
Ecco il foglio bianco e il cursore che aspetta indicazioni. Di cosa scrivo oggi? Non saprei. Tengo premuto un tasto, la lettera appare a ripetizione e poi tengo premuto il tasto che cancella la lettera. Le labbra scalciano un brontolio. Non ho grandi idea per la testa, inutile negarlo. Ma ne ho mai avute? L’incertezza della risposta non mi ha mai fermato: di qualcosa dovrò pur poter scrivere. Allora scavo nella memoria. Amo l’amore -quello incontaminato da colpo di fulmine- e amo la città che abito e quelle che ho visitato. Penso alle ragazze amate nel frammento di una tempesta, alle uscite imbarazzate tra dichiarazioni soppesate e l’azzardo di un bacio, e allora mi dico…perché no? Scrivere di un incontro tra lui e lei, una passeggiata, un caffè e la promessa di un secondo appuntamento. Perché sarebbe il duecentoquarantesimo racconto sempre uguale: ecco perché no. Raccontare di un viaggio? Anche piccolo…Partire da lì, per vedere dove e se si va a finire da qualche parte. E allora lo vedo, un uomo seduto all’aeroporto. E’ insofferente, come lo sono spesso io nei momenti di attesa. Un pizzico autobiografico non fa mai male. E cosa fa? E’ triste, perché…la ragazza lo ha mollato? Banale, banale, b-a-n-a-l-e! Riprendo a schiacciare il tasto che si ripete all’infinito, così il foglio almeno si riempie; di un grido d’aiuto, più che altro. Il brontolio ora parte dalla gola, un mugolio irritato. Penso ai grandi temi esistenziali: la maturità, le relazioni, l’alienazione, i bivi, l’amore! Perché no? Lo scoccare di una scintilla. Un uomo e una donna. Si incontrano. Lei ha gli occhi scintillanti, lui un’espressione meravigliata e confusa. Poi una passeggiata, un caffè e la promessa di un secondo appuntamento…Che problemi ho? Dovevo ascoltare il consiglio succinto di un amico all’università: “Troppe paranoie. Le devi solo scopare”. Almeno adesso avrei più materiale porno da infilare tra un bacio e l’altro. Fisso il cursore…cosa sta cercando di dirmi? Mi concentro per dieci secondi: non mi sta dicendo niente. Mi alzo, mollo un verso da motore in avaria. Metto su un caffè e intanto guardo fuori dalla finestra le inezie della giornata. L’ispirazione ha talmente tante vesti che è difficile riconoscerla. Abito al piano terra, vedo il sole in mezzo al cielo, uno scorcio di parcheggio, la scalinata di un altro condominio. Non mi pare stia passando l’ispirazione a recuperare la C3.
La fragranza del caffè sale dalla tazzina, sono di nuovo seduto davanti al foglio bianco. Due sorsi, batto le mani per infondermi coraggio, è solo il primo pomeriggio; qualcosa verrà fuori dalla mia testa o dal mio cuore.
Faccio partire della musica dalla cassa bluetooth. Qualcosa di sofisticato, e allora tra i muri rimbombano le ballate jazz e swing degli anni venti, ogni tanto un pezzo di dolce protesta folk. Mai andare oltre gli anni settanta, che poi nel quartiere mi prendono per un tizio qualunque. No, io sono uno scrittore: urlo quei segreti sempre presenti davanti agli occhi di tutti fino a che qualcuno esclama: “Come avevo fatto a non accorgermene prima!”. E allora potrò rimproverare: “Ascolti troppe canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari!”. Penso al dolore delle mie orecchie mentre vengono infilzate dalle canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari e allora mi dico: perché non scrivere del dolore? Ritengo di non saperne granché del dolore. Quando si prospettava una strada impervia e dolorosa, sulla cui cima c’era il celeberrimo tempio noto come crescita, facevo sempre finta di aver sbagliato tipo di scarpe. Inventa partendo da ciò che sai disse Hemingway. Scriverei del dolore con la stessa naturalezza di una bambina che cammina sui tacchi della madre. Prima o poi la fortuna mi volterà le spalle e allora sì, arriverà il momento di scrivere del dolore. Magari sarà il momento di diventare un grande scrittore, profondo, travolgente, atroce e onesto come la vita…ma perché avere fretta? Potrei scrivere di una persona che evita il dolore, lo schiva come un velocista su una pista ad ostacoli. Il cursore mi ipnotizza, non riesco a sciogliere il tema in una storia. Sembra tutto incastrato a dovere: perfettamente forzato. Emetto un ululato soffocato. Grazie al cielo, squilla il telefono. E’ il mio amico Gian, chiede se mi va un caffè. Ci vuole proprio, rispondo.
Siamo al solito bar, sul tavolo ridosso la vetrina. La tenda rugosa e pesante e lilla sfiora la schiena di Gian. Un giornale piegato sta sul tavolino. Finiamo in fretta i caffè perché abbiamo da disquisire. “Ho finito di leggere la biografia di Nat King Cole. Che vita…e che libro”. Rimbalziamo miti come se piovessero dal cielo e bagnassero le nostre labbra e nutrissero la nostra voce. Martin Scorsese, Red Hot Chili Peppers, Patti Smith, Forrest Gump, Charlie Brown, Raimondo Vianello, Renato Pozzetto, Jim Carrey, David Letterman, Katharine Hepburn, Emma Stone, Ryan Gosling, Brad Pitt, Scuola di Polizia, Ronaldo Il Fenomeno. Passiamo al lavoro e l’elenco muta i toni e i protagonisti: chi fa schifo? Il responsabile di quel settore, il responsabile dell’altro settore, il responsabile del mio settore, il responsabile dei responsabili, il responsabile del responsabile dei responsabili; i colleghi che hanno bisogno di ridere, quelli che hanno bisogno di cambiare lavoro, i colleghi che hanno bisogno di far ridere. Risparmiamo qualche ingiuria per dopo -non si sa mai- quindi passiamo a demolire pezzo per pezzo quel film che è piaciuto a tutti e quel programma in televisione che ha segnato il record di ascolti. Soddisfatti, andiamo a pagare e ci salutiamo. “Tu sei un grande” dico a Gian. “No, tu” risponde lui. Consoliamo la nostra sensazione di sconfitta di fronte all’ingiusta (…) indifferenza del mondo.
A qualche cancello dal mio condominio, trovo un bambino seduto su una sedia di plastica bianca. Di fianco a lui, altre tre sedie su cui poggiano dei pupazzetti di mostri ed eroi – alcuni modellini di soldatini. Lui ha il viso fermo, guarda in basso poi me poi di nuovo in basso. Ha le guance piene e l’incudine della timidezza. “Li vendi?” chiedo. Lui fa sì con la testa. Non spiccica parola. Prendo in mano la riproduzione che avevo già adocchiato, Vegeta in versione Super Sayan (l’unico che riconosco in mezzo a quelle strane figure). Chiedo: “Questo a quanto lo fai?”. Il bambino aguzza gli occhi: adesso si trattano affari. “Cinque Euro”. “Te ne do due”. “Quattro”. “Facciamo tre e ci stringiamo la mano”. “Facciamo tre e cinquanta e non ci stringiamo la mano”. Misero bastardello. Gli do i tre euro e cinquanta. Guarda le monete nella sua mano come un cane guarda una bistecca. Io guardo il mio Vegeta come un regalo non proprio azzeccato. Non ha importanza: i piedi seguono quei pochi metri assolati fino a casa e la mia testa scioglie la matassa. Si distende in ogni direzione come una fisarmonica, ha bisogno della mano ad indirizzarla. Un bambino che vuole comprarsi la maglia del suo giocatore preferito, i genitori non vogliono finanziarlo, si inventa di vendere i suoi giocattoli…oh, il dolore di separarsi dai suoi amati compagni del tempo libero! Alla fine anche questo è dolore, un tipo diverso da quello straziante di una tragedia, è il dolore perpetuo delle vite che ci portiamo sul groppone, e ne so qualcosa!
Certo che ne so qualcosa!
Mi siedo sul tavolo…un altro caffè? No, non serve. Meno paziente della mente e del cuore, la mano le dita!- devono dare vita alle parole. Batto sulla tastiera: “Costava quarantasei euro e novantanove cent, la maglia scontata di Ronaldo. Federico aveva scoperchiato il salvadanaio e aveva contato i suoi risparmi. Tre euro e cinquanta. Purtroppo in matematica era un portento e ci mise poco a calcolare quanto gli mancava: quarantre euro e quarantanove cent. Sui quarantanove cent non vedeva grossi ostacoli, erano i quarantre euro ad impensierirlo…”.
E le dita battono, e auguri a chi riuscirà a fermarle.
