
La prima mossa fu iscriversi al gruppo di Facebook “Cerca trova casa/coinquilini/stanze affitto Venezia”; non avevo mai cercato casa, o coinquilini, o stanze in affitto, men che meno a Venezia. I post avevano una veloce introduzione in cui si descriveva la casa nella quale c’era una qualche disponibilità, e chi non era gradito in suddetta casa: uomini, under 30, over 25, gente rumorosa. Si potevano vedere le foto dell’abitazione, poi i commenti che non si facevano attendere e ed erano composti per lo più da tre parole: “Ti ho scritto”. Stava a significare che l’interessato aveva contattato l’offerente sulla sezione di messaggistica privata. Sotto i post, in una giornata i commenti arrivavano alla quarantina. Una guerra, per ogni posto letto.
Mi accorgevo sempre tardi degli annunci che mi potevano interessare o di quelli i cui parametri venivano rispettati dalla mia persona. Mi pareva di aver lo stesso problema che avevo sempre avuto nella vita, il ritardo, anche in quello che doveva essere una piccola ed emozionante avventura verso l’indipendenza totale.
Il colpo di fortuna arrivò dopo un mese circa di accessi e occasioni mancate, per un post che risultava alquanto dubbioso. Non si mettevano limiti di sesso, età o abitudini; il prezzo era interessante per essere un monolocale; le foto erano carine ma soffuse, inquadravano i particolari, come se si volesse nascondere quello che stava oltre la cornice. I commenti erano pochi. Scrissi un messaggio alla ragazza che aveva messo l’annuncio: “Ciao, sono Pube…” e poi commentai: “Ti ho scritto.”. Lei mi rispose, gentile e cordiale, all’istante. Ci mettemmo d’accordo per vederci vicino ad un campo, da dove mi avrebbe guidato dritto dritto al monolocale. Lei aveva i capelli mori, era bassa e piuttosto carina, e sembrava rilassata; mi convinsi che non stava cercando di fregarmi con qualche alloggio fantasma. Quando ci trovammo davanti al portoncino rosso cominciai a comprendere che non erano tanto le fregature, ma le condizioni a dovermi preoccupare. Il monolocale era al pianoterra, imbucato in una calle stretta e mai illuminata dal sole. Di fronte all’entrata stava la cucina di un ristorante che a fasi alterne, mi raccontava la ragazza, produceva odori succulenti e nauseabondi; dipendeva se stavano cucinando o stavano raccattando immondizia e avanzi. Una volta entrati, a due passi contati, c’era il letto. Un letto matrimoniale, concavo verso il centro, che si poteva racchiudere in un divano. Subito a destra un tavolino faceva da comodino, scrivania e piano per il pranzo. A sinistra un frigo, formato mini; nessun freezer. Su una rientranza del muro, la cucina: un fornello elettrico a due piastre, e un lavello. Formato mini. Il bagno si trovava alla destra del letto; vi si accedeva da una porticina in legno, dopo un armadio. Era una linea di piastrelle beige, e in successione si trovavano il lavandino, il telefono della doccia e la tavoletta. Per arrivare alla tavoletta, bisognava abbassare leggermente il capo e le spalle. Il mocio sotto il lavello serviva ad asciugare l’intera seppur misera superficie dopo la doccia; lo scarico non scaricava bene.
“So che non sembra granché però è una sistemazione simpatica.” disse la ragazza.
Presi le chiavi e risposi: “E’ bellissima.”
Non avevo l’Adsl, e neanche i dati mobili; i palazzi attorno oltre a schermare i raggi solari, bloccavano pure il segnale. Avevo un fornello, quello grande, che dedicavo alla pasta, e quello piccolo, al caffè. Dopo un primo periodo da disoccupato, trovai un lavoro in una mostra, come cassiere. Ero contento di andare al lavoro, perché non sapevo cosa fare a casa. Leggevo, guardavo qualche film dopo che avevo preso in prestito dai miei un televisore e un vecchio e scassato lettore dvd, ma questo era tutto. Mi costringevo quindi ad uscire: passeggiavo, passeggiavo passeggiavo. Ma non potevo passeggiare all’infinito. Quindi tornavo a casa, e non sapevo di nuovo cosa fare.
Mi mettevo a dare una pulita ogni tanto, ma ci mettevo talmente poco, una mezz’ora, e tutto già splendeva; mi facevo la doccia e una volta allagato il pavimento del bagno, pulivo pure quello.
Dormivo molto.
Questo durò per qualche mese finché una collega se ne uscì con un: “Un nostro coinquilino se ne va, e dobbiamo trovarne un altro.”. “Una singola?” “Sì.” “A quanto?” “Trecento più spese.” “Vengo io.” “Non vuoi vedere la casa prima?”. Andai a vedere la casa.
La mia collega, una tizia allegra, bassa e dalle guance paffute, mi condusse al quarto piano di un complesso di condomini poco curati ma graziosi, dove centralmente una corte con il pozzo dava un tocco poetico alla struttura. Superato l’uscio dell’appartamento, mi ritrovai inondato dal sole, finalmente la luce bianca in casa, di quelle fastidiose che chiudono gli occhi! Alla mia destra un salotto aveva lo stesso arredamento di quello dei miei nonni, abitanti contadini della periferia veneta. C’era un’enorme credenza marrone scuro, con dentro ceramiche, foto ingiallite, coperte e oggetti dimenticati ma preziosi, poi un tavolo rotondo, un divano ammuffito, e quadri di qualche artista del sestiere. Prosegui nella cucina, dove il lavello sembrava una tinozza e il fornello, questa volta a gas, quello della casa vacanze al mare. Il bagno aveva delle belle piastrelle azzurre e la vasca da bagno fungeva anche da doccia; l’infisso della finestra era scrostato e lasco, quindi passavano spifferi e si accumulava polvere difficile da eliminare. Entrai in quella che sarebbe diventata la mia nuova camera. Un mobile e un armadio, in legno entrambi, facevano gli onori, a destra e a sinistra, poi il letto, un materasso largo su una rete a doghe più stretta; di fronte al letto, un tavolino bianco. Polvere sul pavimento, polvere sul tavolino bianco, polvere sulle due lampade, di cui una non funzionante. Dalla porta finestra, si poteva vedere la calle, il canale, i tetti, un canale più largo e azzurro brillante, e un hotel imperioso, ricavato da un vecchio molino industriale. La luce del sole si estendeva dappertutto e non vedevo l’ora di risvegliarmi con quella vista, e con quella luce.
“Magari non è nuovo, ma è molto luminoso!”.
“E’ bellissimo!” risposi. Avevo già le chiavi in mano.
Quello che non avevo ancora visto era l’altana, sopra il condominio; una pedana larga e comoda che dava sulla città, la sormontava, quasi fosse un tempio rovinato dalla ruggine e dalle intemperie. Ci feci un paio di cene, per gustare l’aria frizzante della laguna. Avevo Internet, e con quello lo streaming e i social. C’era la lavatrice e lo spremiagrumi. Facevo fatica a dormire, dato che dovevo davvero trovare l’equilibrio con il materasso instabile sul letto, ma risultava facile svegliarmi; la luce, la vista e il tepore erano un eccellente modo di cominciare le giornate.
Cambiai lavoro nel frattempo, e avrei cambiato ancora casa.
La successiva non aveva la polvere.
