QUALCOSA DI DIVERSO – un racconto di Natale

1.

Mi aveva lasciato qualche settimana prima di Natale. Va bene tutto -l’amore passa, la vita è lunga, ci sono cose peggiori come le malattie e le guerre…ma lasciarmi a dicembre? Un po’ di cuore! Vista la decisione, non voleva vedermi per un po’ e non potevo che essere d’accordo. Avevo prospettato le vacanze insieme a lei, un lento ritmo alternato di divano, letto e abbuffate; qualche passeggiata in città per distendere le gambe e lo stomaco. Dovevo rivedere i miei progetti ma era come se non ci fosse stata nessuna sostituzione, solo vuoto e una conseguente, triste rassegnazione. “Vabbè, stavate insieme da quanto? Un anno abbondante?”. Il mio amico Lorenzo era uno che badava alla sostanza: non riusciva a focalizzare il problema ma il ventaglio di soluzioni. “Tre anni e mezzo”. In compenso, non una aveva grande memoria. Eravamo seduti al tavolo di una pasticceria del centro. Dalla via si notava una luminaria blu a forma di campana appesa tra i lampioni, sul selciato passavano mandrie di cappotti abbottonati e chiacchiere divertite. C’era pure il mercantino, baldacchini di legno vendevano ninnoli e sciarpe a motivi di scheletri di neve. Ogni tanto, suonando una campanella, passava un Babbo Natale baldanzoso a rapire l’attenzione di tutti i bambini come una calamita. Sembravano tutti allegri, pure dentro la pasticceria: quanti bei propositi, quanto amore e quanto affetto da donarsi a vicenda…e io? Il cuore spezzato e nessun falegname dei sentimenti libero per mesi. Facevo no con la testa, guardavo la tazza di caffè vuota. “Dai su!”. Lorenzo sbuffò. Teneva le sue belle spalle larghe un po’ più larghe, si guardò attorno con il solito cipiglio sicuro. “Manca neanche un mese a Natale e sono solo come un cane”. “Solo come un cane, dici”. “Senza offesa, ovviamente”. “Nessuna offesa”. Lui era sposato con Sara da un paio d’anni, saldo nel suo contratto d’amore inespugnabile. E avrebbe passato il Natale come sempre: Vigilia a cena dai suoceri e pranzo dai suoi, in un tempo scandito dai soliti auguri, dalle sussurrate e usuali speranze. “Pensa che un po’ della tua sfortuna vorrei averla io” mi disse. Alzai un sopracciglio. “Proprio. Vorrei vederti”. “Davvero. Hai la possibilità di fare qualcosa di…nuovo!”. Sollevò le braccia dal tavolo e le fece ricadere in una sorta di decollo mancato. “Ma è Natale!”. Venendomi in aiuto sul prossimo concetto, dalle casse partì Santa Claus is coming to town di Frank Sinatra. “Pure le canzoni sono le stesse di ottanta anni fa. E sono ancora belle…sai perché?”. Lorenzo bevve un sorso del suo macchiato. “Perché sono sempre uguali! Non c’è niente, assolutamente niente di nuovo”. Alzai entrambe le sopracciglia, gli occhi fari di ovvietà dichiarata. “Ok, ok. E allora…beh, riprendi pure a disperarti”. Seguii il consiglio e ripartii con le lagne.

2.

Mi ritrovai a pensare alla questione delle novità e del cambiamento. In effetti anche lei –si chiama Roberta- aveva annoverato, tra i motivi della perdita del sentimento e della passione, la mia tendenza all’abitudine. E non solo a Natale, ma durante tutte le stagioni dell’anno. Ero forse un inossidabile rompicoglioni fissato con le tradizioni della mia quotidianità? Durante una cena in famiglia mia sorella, senza peli sulla lingua nei miei confronti da quando in tenera età le avevo tirato un sasso taglia XXL sulla testa, lasciandole in ricordo una cicatrice accennata appena dietro l’orecchio, confermò il mio dubbio: “E’ da quando vai alle superiori che vuoi fare sempre le stesse cose. Ogni estate bisognava andare nella stessa casa in montagna. Ogni ultimo giorno di scuola: obbligatorio mangiare fuori la pizza. E da Carla, eh, perché sennò non andava bene…Sei peggio del nonno. Ma almeno lui ha novantacinque anni e lo possiamo giustificare”. Gentile, in fondo.

In quei tardo pomeriggi solitari, passeggiando in mezzo alla folla lenta, impiantai nel mio spirito l’intento di fare qualcosa di…inaspettato. Ma cosa di preciso? Dopo aver divagato sull’albero addobbato nel terrazzino all’ultimo piano di un condominio e sulla vetrina di un negozio di camicie vintage, i miei occhi caddero su un foglio attaccato ad un palo della luce, la pubblicità di un’associazione di volontari in Africa con tanto di foto sorridenti piene di pollici alti. Ecco! Volontariato! Perfetto per il periodo, per sentirsi più utili e più buoni…e perché no? Per trovare un po’ di compagnia. Non volevo di certo partire per l’Africa, sarebbe andata bene un’iniziativa nelle vicinanze. Controllai su Google la lista delle associazioni e ne trovai una vicino casa. Tentennai qualche minuto -il tempo di trovare il coraggio- poi, a passo sicuro per coprire l’insicurezza, mi ci fiondai.

La segretaria dietro la scrivania aveva i capelli ricci, era magra e il viso sembrava disponibile. Mi accolse con un cenno affermativo della testa. “Buonasera, vorrei…vorrei fare il volontario”. Immaginai si iniziasse così, in maniera vaga. “E’ la prima volta?”. La stanza era colma di disegni di bambini -forme insicure di mamme e papà- e aveva un odore che ricordava l’ospedale. Annuii, e di colpo di mi sentii inadatto, la sensazione di voler ritornare sotto la coperta del mio letto ad ascoltare la solita musica, vedere lo stesso film. “Non preoccuparti. Beh, intanto ti lascio qui il foglietto con le nostre iniziative. Pensa a cosa potrebbe piacerti. Ci occupiamo di anziani disabili e di disabilità, di bambini pazienti oncologici o con patologie sistemiche…”. L’elenco era lungo, Quante combinazioni di sfighe esistono al mondo? mi domandai. In ogni caso, la donna mi sconsigliò l’oncologia e i reparti medici in generale, ci voleva un percorso dedicato; gli anziani, magari quelli semplicemente soli e non troppo acciaccati, potevano essere una buona soluzione per rompere il ghiaccio.

Semplicemente soli mi colpì e quando tornai a casa non consultai neanche troppo l’opuscolo: sapevo di aver deciso. Un paio di giorni dopo, forse tre, annunciai a Lorenzo il nuovo proposito. “Sei sicuro di essere adatto?”. Mi fissò per sondare eventuali verità taciute. Espirai. Ci fu un tintinnio di cucchiaini sbattuti; eravamo nella stessa pasticceria della scorsa volta. Fuori il sole timido e una mattinata fredda, meno persone percorrevano il viale e i baldacchini avevano le serrande abbassate. “Mah…Tanto mi sa che non sono adatto a niente” risposi. Ridemmo un po’. “E quindi cosa…?”. “C’è un anziano che ha difficoltà a deambulare e il figlio ha chiesto disponibilità per portarlo in centro per la sua ora d’aria…per così dire. Devo trascinare la carrozzina e fargli compagnia”. “Come quel film! Come si chiama. Quasi amici!”. “Solo che io non sono nero e l’anziano non ha avuto incidenti. E’ solo anziano”. “Ah”. Lorenzo diede una rassettata alla giacca scura, deluso dal paragone fallito. “E quando inizi?”. “Lo conoscerò il 23, vado a casa sua con il figlio”. Ordinammo i caffè e due cornetti. “Te? Pronto per la Vigilia?”. Fece un prrrrrr, poi disse: “Ormai è un rito, lo conosco a memoria”.

3.

Si chiamava Aldo. Pelato, pelle del viso della consistenza di quella dello scroto, non sembrava il classico anziano scontroso e pronto a qualsiasi battibecco per ottenere una posizione vantaggiosa. Era ancora gentile, estremamente gentile in ogni parola. Tremava; soprattutto le gambe, quando si azionavano, sembravano due budini scossi. Ci passai un’oretta il 23 dicembre, ma solo nell’appartamento, bevemmo un caffè in cucina. Rise spesso dei suoi acciacchi. Ci demmo un primo appuntamento per l’indomani, in mattinata. “…Sempre se non hai impegni. Lo passo a prendere poi per mezzogiorno” disse il figlio. Avevo impegni? La sera sarei stato dai miei, la giornata avrei dovuto passarla con Roberta e lei, nel senso più intimo, nel senso più personale per il sottoscritto, non era che un ricordo. “Sono libero, sì”.

Trainavo la carrozzina, lui sorrideva dispensando aneddoti non sempre chiari sul suo passato. Aveva studiato psicologia all’università ma si era ritirato dopo il primo anno; aveva avuto una moglie e si era separato molto tempo prima. Colsi l’occasione per allacciarmi e parlare delle mie agonie amorose. Prendemmo una via all’ombra dei portici, dove le vetrine dei negozi aperti lanciavano luccichii natalizi. L’odore dell’aria sapeva di neve ma non avrebbe nevicato. Poi stemmo seduti su una panchina del parco. Aldo si mise a raccontarmi di quanto gli mancavano le corse in bici lungo il centro per raggiungere il cinema Odeon: da quando aveva smesso gli studi di psicologia e fino alla pensione, era stato il primo proiezionista. Dopo la separazione, quel luogo era diventato la sua seconda casa. In certi casi, dopo le bevute eccessive all’osteria di Remo, ancora in piedi ma con un altro nome e un’altra gestione, la cabina di proiezione diventava la sua prima e prediletta camera da letto. Scoprii il piacere di ascoltare le abitudini altrui, probabilmente per amore diretto delle mie.

 Al ritorno, passammo davanti al cinema. Era chiuso da qualche tempo: la struttura come una piramide rovesciata e le due porte d’entrata da cui si allungava l’oscurità dell’incuria. “Si va avanti” sussurrò Aldo incerto, la mano con qualche leggero spasmo. Annuii con più forza ma con la stessa incertezza.

4.

In quell’anno ci conoscemmo. Cercavo di incastrare il lavoro con almeno tre passeggiate a settimana in compagnia di Aldo. Offriva sempre lui, caffè o pranzi che fossero. Conobbe anche Lorenzo e mia sorella. Passavamo spesso davanti al cinema e a seconda del tempo e della temperatura, pioggia o sole, caldo o gelo, Aldo raccontava la sua storiella: dalla vergogna provata a posizionare i cartelloni pubblicitari dei film porno in agosto alle code infinite e le sedie recuperate per i numeri da record durante gli inverni. Amava quel luogo come un genitore mancato, orfano delle sue attenzioni ed eternamente grato dei momenti passati insieme. Mi lasciavo coinvolgere, rendendomi conto di non avere metri di paragone. C’era ancora il dispiacere per la storia con Roberta, certo, ma sapevo che l’avrei superato prima o poi. A proposito: la rividi tre volte, e riuscii sempre a svoltare su un’altra via prima di ritrovarmici faccia a faccia. Era un comportamento da bambino? Forse, ma purtroppo non me la sentivo, l’orgoglio batteva ancora i suoi ordini.

L’idea mi venne verso luglio. Niente di che, riaprire il cinema per le prossime festività natalizie. Mentre sudavo come un cammello per la calura del periodo, sognavo la solita ambientazione natalizia fatta di calore al cuore e non al corpo. Mi venne in mente il cinema chiuso e la possibilità di dargli nuova vita per qualche giorno, per Aldo, e la sua gentilezza e la sua generosità ricambiata. Ne parlai con Lorenzo e annunciò di essere del progetto senza ricevere alcuna richiesta di sorta. “Finalmente qualcosa di diverso!” mi disse alla nostra pasticceria, per poi tamponarsi la fronte con un fazzoletto di carta, immaginandosi immerso in una sala cinematografica e non più alle cene distribuite come visite mediche obbligatorie a casa dei parenti.

Ci fu molta burocrazia da sbrigare, gli sponsor da contattare e convincere, la partecipazione interessata del Comune. Ad Aldo glielo dissi: a fare una sorpresa temevo gli venisse un infarto. Volle controllare i lavori ogni giorno da ottobre fino alla data prima dell’inizio della rassegna, che, su richiesta imperativa di Lorenzo, era stata fissata per la Vigilia di Natale. In cartellone, nell’unica sala restaurata del cinema Odeon, ci sarebbe stato La vita è meravigliosa di Frank Capra.

5.

L’atrio era stato sistemato a dovere. I festoni scintillanti e dorati correvano dal varco degli accessi fino alla biglietteria a sinistra e al bar sulla destra, dove un forno teneva caldi popcorn in abbondanza. Un albero vero -recuperato da me e Lorenzo- era stato posizionato al centro e il tutto era stato tirato a lucido, con i poster dei film in programma fino al 6 di gennaio appesi alle pareti. All’apertura delle porte, un’ora prima dello spettacolo delle 17, la gran folla fece ben sperare i due principali sponsor dell’iniziativa, una catena di arredamento per la casa e una società di elettrodomestici, e fece venire le lacrime agli occhi al vecchio Aldo.

Stette insieme all’ex moglie e al figlio fino alla fine della proiezione, e poco prima, quando venne ringraziato per il lavoro svolto seguendo i circuiti della pellicola dietro il mantello di mistero lassù in cabina, e convocato sul palco a ritirare la targhetta offerta dal Comune, ad accompagnarlo furono sempre loro, l’ex moglie e il figlio. Venni ringraziato alla fine del discorso e la cosa mi sembrò più che sufficiente.

Dopo il film, le persone si riunirono di nuovo in atrio, dove avrebbe avuto luogo l’aperitivo per brindare alle festività. Tra un saluto e l’altro, Lorenzo venne a mettermi un braccio dietro la spalla. “Guarda cosa abbiamo combinato!”. Era soddisfatto, sotto i capelli ben pettinati per l’occasione il viso aveva la serenità della prova superata. Sussurrò all’orecchio: “…E mi sono risparmiato la solita cena”. Sarebbero andati fuori, lui e la famiglia di Sara, a mangiare in un posto aperto da poco. Lorenzo li raggiunse lì in mezzo al groviglio di resoconti e sorrisi convinti. Scorsi anche Aldo e le sue guance infuocate di rosso dalle risate: probabilmente aveva appena raccontato un altro aneddoto sul cinema e i tempi andati.

Qualcosa di diverso, pensai. Per quanto ci potesse provare e in qualche modo riuscire, a fare qualcosa di diverso, mi si parava davanti la solita invitante tiritera natalizia, quella rara voglia di mettere da parte le puntualizzazioni e le polemiche, cercando per pochi giorni di sorvolare ed accordarsi. Tentare l’audace acrobazia di schiacciare la pesantezza con la leggerezza.

L’avevo vista, Roberta. Quando erano state aperte le porte e in coda ai popcorn, e avevo intuito anche dove fosse seduta in sala. Era in compagnia di un uomo con una barba fitta, magro e i capelli mossi e rossicci. Incrociai il suo sguardo. Teneva un bicchiere in mano; era bella, gli occhi vispi e interessati come sempre. Aveva messo il cappotto che le stava bene, color panna, un po’ sportivo. Mi sorrise timidamente. Sorrisi anch’io, e andai a salutare entrambi e augurare loro un buon Natale.