SUL DORMIRE

Tra le attività che mi hanno costantemente appassionato nei miei 33 anni di vita c’è il dormire. So che sarebbe il caso di non dirlo, di tenerlo per me pena un calo del sex appeal e dell’idea che alcune donne potrebbero essersi fatte del sottoscritto, ma tra del buon sesso e una buona dormita, io scelgo una buona dormita.

Il sesso ha il difetto di prevedere dell’altruismo, che va bene, è una delle tante attività della vita che lo prevede: il piacere della persona con cui ho raggiunto l’amplesso deve averlo raggiunto a sua volta, e non è solo quello, deve anche avere un certo piacere negli occhi e nel sorriso, e il respiro affannoso e altre duecento cose che, tutte insieme, condizione si ne qua non per ritenermi pienamente soddisfatto, mi sarà capitato di vedere nella mia lei giusto un paio di volte. Per il dormire, invece, sono solo io; è solo il mio piacere, i miei occhi chiusi, il mio corpo rilassato che respira come un trattore in gita, i miei sogni, i miei pensieri in dormiveglia che vi si mischiano. La semplice azione si appaga di se stessa, senza particolar impegno se non quello di non metterci alcun particolar impegno.

Se da bambino non ho ricordi di questo amore incondizionato per l’attività -che d’ora in avanti per onestà intellettuale chiamerò Non-attività– forse perché da bambini c’è questo insostenibile bisogno di conoscere e scoprire e parlare e correre e sporcarsi il più possibile, lasciando la Non-attività in un angolino al quale aggrapparsi solo quando si è costretti dall’estrema stanchezza e dall’estremo ammorbamento dei genitori, il piacere anche solo del ricordo di me abbracciato al materasso comincia a farsi vivido sulla scia della tarda adolescenza. Sulla scia fumosa delle mie serate in discoteca.

Non ho ancora capito perché sono andato così tanto in discoteca durante gli anni del liceo. Non mi piaceva. Non mi piaceva ballare, non mi piaceva provarci con le ragazze ballando; mi piaceva chiacchierare e fumare, e in discoteca la cosa era, similmente alla Non-attività da bambini, relegata ad un angolino all’aperto, dove ci si accomodava giusto il tempo di qualche tiro prima che partisse la canzone del momento, che, per essere fastidioso, snob, e sincero fino in fondo, non mi piaceva mai. Che il genere fosse house o techno o un misto, o eccetera, eccetera. Il massimo del divertimento della serata, per me, era il pre-serata, quello in cui decidevo come vestirmi, e curavo il ciuffo di capelli: a dargli una definizione adesso, direi un ridicolo uncino rosso che copriva l’occhio destro e dava a tutta la testa una strana conformazione a barca rovesciata. Una volta pronto, specchiato un milione di volte in ogni specchio, specchietto e vetrina incontrata nel tragitto, entravo nel locale, salutavo con entusiasmo gli amici, i conoscenti, bevevo subito il drink gratuito in omaggio con il biglietto, e mi sedevo, faccia abbacchiata e sguardo perso, in attesa che arrivasse il sonno. Può sembrare un atteggiamento da vecchio bavoso pronto alla pensione -sono d’accordo- ma il fatto di essere puntualmente in buona compagnia mi ha sempre consolato e convinto che a cambiare abitudine non ne sarebbe valsa la pena. Fatto sta che la vera sfida cominciava verso le quattro del mattino, quando, ormai seduto da tre orette, senza calcolare gli andirivieni per le sigarette, dovevo aspettare l’amico proprietario della macchina che aveva dato il passaggio, oppure dovevo aspettare che l’amico, mio ospite-passeggero, ci provasse per un’altra ora con la ragazza con cui si strusciava ormai da inizio serata, perché “…ormai ci sono quasi. La faccio bere un altro po’ e….in caso non è che mi presti le chiavi della macchina? Così abbiamo un posto tranquillo per…sai…”.

La vera resistenza in tutto ciò rimaneva tenere aperti gli occhi. Non aiutava neanche la musica sparata a mille. Resistere, resistere, mi dicevo, tra poco arriverai sul fedele, morbido, due volte fedele, caldo, letto. Quando arrivavo a casa -magari era inverno e già il tepore che aleggiava in salotto mi dava la prima carezza come un bellissimo e dolce preliminare- mi spogliavo e, se sentivo russare i miei, facevo una doccia veloce, mi profumavo (di nuovo), lasciavo i capelli scompigliati e abbracciavo il cuscino come un seno e allo stesso modo lo baciavo. La schiena si distendeva, si inarcava e si mollava in un peso morto, le gambe rigide rilasciavano leggeri dolori, piacevoli come un grattino, e, intravedendo la luce del giorno solcare i fori della tapparella e spiaccicarsi sulla parete, mi lasciavo cullare dalla mia Non-attività preferita. Certo, lo scenario cambiava a seconda anche della condizione: le volte che il mio stomaco si era rivoltato dal troppo alcol (a volte, quando il portafoglio lo permetteva, combattevo la noia da discoteca con beveroni di vodka simili nell’assunzione ad una medicina, con effetti collaterali previsti e comuni) l’addormentamento arrivava più simile ad uno svenimento, e puzzavo di più, sì, di cosa è meglio tralasciarlo, ma quel secondo di piacere, il brivido del sonno che mi prende tra un delirio e l’altro dettato dalla vodka, l’ho quasi sempre vissuto con precisione e incredibile nitidezza.

La Non-attività è bella non solo alla partenza, ma anche all’arrivo. Anzi, ancora di più: agli arrivi. Infatti –questo fino a qualche anno fa- il piacere di svegliarsi alle dieci o alle undici, sbirciare la sveglia, rendersi conto di esserci e di poter rimanere distesi e abbracciati alle coperte ancora per quanto desiderassi è una delle sensazioni più simili al sentirmi dire ti amo abbia mai provato. Ho scritto “fino a qualche anno fa” perché, con l’età adulta, le piccole gioie della vita si fanno sempre più rade e, non si sa perché, facoltative. I pensieri sul lavoro, sul Non-lavoro (altra Non-attività di cui posso vantare una certa esperienza nelle sue improbabili sfaccettature e a cui potrei dedicare qualche pensiero), sui bivi e le decisioni, gli affetti da tenere e da lasciare, non fanno altro che intromettersi in quei piacevoli momenti in cui dovrei essere solo io e il mio materasso a ballare il solito lento. Questo sia alla partenza, causando addormentamenti inspiegabilmente tardivi, sia all’arrivo, causando spontanee aperture degli occhi e della coscienza in orari imprevisti, esageratamente precoci rispetto alla sveglia programmata sul cellulare. Se le grane sono spesso inevitabili per vivere, un amante della Non-attività come me si trova in difficoltà anche in momenti solitamente intesi come piacevoli e desiderabili.

Prima ho accennato all’altruismo. Vero che sul piano meramente intrinseco il dormire non richiede alcun nobile gesto verso l’umanità, ma, dato che il mio carattere tende alla generosità, mi è capitato di non svolgere la Non-attività, o di ritardarla, a causa delle difficoltà di persone a cui voglio bene a rilassarsi e lasciarsi andare alle trame del mito e  mitologico Morfeo. E’ capitato con mio fratello, che, stressato e attanagliato da un periodo lavorativo complesso, ha avuto difficoltà nella Non-attività sia in partenza che in arrivo. Abbiamo sempre condiviso la camera fin da bambini e tuttora è capitato di condividerla durante qualche weekend a casa dei genitori, quindi, come devoto ad un compagno di avventure, ho scioperato e mi sono battuto contro la chiusura dei miei stessi occhi, per solidarietà e, letteralmente e figurativamente, fratellanza.

Una seconda volta è invece capitato che il mio proverbiale moto altruistico sia stato scambiato per disaffezione. Ero con la mia ragazza, e lei, sottolineo, lei, aveva deciso di venire a dormire nella taverna di casa, dove stazionava un solo letto singolo e un divano. Ci eravamo abbracciati con dolcezza e avevamo fatto del sesso con la maestria di chi si conosce senza eccessiva abitudine, e quando è arrivata l’ora di coricarsi dopo chiacchiere insistenti su un mucchio di cose -un mucchio di cose che non avrebbero importanza se non quando se ne parla con la ragazza o il ragazzo- mi sono alzato per posizionarmi in formazione distesa sul divano. Lei mi ha detto: “Ma dove vai?”, io: “Sul divano.”, e lei: “…Ma non dormiamo insieme qui…sul letto?”, indicando con la mano il giaciglio sul quale era distesa. Io le ho riposto “Ma è un letto singolo!” come se lei stesse invitando a dormire sopra un comodino e io avessi risposto: “Ma è un comodino!”. Si è leggermente offesa ma –ne sono certo- non ha mai riflettuto sulla portata di generosità del mio gesto, sia nei suoi confronti, dato che le avevo lasciato un letto per la notte, che di entrambi,  avendo garantito a ciascuno abbastanza spazio vitale per dedicarsi alla Non-attività.

Ancora oggi, quando so che devo svegliarmi presto per un motivo qualsiasi, anche una vacanza, mi prende un magone già da prima di cena. La preoccupazione di non aver abbastanza tempo per godere delle ore dedicate ad una delle mie più grandi passioni è tangibile, somatizza in sospiri e occhi spiritati che chiedono in un silenzio che sa del suo contrario, la confusione: “Come farò?”. Come farò? Come farò? Come farò? Come farò?

Tutto questo per dirvi che, quando vi auguro la Buonanotte, per quanto mi riguarda, è una cosa seria.