
Eravamo seduti su un tavolo da esterni, il tramonto degnava di una certa luce il patio del mio appartamento, rendendolo per certi versi affascinante, un fascino di cui risultava difficile elencarne i motivi. Parlavamo di libri, di quale carriera sarebbe stata migliore come scrittore. Il mio amico disse: “Ma alla fine tra Fabio Volo e un chessò…come si chiama quello che hai detto prima? Ecco, quello -non ricordo il nome ma era una personalità riconosciuta e poco conosciuta- chi ha vinto?”. Non definirei ha vinto come la più felice scelta di termini; eravamo in un contesto informale e il quesito era nato da un discorso più ampio, quindi sarò più corretto e specifico. Intendeva dire: chi ha ottenuto maggior consenso e quindi soddisfazione? Chi può dedicarsi serenamente alla scrittura sapendo di incassare più che a sufficienza con i suoi libri? Le ovvie conclusioni del mio amico potrebbero sembrare ad alcuni consone e ad altri stonate. La mia opinione propende per lo stonato, con qualche gomitata d’intesa al consono.
Una gomitata d’ammiccamento: Fabio Volo non è certamente un grande scrittore, e non è neanche un bravo scrittore, ma ha avuto un’intuizione simile a quella che potete trovare sull’autobiografia del regista Frank Capra: “…scoprii che alle persone interessavano le persone”. L’editoria italiana -lo dico da lettore- dovrebbe inciderlo su delle targhette e appenderle in tutti gli uffici disseminati tra Roma, Milano e Torino. La sfida nel raccontare le persone però – il rimando all’ordinarietà- sta nel riuscire ad evitare le parti banali (o a ricoprirle di un particolare interesse), ed è a questo punto che la capacità di Fabio Volo fa acqua un po’ da tutte le parti.
Il mio amico ora potrebbe obiettare: Fa successo
E non lo trovo neanche così scandaloso. A patto che un lettore sappia che sta leggendo qualcosa di puro intrattenimento, senza alcuna pretesa di profondità e, anzi, con una sapiente spalmata -una spalmata che cerca di raggiungere gli angoli più distanti- di superficialità, nessuno dovrebbe vietarsi un po’ di sana e pura distrazione. La vita è piena di rotture di coglioni e il tempo libero non dovrebbe diventare una tassa d’impegno intellettuale ogni volta che si prende in mano un libro o si va al cinema. Ma c’è un ma (o forse più di uno), e ora proverò a parlare da scrittore -aspirante, o in erba, o dovunque sia il caso di posizionarmi- perché la discussione tra me e il mio amico partiva proprio dalla questione “professionale”. Esiste ancora, in quel calderone di discipline definite come artistiche o creative o qualunque crediate sia l’appellativo calzante, un approccio che guarda prima di tutto al dare vita a una propria e unica visione personale. Una sfida che si instaura tra la singola persona e l’opera, una sfida che si può perdere o vincere direttamente nella propria camera da letto e senza alcuna necessità di giudizi esterni. Non riconoscere la propria visione, o riconoscerla solo a tratti, o, quando va tutto a gonfie vele, in ogni aspetto.
A volte il successo o il fallimento intesi dal mio amico, quelli diffusi per la maggiore e legati a numeri e consensi, sono un passo presente solo in un secondo momento.
E sulla scelta -su cosa e come conviene scrivere in questo caso specifico- direi che l’unica soluzione non è seguire gli esempi di successo -né commerciali, né critici- ma lavorare su qualcosa che dia soddisfazione prima di tutto a se stessi. D’altronde se uno sceglie una strada, meglio approfittare dei vantaggi: perché concentrare l’attenzione sull’incremento dell’apprezzamento, quando si ha la possibilità di definire per bene i contorni della propria espressione?
Non che farsi ispirare dai lavori altrui sia sbagliato: sarebbe un auspicio piuttosto scontato prima di tentare qualsiasi carriera. Ma in cima alla priorità c’è sempre l’esistenza -viva, esterna, papabile- della propria visione. Quindi alla domanda riassuntiva del mio amico Chi ha vinto? la risposta è Non ha importanza. Qualsiasi cosa vedranno gli altri, e come reagiranno, sarà già un capitolo successivo (non meno interessante: capire cosa vedono loro che io non ho visto, capire cosa vedo io che loro non riescono a cogliere) perché il primo, leggere quello che ho scritto e riscritto in tante versioni per anni e pensare Beh dai, era più o meno così che volevo venisse fuori,è già stato superato. È un po’ come quel patio di casa mia, quel giorno, con quella luce: era riuscito a catturare un unico e discreto fascino, e il mondo avrebbe potuto attestarlo o negarlo, ormai non potevo cambiare idea.
Aveva già affascinato me.
