, ogni condominio ha i suoi numeri, la sua sottoclassificazione alfabetica, la sua posizione su cui inchiodare la targhetta. E non è detto: alcune abitazioni non hanno neanche la targhetta, il numero è ufficiale solo tra gli incartamenti del catasto. Nel pratico la faccenda era evidentemente più complessa, e il tempo stringeva sempre. Due minuti persi a scovare il campanello giusto significavano quattro minuti di ritardo per la consegna successiva, otto per quella dopo ancora, e la catena non si fermava, era in perenne ascesa, e non so dire il perché. La curva esponenziale mandava in crisi il mio sistema nervoso, che cercavo di assestare il prima possibile con una sigaretta, fumata a singhiozzo, perché il manubrio non è certo il volante, il manubrio lo si deve reggere saldamente, con entrambe le mani. E la sigaretta tra le dita non aiuta.

Molta gente abitava all’ultimo piano e non scendeva a recuperare le cibarie, quindi dovevo salire le rampe di scale, sempre di corsa, e arrivare al portoncino, che spesso era chiuso. Risuonavo il campanello, azione che lanciava il segnale ai cani all’interno, pronti ad abbaiare a squarcia gola. L’uscio veniva aperto a fatica dal cliente, che intanto cercava di calmare gli animali a suon di strattoni e improperi. La mancia in quei casi me la potevo dimenticare. Aspettavo il resto e salutavo, riprendendo la sfida con il cronometro.

Non tutti erano impegnati a calmare un pitbull, e non tutti erano tirchi. Alcuni lasciavano laute mance, che superavano il valore dei cinque euro. Ma i miei preferiti, quelli che detestavo ma allo stesso tempo trovavo stupefacenti, erano i tirchi furbi. Me ne ricordo uno in particolare, un uomo con famiglia, che abitava in una casa con un grande giardino attorno. Il vialetto era lungo e finiva davanti al portico. C’era una vegetazione folta e rigogliosa, con alberi che superavano il grande cancello in ferro all’entrata. L’uomo si presentò da una porticina illuminata -dietro la stanza sembrava essere la cucina- e mi chiese con un sorriso garbato quanto era. Io gli risposi che mi doveva trentasette euro e cinquanta. Lui si tirò indietro il ciuffo di capelli -aveva la riga leggermente spostata sulla destra- prese il portafoglio dalla tasca dei jeans, e mi porse quaranta euro. Io diedi le pizze, facendole sfilare dalla borsa, e presi i soldi, che infilai nel marsupio. Cercai il resto, lui non aveva accennato a niente: di solito chi intendeva lasciare la mancia, invitava al congedo dopo aver pagato. Allora trovai i due euro e cinquanta, glieli porsi e lui, sempre sorridente, si prese solo i due euro e, con un tono da profeta, disse che i cinquanta centesimi potevo anche tenerli. Lo ringraziai ma dentro avevo un fastidio che sbatteva come le onde del mare su una costa rocciosa. Pezzo di merda, pensai, lasciami anche i due euro, no?

Gli zingari invece avevano un modo tutto loro di essere generosi. La prima volta che arrivai al loro campo era buio e le carovane erano poco illuminate; una volta sceso dall’Ape, un’ombra dalla pancia prominente e il modo svaccato mi urlò qualcosa come chi è, con un punta di minaccia, ma quando risposi pizze, con una punta di paura, questo mi fece ampi gesti con le braccia, per invitarmi a raggiungerlo. Io allora mi avvicinai alla tenda che era tesa davanti alla carovana. L’ombra si era trasformata in un uomo pelato, con la canottiera e la sigaretta in bocca. Proprio come vi immaginereste uno zingaro. Diedi le pizze e le birre, mi diede i soldi giusti, e poi prese una birra di quelle che aveva appena pagato e me la offrì. Disse che era per me. Lo ringraziai, ma ero confuso. Chiese se volevo bere con lui e la sua famiglia. Gli dissi, sempre confuso, che purtroppo avevo altre consegne: dovevo sfrecciare via il più velocemente possibile. Lui allora mi disse di tenerla e di berla dopo lavoro. Questo successe altre due o tre volte.

Tra l’altro, trovate voi il civico giusto degli zingari.

Fu un lavoro così, poco remunerativo, e non per colpa di Ciro, più per le ore di lavoro in sé, ripetitivo in alcuni gesti, il beeeeeeeeeeeeeeeeeee, sorprendente in altri. Di certo qualcosa di evitabile durante una pandemia e una conseguente quarantena. Ora che sono dall’altra parte della barricata però, anch’io faccio fatica a rinunciare alla pizza del sabato sera, l’ultima gioia rimasta di una settimana che tende ad essere ripetitiva in ogni gesto.

Ma se la pizza è necessaria, oggi è necessario anche chi te la porta.

Donate allora questi due euro al pony pizza o ai riders. Anche due e cinquanta. Ve ne saranno davvero grati, garantisco.

O quelli o offritegli una birra .