
1.
Erano capitate un po’ di cose fortunate tutte insieme, sembrava una sorta di ricongiungimento degli astri o una cazzata simile, avete presente, no? Quegli eventi rari da oroscopo che fanno annuire con convinzione l’astrologo. Avevo vinto un concorso e mi era stato da poco caricato il premio, mille euro puliti puliti; poi l’azienda aveva inserito nello stipendio ore che mi doveva da marzo passato, infine l’Inps mi aveva rimborsato quello che doveva dal 730. Avevo accumulato già un gruzzolo -minuscolo ma pur sempre gruzzolo- e a sommarlo con le nuove entrate, beh, il risultato mi dava alla testa, mi faceva sentire leggero e pimpante, e anche un po’ onnipotente. Certo, rimaneva una cifra piuttosto bassa, ma è tutto soggettivo a questo mondo. Dal canto mio era probabilmente l’apice, l’Everest delle mie capacità di spesa.
Uscito dalla banca, ancora rimbambito come se avessi fumato un cannone, ho cominciato a sognare, e a far di conto. Incredibilmente sembrava che le due azioni non si scontrassero tra loro, com’era sempre successo (con la conseguente vittoria del far di conto sul sognare), ma riuscivano a coabitare nella mia testa, facendomi sorridere, facendomi vibrare: finalmente sarei potuto andare a New York. Dieci giorni, o -perché no?- due settimane. In albergo a Manhattan, avrei visto una partita Nba tra le prime file, poi una partita di baseball mangiando hot dog e annoiandomi serenamente; il MoMA, qualche concerto e…ok, mi sono fermato, non ero diventato milionario. Ho messo le mani in tasca e mi sono diretto al supermercato a fare la spesa; a New York e all’organizzazione della vacanza ci avrei pensato…c’era tutto il tempo!
La sera stessa mi sono trovato al bar con Giacomo Tonin, Gian Pazzibattaglia, Tommy Urso e Fede Orton. Fede, appena prima del brindisi, ha preso parola con una certa solennità, gli occhi concentrati sul bicchiere e sul discorso. Ci ha messo un po’, sembrava dovesse rispondere ad una domanda di cui non sapeva la risposta: ci ha detto che lui e Michela avevano deciso di sposarsi. Noi siamo esplosi in un entusiasmo ben studiato, onomatopee distese e incredulità vivace, mentre i nostri cuori battevano quasi tachicardici a ritmo della perpetua libertà che, da ingenui eroi, avevamo intenzione di seguire fino in capo al mondo.
Per festeggiare offrimmo un giro a testa a nostre spese: tanto ero soggettivamente ricco.
La settimana successiva, davanti al computer, tentavo di capire quando sarei riuscito a solcare l’Oceano per salutare la Statua della Libertà. Con quale volo magari, e a che prezzo. Mi ha chiamato mamma; voleva sapere come stavo. “Bene, mamma! Tu?” “Tutto benissimo! Come va con i risparmi?”. Mamma aveva due domande: la prima verteva sui risparmi, la seconda sul lavoro, e in generale non mi andava mai benissimo né su una né sull’altra, anche perché le questioni avevano un’interconnessione di fondo. Questa volta, almeno sulla prima domanda, la mia risposta è stata diversa: “Alla grande, non sai che….”. Le ho spiegato il fatto delle cose fortunate insieme, quindi ho aspettato una sua reazione; speravo almeno in un entusiasmo costruito come quello che noi amici avevamo riservato a Fede. Invece è rimasta in silenzio, fino a che, preoccupata, la voce pronta a lacerarsi come un vetro sottile, ha detto: “…E allora finalmente ti compri una macchina, giusto?”. Ho preso tempo. Qualche secondo, e non mi è venuto in mente niente se non buttare giù il telefono, azione inutile perché tanto mamma avrebbe richiamato subito. “…No, io veramente pensavo di…” “Pensavi di?” “Pensavo di…” “PENSAVI DI?” “Una vacanza a New York. Sai con…” “Oh, ma una vacanza! Ma hai trent’anni!”. Andava di moda dire “Ma hai trent’anni” per la generazione dei nostri genitori, in qualsiasi situazione e per qualsiasi motivo. “Sì, mamma. Quindi non posso più andare in vacanza perché ho smesso di avere vent’anni?”. “No, ma devi essere a posto con le tue cose.” “Non voglio una macchina.” “Non ti piacerebbe poterti muoverti quando e come vuoi?” “So come funziona una macchina, grazie, ma no, non mi serve e…”. La conversazione è continuata sui binari famigerati dell’epoca contemporanea.
2.
Il giorno in cui ho fatto la pulizia dei denti, l’annuale e innocua pulizia dei denti, è stato senza saperlo il giorno in cui la mia vacanza ha cominciato a sgretolarsi, a perdere pezzi. Il dentista, dopo aver studiato la situazione e aver tolto il tartaro, ha mosso la testa con le labbra strette come se ci fosse un mistero da svelare. “Qua ho paura ci sia…eh sì eh…guarda qua che roba…”. Avrei voluto dire “Che c’è, che c’è?” ma, dato che al massimo sarei riuscito a dire “Eghèghè” con la bocca spalancata, ho semplicemente aspettato un responso più preciso di che roba. Tornato a muovere mascella e mandibola, la bocca libera dalle grinfie del dentista, lui mi ha confermato la presenza di una carie profonda, con la forte probabilità di dover devitalizzare il dente. Ho alzato le spalle, ok mi sono detto. “Faremo quattro sedute…” ha continuato il dentista, “…E le verrà a costare sui 400 euro.”. Ho alzato le spalle, porca puttana mi sono detto. Ho visto il biglietto del Madison Square Garden svolazzare dalla finestra e sparire come per magia: era tornato nell’angolo dei sogni impossibili della mia mente, quelli che stanno lì per riempire i tempi morti della giornata.
Lunedì è arrivato in un lampo; lo squillo del telefono, il numero del capo sul display, come un tuono. “Pronto Dottor Capo, come sta?”. “Elpuberamato, buongiorno!”. Ci siamo persi in qualche inutile smanceria, come se ci interessasse davvero qualcosa a vicenda delle nostre vite, poi lui ha abbassato il tono di voce, un’ombra era calata sulle sue corde vocali. Sembra va gli fosse morto il cane. “Purtroppo per il prossimo mese dobbiamo dimezzargli le ore. Abbiamo avuto delle difficoltà e, sa com’è…”. Purtroppo nessun cane era morto; era solo il mio monte ore ad agonizzare. Ho detto una serie di “Certo, certo” stizziti, la rabbia che a ondate mi investiva e mi lasciava, spoglio e senza altri sentimenti. “Non si preoccupi. Anzi grazie per avermi avvisato.” “Ci mancherebbe altro. Allora mi raccomando. Sempre attento. Vedrà che è solo un periodo.”. Chissà se intendeva lo stesso periodo dell’anno scorso, quando aveva tagliato gli straordinari a tutti, o se erano due periodi separati. Seduto sulla sedia scomoda con le rotelle aggrovigliate su loro stesse, ho visto svolazzare e perdersi oltre l’angolo dell’ufficio il biglietto di cartoncino con su scritto MoMA full-price.
Nei mesi successivi ho attuato un piano di parsimonia che prevedeva rigide regole per i prodotti del pranzo e della cena e dei caffè fuori, e non prevedeva due pantaloni nuovi, libri come se avessero annunciato che a breve li avrebbero bruciati tutti, uscite improvvisate e giri offerti al bar senza un motivo serio. Il dentista, con un sorriso invidiabile, mi ha sistemato il dente e ho pagato il dovuto, più la pulizia, spesa lasciata arretrata. Dopo la devitalizzazione, mi è venuta fuori una brutta macchia sul gomito, e ho pagato il dermatologo e le creme annesse per sfiammare quello che era un fastidioso eczema, poi mi è venuto fuori un dolore alla spalla che andava e veniva da anni, ma questa volta è venuto in maniera brusca, come se avesse intenzione di rimanere, e allora ho pagato il fisioterapista una, due, tre, quattro, per otto sedute. Ora la mia spalla stava meglio, decisamente meglio, ma sottraendo tutte le spese, in piedi, sul corridoio bianco dello studio del medico-operaio, ho visto roteare nell’aria il biglietto aereo con su scritto “Venezia M. Polo-New York JFK, e ritorno ;)” e infilarsi nel buio della grata per il ricambio d’aria.
Ho fatto i conti, e non mi restava, con quello che rimaneva del mio gruzzolo, che abbassare la cresta; accontentarmi di una meta più vicina. Insomma, l’Europa è piena di belle città, perché snobbarle così? E l’Italia, la culla della civiltà e forno delle migliori pizze al mondo! Mentre osservavo un’immagine panoramica da Google dell’Isola d’Elba, mi ha chiamato al cellulare Giacomo. “Ciao grande!” “Ciao numero uno!”. Abbiamo scherzato un po’ su cose futili, poi ancora e ancora, e Giacomo d’un tratto è diventato serio. “…Senti, per il regalo di Fede, hai visto la lista nozze che ha mandato…”. Mi ero completamente disinteressato della cosa, tanto da essermi quasi dimenticato del matrimonio. “No, non…”. Mi sono messo a cincischiare con il mouse con un certo fastidio, che le dita in qualche modo provavano a sfogare. “C’è un macchinario particolare che fa cose particolari ad un prezzo particolare che diviso per tre, quelli che siamo, fa giusto duecento euro. Cosa dici?”. Ho annuito, ho premuto forte sul tasto destro del mouse. “Perfetto…” “Bene. Per l’addio al celibato pensavamo invece…”. Ho sospirato, e la foto dell’Isola dell’Elba sullo schermo ha cominciato ad allontanarsi, a retrocedere, a diventare sempre più piccola fino a scomparire, sostituita dalla tabella dei conti dello stipendio e dei metri che mi separavano dal burrone del debito: del rosso.
3.
Il matrimonio era andato bene, mi ero divertito, i miei denti erano sani e forti come la spalla e la pelle, e il guardaroba era pieno, la libreria pure. Passeggiavo verso la banca per controllare il conto. Davanti allo sportello automatico, ho inserito la carta, ho sentito i click clock, ho inserito il pin dal tastierino. Ho sorriso come un bambino davanti al regalo di Natale: per una serie di coincidenze –ancora gli astri, ancora i pianeti allineati ecc.- mi sono ritrovato caricati i soldi della quattordicesima in ritardo, quelli di un paio di lavori fatti per conto mio, e i soldi del 730 (avevo detratto le spese della devitalizzazione). Uscito dalla banca, ancora rimbambito come se avessi fumato un cannone, ho cominciato a sognare, e a far di conto. Incredibile, sembrava che le due azioni non si scontrassero tra loro, com’era sempre successo (con la conseguente vittoria del far di conto sul sognare), ma riuscivano a coabitare nella mia testa, facendomi sorridere, facendomi vibrare: finalmente sarei potuto andare a New York…
Intanto mamma, sognando ad occhi aperti, mi vedeva sereno, felice, sorridente e calmo, su una Panda.
