
Il pianista suonava e oltre alle note si sentiva poco altro. Dei fruscii, le maniche delle camicie che scivolavano sui tavoli; e dei lunghi sbuffi, il fumo che veniva fatto uscire a forma di nuvole dalle labbra. Alle sue spalle, Davide percepiva i forzati tintinnii dei bicchieri che venivano serviti e, con ogni probabilità, riempiti. Era lì, solo, con l’indice che percorreva il bordo del bicchiere mezzo vuoto e con gli occhi fissi sul liquore marroncino.
Aveva divorziato dalla moglie qualche mese prima, per questioni che neanche ricordava ma sulle quali era tutt’ora d’accordo. Si era lasciato dietro tutto quello che aveva costruito da dopo l’università, da quando aveva attraversato mezzo continente per diventare un editore di successo. Ci era quasi riuscito a diventarlo, aveva lavorato nella redazione del giornale più quotato del paese e aveva viaggiato per mari e monti, tra festival e fiere, aveva solcato la sua curiosità, come aveva sempre consigliato il suo mentore, il dottor John Havnicek. Fu sempre il dottor Havnicek a trattarlo in modo diverso, a trasformarsi da mentore in orco, dopo la separazione decisa con la moglie. Non si aspettava che le amicizie formali tra famiglie contassero a tal punto; credeva, Davide, che fosse ancora il talento cristallino e la dedizione a far da garanzia e la sostanziale differenza.
Bevve un sorso del liquore. La musica lo rattristava e allo stesso tempo lo confortava nella sua tristezza. Pescò l’ultima sigaretta rimastagli dal taschino della camicia. Aveva smesso da anni, ma nell’ultimo mese, da quando era tornato al suo paese natio, aveva deciso che indugiare nel vizio saltuariamente non era poi così un peccato. Non così tanto: vista la situazione, aveva bisogno di non esser troppo duro con se stesso. Inspirò la prima boccata e la sputò con un lungo sospiro. La musica, la canzone, avevano le sembianze di una spiaggia calma al tramonto che perdeva lentamente il suo scopo. O forse erano le sembianze di Davide?
Finì la sigaretta, la spense sul posacenere nero, e bevve l’ultimo rimasuglio di liquore sul fondo del bicchiere. Si alzò e seguì l’uscita da quello che era un barcone sul fiume, chiamato Il planetario. Glielo aveva consigliato il tabaccaio, il vecchio Renato, che aveva ancora il suo negozio in centro, sotto il vecchio appartamento dei suoi, sulla via di palazzi ammassati e stretti come in una folla umana. Aveva detto “Se stasera non hai niente da fare…”, dopo avergli posato il pacchetto di sigarette da dieci, “…c’è Il Planetario che è un bel posto. Hai presente il rudere che galleggiava sul fiume? Il vecchio battello? Lo ha risistemato qualche tempo fa La Capa…te la ricordi? Enrica Ruggiani. Stava messa male, sempre in piazza Girolamo a chiedere due soldi…”. Se la ricordava come in un sogno, le linee sfuocate di un viso preciso, che riconobbe nella donna dietro il bancone appena era entrato.
Salutò con un cenno, e si ritrovò sul ponte dove le chiacchiere avevano il compito di scaldare la brezza fresca che sapeva di fanghiglia. Chiese permesso un paio di volte, per superare due tizi ben vestiti. Si appoggiò con la mano ad un sostegno della balaustra e fece per infilare la gamba sulla passerella che l’avrebbe portato alla macchina, quando un altro piede, raccolto in un tacco a forma di sandalo o il contrario, si posò in sincrono con il suo. Davide alzò gli occhi, fece un Oh, scusi automatico e poi Prego, prego. La donna invece restò a fissarlo. “Grazie…” sussurrò incerta, sempre incerta fece per fare un passo avanti, ma si bloccò, fissò ancora Davide. Il dito indice si alzò come ad indicarlo ma senza dichiararlo. “Davide…!”. Davide che non aveva fatto caso alla donna se non per la calzatura, si concentrò, gli occhi a stringersi verso quel viso affilato, ma che ricordava più affilato, su quegli occhi sempre uguali, allegri e preoccupati, sui denti incisivi con la fessura larga. “….Gaia?” “Non ci credo!” “Non ci credo io!”. Il volto di Davide si accese di complicità. “…Come stai? Come…ti va?”. Gaia annuì convinta, non sapeva per cosa. “Beh…bene, bene” rispose, poi continuò: “Ho saputo che ti sta andando alla grande in Inghilterra…Sempre a Londra, sbaglio?”. Davide annuì appena, navigò con gli occhi verso sponde comode lontane dall’argomento, si schiarì la gola. “Sì…beh…”. “Tutto bene, sì?”. Davide schiuse le labbra, le richiuse, sorrise appena, fece un cenno con la mano. Attorno ancora le chiacchiere del Planetario e dei gufi tra le fronde nella sponda opposta del fiume; salì una zaffata di fumo di sigaro, forte, concentrato di tabacco e combustione. Davide balbettò fino a dire: “…Sta…stavi andando via anche tu?”. Gaia si guardò attorno per dare respiro alla conversazione. Gonfiò le guance, fece sì prima con la testa, poi lo disse e inarcò le labbra. “Beh, eh…ci facciamo un giro. Così ci aggiorniamo sulle ultime vicende delle nostre…mirabolanti vite!”. Gaia rise e lasciò vedere l’espressione che Davide ricordava come fosse ieri, la stessa nonostante l’accenno di rughe e di stanchezza primordiale. “Certo! Andiamo verso il centro?”.
Presero ognuno la propria macchina. Davide seguì l’utilitaria di Gaia, i lampioni scorrevano via come lampi, i semafori saltellavano in arancione, e la città si fece avanti con i tetti dritti e scuri, i marciapiedi ospiti di passi incerti; girarono dopo il ponte, all’altezza dell’Albergo Tre Calici, baluardo della luce e del permesso, e traballando sul porfido arrivarono al parcheggio di piazza Fontane, una grande distesa di strisce blu che vedeva al centro una statua grigia con una guglia centrale. Pam. Pam. Uhuu. Uhuu, e le macchine vennero sigillate. Davide infilò le mani per metà nelle tasche dei jeans, Gaia si tirò dietro l’orecchio destro un ciuffo di capelli. “…Verso dove andiamo?”. Quattro strade si diramavano tagliando di netto i palazzi storici con gli scuri chiusi e le bouganville nelle anfore a fare da guardie. “Di là, passiamo per Il Faro!” “Noooo! Il Faro!…Una passeggiata nostalgica quindi?”.
Il Faro era stato il locale della loro giovinezza, l’unico posto in centro dove si tenevano i concerti di musica dal vivo. Aveva i mattoni a vista, un palco incuneato sulla parete di fondo e il bar lungo alla parete opposta. Un grande faro rappresentato con dei filamenti luminosi gialli e blu era fissato sul muro laterale e fuori, nella zona aperta, aggraziata da un paio di panchine sempre occupate e una moquette verde sempre sporca, si fumava prima e dopo i concerti. Fu dopo la performance di un gruppo rock, i Rats, che Davide e Gaia, all’epoca chiamata da tutti Giggì, litigarono animatamente: Davide sosteneva che il gruppo non era male, anzi, aveva un ottimo sound, orecchiabile e originale, mentre Gaia sosteneva che non li aveva trovati tanto diversi dai Distortion o da un gruppo di loro amici, i Jackie Chan Club. La discussione montò a ritmo di sigarette e cazzo e stronzate e macché e pfff e sorrisetti ironici, e fu ad un certo punto che Davide disse: “…Ma cosa vuoi saperne tu che fai la pasticciera?”. Gaia lo guardò con gli occhi chiazzati da un’ombra di rabbia mista a delusione, e il resto degli amici, tra il silenzio imbarazzato e l’organizzazione per il superamento dell’empasse, cominciò a parlare d’altro, degli esami di Nico e di uno con cui si stava vedendo Sere.
“Incredibile, è ancora in piedi”. “Beh…in piedi sì, ma bello zoppo!” commentò Gaia. Davanti avevano la struttura di quello che era stato il Faro; due piani, l’intonaco bianco dove una volta stava affisso il nome, e sotto il portico una cancellata in ferro con la serratura che sembrava avesse a sua volta una serratura. Sembrava sbarrato da anni e che lo sarebbe rimasto per tanti altri. Sbirciarono dentro: polvere, calcinacci, armadietti rovesciati, un divanetto, buio. Davide sospirò. Gaia: “Andiamo per di qua”.
Seguirono la via che avrebbe portato al quartiere del fiume. Si sentivano i loro passi, come acciacchi, come piccolo petardi. Un rantolo di scooter passò illuminando per pochi secondi la via. “Beh…come va la vita?” chiese ancora Davide, questa volta non tanto per chiedere. Gaia sorrise, un accenno. Si cinse l’addome. “Bene…direi. Credo. Forse…” “Così sicura?” chiese ironico Davide. “Dai!” e Gaia gli diede una sorta di spinta stropicciandogli la camicia. “Diciamo che…” “Che?” “…Non so se sai che ho aperto una pasticceria. Sono già cinque…sei anni. Sei e mezzo!…Già? Incredibile.” “Non ne avevo idea…beh è una gran cosa.” “Sì, sono contenta.” Un barlume di fierezza si impossessò dei muscoli del viso di Gaia. “Dove?” “Ah, verso l’università. Ti ci porto se vuoi.” “Certo, certo che voglio vedere.”. Davide, sempre le mani in tasca, strinse le spalle. “Della pasticceria sono contenta, dicevo, ma è il resto che ho perso di vista…Sai…quelle cose come moglie, e madre…ok, anche compagna, mica serve moglie. Però non…insomma. Mi sono concentrata sul lavoro, su quello che volevo…E adesso voglio quello che non ho avuto tempo di…fare?”. Davide dedicava i suoi occhi a Gaia e al selciato liscio e macchiato di vecchia sporcizia. “…Tu come hai fatto?” chiese lei. “Io?” “Sì. Hai un buon lavoro…e ti sei sposato, no?” Davide emise un verso tra il divertito e il disperato. Si grattò un occhio, inspirò a bocca aperta, poi gonfiò le guance, come a voler far vedere la portata del volume della sua esperienza. “…Ho divorziato.” “Oh…mi dispiace. Io non sapevo…”. Davide annuiva e sorrideva, e annuiva, “…E ho perso il lavoro.” “Ma che cazzo!…Scusa non volevo…” “No, no. Direi che ma che cazzo è un buon modo di vederla.” “Cos’è successo?”.
Quando il fiume si affacciò loro con le sue scintille in superficie, quando il marciapiede allargato prendeva sicurezza tra il parapetto a sinistra e i palazzoni i cui terrazzini lanciavano segnali di luce, Davide spiegò con qualche parola chiave come disaccordo, incomprensioni, distanza, perdita, la questione del matrimonio fallito, e con offese come pezzo di merda, bastardo e stronzo, il suo rapporto con John Havlicek e la conseguente perdita del posto di lavoro. Mi dispiace rispose, senza saper cosa dire di più intelligente, Gaia, e Davide alzò le spalle.
Calò il silenzio, solo qualche saltuario e lontano squittio acuto dei topi. Girarono verso Piazza Girolamo e si fermarono davanti al cinema Verdi: la porta in vetro a doppia anta chiusa, una luce blu da un angolo nascosto che illuminava il pavimento scuro e un cartellone con George Clooney in smoking. “E’ ancora attivo!”. Gaia annuì, il labbro superiore a coprire l’inferiore; disse “Ci passo minimo un paio d’ore a settimana. Ci sono stata giusto l’altro ieri.” “A vedere?” “A proposito di Davis, dei Coen.” “Ah, dei miti loro…com’è?” Gaia si stranì. “Non l’hai ancora visto?” Davide allargò i palmi della mano, “No, sai…con tutto il casino non…” “Oh, scusami. Stupida io.” “Non preoccuparti.” “…Mi è piaciuto il film. Aspetta c’è una frase che ho adorato, com’era…”. Gaia frugò nella piccola borsa di tela ruvida con stampato sul fianco il disegno di due mani stilizzate che si incrociano senza stringersi; ne tirò fuori un’agendina dalla copertina nera. Si leccò la punta dell’indice, sfogliò, si accigliò. “Eccola! Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, allora è una canzone folk…Non è una descrizione perfetta?”. Davide abbassò le sopracciglia, fece un sì convinto. “E il film parla di un cantautore, giusto?” “Sì, diciamo che parla degli anni del Greenwich Village”. Avevano ripreso a camminare sotto i portici, affiancati dalla lunga fila di palazzi storici dove ai piani terra si alternavano, dopo il cinema, negozi di profumi e bar in penombra. Dove le fragranze aromatiche si mescolavano a quelle dei forni spenti. “E’ un omaggio agli anni di Bob Dylan, più o meno.”. Davide scrutò con il bagliore di un sorriso gli occhi di Gaia. “Che c’è?” chiese lei. “No niente…” disse Davide.
Erano alla festa di un amico di un amico. Qualcosa alla quale avevano partecipato con una decisione improvvisata e un salto al supermercato per non presentarsi a mani vuote. L’anno era quello degli esami di maturità, un anno particolare, dal sapore di valutazioni e fine, di un abbraccio al presente che avrebbero ricordato per sempre. La casa era un groviglio di persone e risate; alcuni stavano spaparanzati a caso in soggiorno, altri in cucina a mescolare gli alcolici in cocktail che odoravano di benzina col piombo. Gaia, o Giggì, era appena uscita da un gioco di gruppo, un vero o falso basato sull’unico obiettivo di bere il più possibile, mentre Davide aveva finito di buttare giù in un lungo sorso una miscela di gin e vodka. Imbevibile, se non per un diciottenne allenato alle dimostrazioni di forza. Si incontrarono davanti alle scale di legno che portavano al secondo piano. Lei aveva una camicia di velluto sbottonata ai tre quarti, il seno che faceva capolino con noncuranza; lui aveva una macchia di alcol sulla maglia a maniche lunghe e i peli appena nati di barba che sembravano cactus nel deserto. Forse era stato Davide a prendere per mano Gaia, o forse Gaia aveva scambiato per una stretta uno sfioramento accidentale, fatto sta che i fumi delle bevute precedenti li trasportarono filati in una stanza da letto buia. Distesi sul letto si stavano già baciando e la cosa, dati i vari strofinamenti tesi a rimuovere i vestiti, sembrava procedere oltre con entusiasmo. “Aspetta! Aspetta!” disse Gaia, e rise. “Cos..cosa aspetto?” chiese Davide. “…mmm…metti un po’ di musica?” “Musica?”. Gaia annuì, gli occhi che brillavano di vodka alla menta. Davide, la maglia attorcigliata oltre la spalla, strizzò gli occhi, si guardò attorno confuso. “Lì c’è lo stereo” disse Gaia. La luna indicava dalla finestra l’oggetto simil navicella aliena sopra un lungo mobiletto basso. La pila di cd sul fianco destro. Davide fissò Gaia, fissò lo stereo, fissò Gaia. Lei rise.
Si mosse con difficoltà, come un pagliaccio durante un numero di capitomboli; davanti alla colonna di cd, prese a scartarne un po’. Per i Nirvana non era proprio il momento, i Talking Heads non li conosceva bene, De Andrè troppo…troppo. Capitò un cd lucido con su scritto in pennarello nero Bob Dylan Freewhelin. Cacciò in fretta il disco nello stereo che, sempre come una navicella aliena, si azionò al tocco di un tasto. Davide tornò al volo sul lettone, un volo di un cucciolo di passero ancora alle prime armi con le ali, sopra Gaia, che urlò un “Daaaiiii, fai piano!”. Davide era già a petto nudo, la bocca sul suo collo, Gaia ansimava e un po’ sorrideva, e Bob Dylan cantava The girl from the north country. L’odore era quello del’alcol e di qualche desiderio nascosto.
Fu Serena ad entrare sbattendo la porta, a barcollare come una foca, riuscendo ad accendere la luce della stanza, a puntare il dito e a sogghignare qualcosa, per poi accasciarsi ai piedi del letto. La porta aperta attirò l’attenzione di Fede e Gian, e così il momento passò. Davide, facendo finta di niente, si rimise la maglietta e Gaia tornò seria al piano terra.
Arrivarono alla pasticceria di Gaia dopo essersi lasciati l’università e la via dello shopping alle spalle. Il locale era stretto e lungo, con un soppalco a metà altezza, e la prima fila di tavoli, sia da basso che sul soppalco, era addossata all’imponente vetrina che lasciava intravedere agli angoli prodotti incartati a festa: crostate sgargianti, biscotti spavaldi. Un colpo di vento li fece accelerare leggermente il passo verso l’uscio. Gaia prese il mazzo di chiavi dalla borsa, l’infilò nella toppa, due giri e diede un paio di colpi allo stipite, “…Devo farla vedere sta porta, è sempre dura!”. L’aria all’interno era un misto di ingredienti. Gaia accese le luci, e Davide scorse il bel pavimento in parquet scuro; oltre una colonna bianca, tavoli marroni e e sedie dello stesso colore legnoso. Gaia andò dietro il banco e accese l’insegna che correva lungo la fiancata e che recitava Giggì e i suoi pasticci. “Allora?”. Davide sorrise, “Mi piace.” “Sincero.” “Lo sono.”. Gaia restò ad osservarlo, come ad aspettarsi qualche altro commento. Davide capì. “E’…sembra…tuo.” La mano, mentre lo disse, massaggiava il mento puntellato di peletti grigi. “Grazie! Bel commento!…Vieni, ti mostro la cucina!”.
Si misero a discutere di cosa c’era prima, un vecchio ferramenta che aveva venduto tempo prima ad un fondo, e quel fondo non ci aveva fatto niente per anni. Gaia aveva messo da parte un bel gruzzolo e, grazie ad una voce che era girata in città sulla vendita del locale, si era proposta come compratore. Ci aveva messo un anno e passa a sistemare il locale, tra la registrazione dei permessi e l’ardua scelta dell’arredamento. Davide, seduto su un piano d’acciaio della cucina, l’ascoltò, mentre lei preparava due piatti con pasticcini alla crema e bignè recuperati dal frigo: lo spuntino di tarda notte.
Si misero seduti su un tavolino del soppalco ridosso la vetrina. Le luci accese contrastavano il buio dell’esterno: si sentivano spettatori e attori insieme, ammirati e a loro volta ammiratori del silenzio e dell’immobilità di fuori. “Non ti serve mica un marito…o un compagno” ammise Davide, prima di addentare un bignè alla crema. “Mmmm”, Gaia stava masticando, mezzo pasticcino alla crema pasticcera e fragole in mano, mandò giù il boccone. “…Lo so che non mi serve. Credo di iniziare a volerlo, e credo di desiderare diventare madre. Non so, è come un tarlo fisico.” “Non è che vedi tutte le tue amiche con i figli e allora anche tu vuoi…prima che…insomma…” “Prima che sia troppo tardi.” “Sì.”. Gaia si leccò l’indice glassato. “Beh anche. Ma quello l’ho sempre invidiato, un po’. Poco, eh. Più che altro non sentirmi al passo. Ma avevo altro a cui pensare, altro che mi faceva sentire al passo…al mio passo.”. Davide prese il terzo bignè, allo zabaione. “Ora è diverso. Parte da dentro, come dire”. Davide annuì, una macchia marrone chiaro sopra il labbro. “Comunque non mi sembra di essere io quella a cui bisogna ricordare che non serve un compagno!” disse Gaia, la testa inclinata, il sorriso di una madre. Davide rispose al sorriso e inspirò rumorosamente.
La prima volta che si incontrarono avevano quell’età in cui si misura ancora la crescita del corpo segnando di tacche le pareti della cucina. Davide si era da poco trasferito in città ed era il primo giorno di scuola. Non conosceva nessuno e si era mosso tra i banchi in silenzio e a testa bassa. Sempre a testa bassa si era presentato alla classe e aveva ascoltato la lezione di italiano, storia e matematica. Arrivò il momento che più temeva, quello della ricreazione. Il momento in cui si è finalmente liberi di stare a giocare con gli amici, l’incubo per chi di amici non ne aveva. Il viso rosso, la testa sempre bassa, si accasciò in un angolo dietro la siepe. Decise di stare seduto sul muretto basso della recinzione, a tracciare disegni sul terriccio secco. Appena sentì dei passi, cancellò con la suola della scarpa la rappresentazione di un personaggio forzuto stile cowboy. Apparve Gaia, aveva una salopette marrone e una maglia azzurra, i denti grandi e larghi, i capelli a scodella. “Ciao!” disse, “…Non vieni a giocare?”. Davide fece no. Allora Gaia gli si sedette accanto, gli mise la mano sulla spalla, e si guardarono.
Si guardarono esattamente come si guardarono ora, seduti sul soppalco del locale di Gaia. Uno sguardo che, nonostante gli anni, i viaggi, le intenzioni e le obiezioni, le incomprensioni e le sviste, non sarebbe mai stato nuovo e mai sarebbe invecchiato.
