SCHEGGE DI ROMANTICISMO

Ci incontrammo sotto le coperte, ognuno sulla propria branda deputata al riposino pomeridiano. La sua testa sbucava da sopra il cuscino e i suoi denti sbucavano dalle labbra come una ciliegia su una torta. Eravamo al terzo anno della scuola materna; all’epoca rifiutavo di dormire a comando. Lei si chiamava Francesca. Guardarla negli occhi – degli occhi azzurri chiari ma per nulla glaciali, dall’animo allegro – mi faceva venire la tremarella alle gambe e mi toglieva la fame e mi faceva sognare tante storie su un eroe che ero io e una principessa da salvare che era lei. Quel pomeriggio le domandai in un sussurro se volesse sposarmi e non ho ricordi di una risposta; ricordo solo di averla fatta sorridere e di essermi sentito soddisfatto.

Il tema di italiano avrebbe creato scandalo, si sapeva. “Descrivi il compagno/a di classe che ti piace di più”. Io avevo scritto di Adissa e Adissa aveva scritto di me. Una sorta di match in vecchio stile e in fin troppa giovane età. Guidato da una lotta tra la vergogna per una dichiarazione eccessiva e la voglia di urlare il mio tenero sentimento, finii per raccontare quanta ammirazione provassi per il suo grande talento a palla avvelenata. La maestra lesse quel passo davanti a tutta la classe e Adissa si mise a ridere e a fare su e giù con le mani giunte, come a dire “Ma cosa dici?”. Non era effettivamente questo asso di palla avvelenata. Importava qualcosa? Quando la maestra lesse il passo sui begli occhi scuri, non vidi che espressione fece Adissa perché stavo tentando di sotterrarmi sotto il banco.

Mi aveva messo terzo nella classifica dei più belli della classe. Eravamo in seconda media. Non l’avevo presa bene. Pensai che alla fin fine ne preferiva addirittura due al sottoscritto. Me lo fece anche notare, che mi aveva messo terzo. “Sei contento?” mi aveva chiesto Chiara. Sopra di me i nomi di Alessio e Mirko. “Mica tanto” avrei voluto rispondere, invece dissi “Grazie”. Io tirai fuori la mia classifica, un foglio a quadretti raggrinzito, e gliela porsi. “Ah, mi hai messo prima!”. Riportò l’attenzione sulla sua classifica, cancellò il mio nome dal terzo posto e mi mise sopra Alessio e Mirko. “Adesso!” dissi, come se fosse un favore che non avevo richiesto e che un po’ mi mortificava. A Chiara si tinsero di rosso le guance. “Mi vergognavo…”. “A mettermi primo?!”. Come se avessi avuto problemi ad accettare le glorie! Gettò via il foglio della classifica e ne strappò un altro dal quadernone e ci scrisse il numero 1 e il mio nome in grande e nient’altro.

Distesi sul lettone di casa, avevo voglia di toccarla, di sentire il suo corpo sulla mia mano e sulla mia bocca. I genitori guardavano la televisione in salotto. Si sentiva il presentatore e gli applausi di un pubblico. Agganciai l’orlo della felpa e lo tirai su fino a vedere il reggiseno. Elisabetta mi disse: “Ci sono i miei di là!”. “Ma stanno guardando la televisione” la rincuorai io. Non bloccò la mia mano, che, dopo aver tirato su la felpa, abbassò la coppa sinistra del reggiseno. Come un lattante, appoggiai le labbra a ventosa sul capezzolo. Privo di un particolare sapore, lo avrei continuato a succhiare per l’eternità. L’ombra di una figura si allungò sul letto. Mi staccai e le abbassai la felpa. Il padre era un uomo con la mascella prominente, dallo sguardo severo. Restò per qualche secondo a fissarci. Elisabetta disse: “Ciao papà”. Lui tornò in silenzio nel soggiorno.

Avevamo marinato la scuola e avevamo preso il treno per Venezia. Era fine gennaio, all’ombra si gelava e al sole ci si scaldava. Facemmo colazione in un bar appena sotto il Ponte degli Scalzi. La luce donava all’acqua del canale dei riflessi dorati. Fumammo una sigaretta, poi andammo in un negozio di vestiti, dove Giulia si provò cinque o sei jeans, e dove io la guardai provarsi cinque o sei jeans. Ridemmo di noi due, in un’altra città, in un camerino di un negozio di un’altra città. Arrivammo a San Marco e salimmo sul terrazzo della basilica. Il panorama era la grande piazza semivuota, un segreto tra i pochi presenti. Uscimmo e fumammo un’altra sigaretta. Eravamo liberi nello spazio e nel tempo di una mattinata di metà settimana. “Potremmo tornarci anche domani” disse Giulia. “Sarebbe bellissimo” replicai io.

Qualche settimana dopo mi disse “Potrei amarti” e questa volta restai in silenzio a pregare.

Il Natale era imminente. Io e Camilla ci eravamo trovati per lo scambio dei regali. Aveva scosso il mio, per carpire, ancora incartato, cosa potesse essere. La faccia delusa, l’ovvietà della consistenza: un libro. Esattamente quello che si aspettava, no? Mi chiamò in lacrime poco dopo. Le avevo regalato un volume rilegato con il titolo Le poesie di Camilla inciso in oro; le pagine vuote, in cui scrivere i versi che aveva sempre sognato di creare. Tra le pagine, una lettera, in cui dichiaravo che, nonostante fossero passati mesi dalla nostra storiella di poco conto, ancora sentivo qualcosa di importante per lei. Qualcosa di profondo, e di vero. “Anche per me è così” ammise, tra un singhiozzo di commozione e un altro.

Eravamo andati a letto insieme per la nostra prima e unica volta. Abitavo in un monolocale al pianoterra, in cui il divano, una volta disteso nelle sembianze di un letto sfondato nel mezzo, occupava buona parte dello spazio. Parlammo dei nostri corpi nudi. Marta mi disse: “Guarda, guardati. Tu sei perfetto. Invece io…”. La mia perfezione era ben lontana dall’essere tale, e in quanto a lei, e al suo corpo – la sinuosità di una clessidra dalla pelle color sabbia – quale offesa aveva il coraggio di appiopparsi? La guardai mentre si copriva con la coperta, teneva sul viso un broncio di scoramento. “Ma sei matta?”. Le provai a tirare giù la coperta, mentre mi facevo avanti a baciarla sul collo. “Dai, mi vergogno”. “Di cosa?”. Cercavo di stringerla, di abbassare la coperta e le sue assurde resistenze. “Di tutto, di…Hai visto le gambe? D’estate mi metto a posta le gonne perché non saprei…”. Allora partii dal fondo, dai polpacci: “Smettila, dai” disse, e si mise a ridere mentre continuai a baciarle ogni parte di sé che odiava, sperando che i miei baci potessero farle vedere come stavano davvero le cose.

Ci fermammo sotto un albero di Campo Santa Margherita, a Venezia. Era un pomeriggio invernale già illuminato dai lampioni. Lei aveva una mascherina verdognola, io chirurgica; eravamo in piena pandemia e alle 21 sarebbe scattato il coprifuoco. Dopo un aperitivo e una passeggiata, ora Serena incrociava le braccia e mi parlava, cincischiando con le gambe, dei diritti di qualche minoranza vessata dalla società. Lo sapevo che aveva ragione ma non riuscivo ad ascoltarla, perché avevo una gran voglia di baciarla. Ma come funzionava? Le dovevo chiedere di abbassare la mascherina? Non suonava come una dichiarazione? E poi come facevo a inserirmi in un monologo così appassionato sulle ingiustizie del mondo? Quando terminò, presi coraggio e, come un bambino, le diedi un bacio veloce. Tra la bocca e la guancia, immaginai. I tessuti si sfiorarono appena tra loro. Lei mi chiese: “Non è un po’ scomodo così?”. Alzai le spalle e annuii. Si liberò le labbra e io la imitai nel gesto. Sotto quell’albero di Campo Santa Margherita, se avessi avuto un virus qualsiasi, lo avrei passato appassionatamente a Serena, e viceversa.

Non restava che la notte. La città in silenzio, se non per l’eco di qualche discussione lontana, se non per i miei passi sul porfido e i raggi della sua bicicletta. Eleonora doveva svoltare a sinistra, io avrei continuato dritto. Ci eravamo appena conosciuti. Avevamo scherzato su un suo ex che era un mio vecchio compagno di squadra. “Beh, magari ci rivediamo” mi disse prima di salutarmi. “Magari sì”, dissi, “…Ma con tutti gli incastri che dobbiamo fare, sarà un bel casino”. Lei inclinò la testa, lasciò andare uno sbuffo di fiducia. “In quel caso…ci impegneremo”. “E’ una promessa?”. “Una promessa. Bisogna sempre impegnarsi”. Lei prese a pedalare. Lanciò un ritmato: “B-i-s-o-g-n-a s-e-m-p-r-e i-m-p-e-g-n-a-r-s-i-!” che risuonò tra i palazzi della via. La guardai allontanarsi, e la notte divenne d’un tratto più luminosa.