
ABBASTANZA GENTE
Le librerie sono piene di studenti, e di genitori di studenti che richiedono libri scolastici a prezzi ridotti. “Ce l’avete usato, questo?” “Un attimo che controllo”: la commessa, una bella ragazza con i capelli mori lunghi e uno sguardo e un colorito della pelle tra l’abbronzato e l’indiano sorride ma è un sorriso che stride leggermente, che tradisce un leggero nervosismo dettato dalla mole di persone ferme, occhi puntati e domande pronte, in attesa di essere assistite. Lei pigia i tasti dal pc che sta dietro la cassa. Oltre il bancone, la porta scorrevole trasparente della libreria Ubik lascia intravedere il sottoportico dove i passanti camminano verso la direzione decisa o indecisa. Io sono in coda e aspetto di pagare il libro scelto, ho optato per Due di Irene Némirovsky. Non sono un grande fan degli scrittori francesi, ma mi sono fatto attrarre leggendo poco prima qualche frase e la trama. Anche la copertina, cosa di solito abbastanza ininfluente, mi ha convinto: due silhouettes, un uomo e una donna ben vestiti, ballano romanticamente e dietro, in prospettiva, altre due silhouettes suonano sedute la tromba e il banjo. Mi ha come richiamato gli anni ’20, il chiasso dell’età del jazz e quelle cose alla Fitzgerald. “Solo questo?” mi chiede la commessa. Annuisco e sorrido anche se ho la mascherina addosso. Pago e ringrazio, sorrido ancora, e lei sorride, anche se ha la mascherina addosso; ed è già con il pensiero e gli occhi e il busto al cliente successivo. Questo chiede se è arrivata l’ordinazione a nome…io sono fuori, cammino verso il sole che irradia il porfido della carreggiata di Corso del Popolo. Si sentono rumori di macchine e di campanelli di bici e di arrancare di autobus e di chiacchiere e di porte che si aprono.
Passo davanti al cinema Corso, ha riaperto da poco. Entro, saluto Paola e Augusto, miei vecchi colleghi ai tempi in cui lavoravo lì. Il cinema ha lo stesso aspetto di sempre, d’altronde non è cambiato in dieci anni, perché avrebbe dovuto cambiare in un anno, seppur anno di pandemia? E’ come un’ombra ma luminosa, polvere piacevole di vecchio che rimane in piedi. A stento, ma in piedi. “Come stai?” mi chiede Paola, “Allora?” mi chiede Augusto. Racconto del libro appena comprato, della confusione in libreria, e chiedo se anche in sala c’è confusione. Augusto, ironico, risponde “Eeeeeehhhhh”, gira il braccio come a dire “Eeeeeeehhhhh” un’altra volta, per sottolineare l’ironia. Paola ride di gusto, la sua risata echeggia e riempie il cinema di un altro piacevole elemento oltre alla polvere. “Quattro vecchi e quattro vecchie!” dice Augusto, riferendosi a chi è in sala, e non vuole essere offensivo: quando parla di vecchi e vecchie intende quelli della sua età. Guardo i film che sono in programma -i poster sono appesi in delle vetrine sulla destra dell’atrio. “Forse non ci sono bei film!” “Eh no, infatti. Aspettiamo di vedere con quello di…cos’è che deve uscire?” “Quello di Matt Damon…dicono che sia bello!” specifica Paola. Non so di che film stiano parlando, ma annuisco. Scherziamo un altro po’ e poi saluto, prometto che passerò a vedere il film di (o con?) Matt Damon.
Torno a casa per lasciare il libro, leggere qualcosa, sistemare le celeberrime “due cose” che appartengono a tutti. Si fa sera, il cielo si è scurito e esco di casa, vedo i fanali delle macchine scorrere veloci dal cavalcavia sopra la stazione dei treni. Faccio le scale del cavalcavia, cammino sul percorso pedonale, e guardo i binari per lo più vuoti. Un treno parte. Le insegne dell’Hotel Continental e dell’Hotel Carlton sormontano i tetti degli stessi alberghi che impongono le loro altezza sulla città di Treviso. Vecchie glorie acciaccate, re con la corona ma senza scettro. Scendo le scale e mi ritrovo dalla parte opposta della stazione, il centro si spande davanti a me. Mi dirigo in piazza dei Signori, dove ho appuntamento per cena. Guardo il cellulare, per controllare l’orario. Un gruppo di neri discute sul parapetto che da sul canale delle mura. Le macchine girano a sinistra al semaforo, poi c’è il ponte che divide chi vive bene in città da chi vive male in città: un giudizio molto a spanne. Adolescenti ridacchiano di qualcosa, una coppia di mezz’età si chiede come sia possibile, lei risponde che non lo sa e ha la faccia davvero sorpresa e delusa.
Piazza dei Signori è piena, affollata. Dal portico dove i tavoli dei bar hanno un che di romantico -le coppie ad avvicinarsi in gesti affettuosi- alla piazza in sé, dove i tavoli della pizzeria Da Pino sembrano ognuno aver organizzato un festival di voci e opinioni sornioni e serie. Dov’è il mio festival? Vedo le mani alzarsi sull’angolo lontano, quello vicino al sottoportico e all’entrata della pizzeria illuminata di giallo ocra. Mi unisco a Veronica, Teresa, Marco, mio fratello e la sua ragazza Anna. Saluto, “Ehi!” “Ehi!” “Come va?” “Uh bene, dai. Tu?” “Incasinata all’ospedale.” “L’appartamento non è male, peccato per l’armadio!” “Devo ancora fare le ferie.” “Adesso vediamo cosa mi dice il responsabile. Io ho spiegato le mie esigenze”. Una cameriera mora, stanca di dover lavorare lì ma professionalmente gentile, prende l’ordine. Ordiniamo pizze diverse e birre, birre tutte diverse. Rossa, bianca, bionda, IPA. Ancora una Fanta per Veronica e una bottiglia d’acqua da mezzo per Teresa. Il brusio delle voci attorno non disturba, anzi ci piace unirci. Le luci dei lampioni fanno la loro parte, danno un tocco e un tono all’idea di cenare fuori. Non mancano camicie e mocassini, vestiti scuri e tacchi lucidi; una donna sul tavolo dopo il nostro parla con un’amica ed è sicura di quel che dice, ed è truccata come ad un matrimonio. Anna, appena trasferitasi a Treviso, mi dice che la città le sembra più viva di Reggio Emilia, dove ha studiato e ha abitato per qualche anno. Dice che c’è più movimento. Le dico che adesso è così perché è ancora bella stagione, il settembre estivo, ma poi, durante l’inverno, sarà tutto più spento. Lei risponde che le sembra ci sia abbastanza gente da non spegnersi. Mi guardo attorno. Il vociare non cessa, gruppi di giovani passano per la piazza, le famiglie ridono, i camerieri camminano con la schiena dritta.
Magari è cambiato qualcosa. Magari hai ragione, le rispondo.
