
Dopo aver visto Spiderman di Sam Raimi l’intenzione era quella di seguire le orme di Peter Parker. Salvare la città sparando ragnatele a destra e a manca e conquistare Mary Jane. Capii in breve tempo che la cosa era più complessa del previsto e che non bastava, come sentivo continuamente recitare, molto allenamento. Accettai la realtà dei fatti non senza un leggero rammarico: a quel punto avevo già rinunciato alla carriera di Robin Hood (non ero un campione con arco e freccia), a Peter Pan (continuavo a crescere), a quella di Mitch Buchannon (odiavo nuotare) e a quella di Oliver Hutton (ero quasi certo di non essere giapponese).
Fu alle superiori che trovai nuovi potenziali indirizzi dove incanalare la mia vita di italiano cresciuto in una piccola provincia vicino al borgo carino e docile, lavato e pettinato. Decisi di diventare un delinquente, facendomi accompagnare da rime hip hop e graffiti armoniosi sui muri della periferia. Per quanto riguarda la legge, tentai più volte di infrangerla con menefreghismo e baldanza, ma non funzionava, non avevo la stoffa, davanti alla possibilità di compiere il fattaccio mi bloccavo chiedendomi se davvero valesse la pena, se fosse giusto danneggiare le economie o i connotati del prossimo o della società. Siamo uomini, in fondo: mica animali. Scherzo ovviamente, non avevo nessuno di questi pensieri; la verità è che me la facevo sotto, avevo paura di essere beccato, e più dai miei che dalla polizia. Mi limitai al solo ascolto delle rime hip hop per qualche altro tempo, decisi di farle diventare la colonna sonora al campetto da basket, e per i graffiti, ci fu un solo grande graffito realizzato in un tardo pomeriggio, sul muro di una scuola la cui architettura era talmente brutta (credo faccia parte della corrente del brutalismo) che qualsiasi disegno o scritta colorata ne avrebbe migliorato l’aspetto. Qualsiasi, tranne il mio schizzo di vernice mezza colata e dal font di bambino da quattro anni. Non ne feci pubblicità, quindi la mia carriera da delinquente, rapper e artista di strada, sconfitto dai disagi di una periferia curata tanto quanto il centro città, finì lì.
Arrivai a diplomarmi che avevo smesso da anni di pensare a chi sarei voluto essere; ero interessato solo alle ragazze, e non nel senso succulento e ballerino a cui di solito si fa riferimento negli anni delle scoperte del sesso e delle attività collaterali connesse, ma nel senso più amoroso/morboso. Mi fissavo con una ragazza, e c’era solo lei, nessun’altra. Lei, la più bella, la più intelligente, la più divertente. Lei, l’unica ed inimitabile. Gioivo finché il rapporto andava bene, se mai fosse andato bene, e poi soffrivo, quando inevitabilmente si incrinava. Mi struggevo, mi chiedevo perché e non trovavo che ingiustizia nelle nuove scelte di lei. Purtroppo avevo smesso con le rime, sennò avrei buttato giù qualche verso romantico alla Leopardi o alla Ja Rule feat. Ashanti.
Quindi con le ragazze non funzionava, dovevo trovare altro. Magari dell’altro che alle ragazze piaccia, pensai. Qualcosa che potesse attirarle nella ragnatela del mio fascino e savoir faire.
Optai per diventare regista, ma attorno gli amici e i famigliari mi guardavano dubbiosi. E avevano ragione: non avevo alcuna intenzione di spendere tutti quei soldi per una telecamera, armamento necessario per gli aspiranti Kubrick Scorsese ecc ecc ecc. Chi ce li aveva settecento euro sull’unghia a quell’età? Metterli via poi era impossibile: troppe spese, troppi vizi e troppo tempo libero. Sigarette, treni, birre e serate fuori, e cene e pranzi, caffè e colazioni, viaggi e preservativi. Non la vedevo come una cosa fattibile, quindi mirai alla scrittura per film. Pensai che per scrivere bastava qualche euro: una penna e un quaderno. Al massimo potevo usare il pc portatile che all’epoca quasi ogni studente possedeva, regalato generosamente dalla famiglia per facilitare la salita verso la famosa e cigolante scala sociale.
C’era pure un altro mio amico con la fissa della scrittura (per entrambi una fissa più dichiarata che affrontata, qualcosa da calare che apparisse coerente agli occhi altrui) e decidemmo di fondare una rivista. Mai scritto un articolo, mai cercato una pubblicazione o una partecipazione a qualche testata più o meno ufficiale, ma era così importante? Noi avevamo l’idea. Il seme dal quale sarebbe germogliata una quercia solida e voluminosa, le foglie d’un verde smeraldo, la corteccia d’un profumo di montagna. Ci fiondammo subito in camera di commercio, dove ci ricevette un impiegato occhialuto e mezzo pelato, faccia simpatica e busto snello da corridore. “Vogliamo fondare una rivista.” dicemmo noi, barbetta disordinata, Vans e felpa Scout. “Vi siete informati su quello di cui avete bisogno?”. Io e il mio amico ci guardammo. “Vogliamo fondare una rivista.” ripetemmo sorridenti. “Avete idea del percorso…e del resto?”. Io e il mio amico ci guardammo. “Vogliamo fondare una rivista.” ripetemmo seccati. “Dovrete registrare il nome…e poi il direttore dev’essere registrato all’ordine dei giornalisti…e le tasse…l’investimento iniziale…”. Quando capii che ci volevano più dei settecento euro della telecamera smisi di ascoltare, e rinunciammo felici al nostro sogno affogando in una colazione e un paio di sigarette poco dopo. Tanto l’idea non era granché: una rivista giovane per giovani. Musica, cinema e lifestyle. Quante già ne esistevano?
Arrivò il lavoro, e, madre del cielo, compresi che non ero tagliato nemmeno per lavorare. Fu una fortuna che finissi a riordinare volumi in una libreria e che riprendessi (in realtà che prendessi per la prima volta, prima era stato il gioco delle maschere da giocare con gli altri) a leggere, quindi poi scrivere, e leggere, e scrivere, e leggere, e c’era di nuovo un filo intricato da inseguire nei meandri della matassa. Un progetto senza orizzonte, una confusa corsa nella nebbia.
Pensavo, dopo tutti quegli anni, di sapermi muovere meglio di altri nel fallimento. Ero pronto ad affondare di nuovo, tanto, mal che andasse, rimanevo a galla.
Quindi: lo scrittore. O, più specifico: il romanziere. Niente giornalista o poeta. Storie e solo storie, da intrecciare in avvenimenti ed emozioni, in pensieri e climax.
La strada sarà tortuosa, ma quale novità: Spiderman, a rigor d’esperienza, è molto più facile diventarlo che crearlo.
