
Ho sempre sottovalutato il modo di stare al mondo durante le partite di calcetto. Al fischio d’inizio, di quello che è successo prima o ieri o un mese fa, e di quello che succederà dopo, l’indomani o l’inverno prossimo, poco me ne importa, e ancor meno me ne importa di come ne uscirà, al fischio finale, la mia persona. Quello su cui riesco a concentrarmi in quei novanta minuti circa è il gioco nella sua composizione sempre nuova ed estemporanea, e, se qualcosa di me stesso conta, è la risposta a quella estemporaneità. Il rapporto tra me giocatore e il pallone, che a sua volta allaccia il me giocatore ai movimenti e alle intenzioni dei miei compagni di squadra, e si rinnova ad ogni scambio, passaggio, intervento o tiro. L’obiettivo finale rimane la vittoria, ma non è certo il motore dei miei stimoli personali, legati esclusivamente all’azione, che, se ben strutturata, genera il goal, che, se ben strutturate, generano la vittoria.
Pensavo fosse un modello di modalità relegato allo sport, irripetibile negli altri aspetti della vita, ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo perché, evidentemente, fino a poco tempo fa non avevo ben inquadrato cosa desiderassi ricevere da un’attività e come riconoscere quelle più adatte alla mia persona. Ho perso un mucchio di tempo a investire energie in campi magari non lontani ma imprecisi, che non si conformavano perfettamente alle mie propensioni; da qui il bisogno continuo di specchiarmi. Gli obiettivi finali, il riconoscimento dei miei sforzi (la vittoria alla partita di calcetto) e l’aura che il riconoscimento avrebbe donato al mio profilo non venivano mai accantonati, ma martellavano puntualmente e generavano preoccupazioni e sforzi per arginarle, in un circolo vizioso senza fine, dove continuavo a veder riflessa la mia immagine e a non esserne soddisfatto. C’era sempre qualcosa di disastroso da aggiustare, c’era sempre qualcosa di aggiustato da restaurare. E ciò che desideravo risultasse, non appariva mai: crollavano pezzi da ogni angolo.
Non so se sia successo per caso o se sia frutto di una ricerca bislacca ma insistente, fatto sta che mi sono ritrovato, ad un certo punto, davanti ad una finestra. Lo specchio non c’era più e, di conseguenza, neanche il mio volto riflesso. Il vetro trasparente ha lasciato campo libero alla vista, e in quella vista ho riversato il mio completo e puntuale interesse. Quello che accade in quello scorcio, in ogni sua variazione, diventa per me essenziale. E, anche se gli obiettivi rimangono tali appena mi distraggo, gli obiettivi comuni come campare il più a lungo e meglio possibile, tali non persistono quando resto in osservazione. Il prodotto ha la sua importanza in quanto oggetto esterno e in rapporto con il mio sguardo e la mia attenzione, e non in quanto risultato: ho solo la fortuna e la possibilità di volerci stabilire una connessione. Strano (o forse no?) ma vero, riverso me stesso dimenticando completamente me stesso. Qualcosa che si avvicina all’amare senza scrupoli o limiti, immagino.
Non credo che la società, per com’è strutturata oggi, apra le porte facilmente a questo improbabile ma possibile approccio. Tenendo conto delle grandi aziende, in cui l’impegno e la dedizione sono legati a doppio filo ai risvolti che quell’impegno e quella dedizione dovrebbero comportare, e i social, dove il riflesso dello specchio è sempre un risultato, le occasioni fruttuose sia virtualmente che fisicamente stentano.
Ma non voglio condannare in toto grandi aziende e social: sono semplicemente il frutto di uno sviluppo e di questo sviluppo, alcuni, magari la maggior parte, si accontentano senza troppe chiacchiere e rigurgiti filofilosofici. E alcuni di alcuni riescono addirittura a rapportarcisi come davanti ad una finestra, presi dal presente di quello che sta accadendo oltre. Siamo eterogenei, e quante sono le varianti! Dico solo che gli altri, gli insoddisfatti cronici, forse non trovano quello che vanno cercando perché cercano qualcosa di sbagliato in partenza.
Per esempio, gli organizzatori delle partite di calcetto. Com’è che non mi chiamano mai?
