
Ho sempre avuto un debole per il made in Usa. Purtroppo è così, mi scuso, ma lasciatemi spiegare prima di condannarmi a dieci anni di concerti country e noiose gare Nascar in cui si prega per un incidente che ravvivi l’atmosfera. Ci sono state, durante l’adolescenza, due vivide passioni alle quali mi sono affezionato tanto da mantenerle fino ad oggi: il basket e il cinema. A cui poi se ne è aggiunta una terza, la narrativa.
Per quanto riguarda il basket, quello che io considero basket non si gioca in Europa. Dei vari campionati nazionali in zona non ho mai visto mezza partita, se non quando avevo otto anni e la Benetton era in serie A. L”Nba: lì si gioca il vero basket. Molti penseranno il contrario, con ogni probabilità i più esperti diranno che in realtà è in Europa dove si esprimono al meglio i fondamentali e gli schemi tattici, e magari è anche vero, ma un’altra verità è che a me i fondamentali annoiano come poche cose al mondo, e tra queste poche cose posso annoverare anche gli schemi tattici. Schiacciate, passaggi dietro la schiena, alley oop: era questo quello che volevo vedere e volevo imitare (ovviamente l’imitazione mi è sempre venuta male: un cane che vuol fare il lupo fa sempre una figura da cane). Se era già nato con la visione di Jurassic Park e del Titanic, il mio amore per l’intrattenimento si rafforzò grazie al modo di giocare istintivo e libero dei vari Vince Carter, Jason Williams, Shaquille O’Neal e compagnia bella.
Ma il colpo di fulmine è il colpo di fulmine quindi, come già accennato, Titanic e Jurassic Park furono gli apripista per una lunga sequela di film visti e rivisti a casa e in sala, weekend dopo weekend, anno dopo anno. Finii a studiare proprio quella materia all’università: il cinema in ogni sua forma e aspetto. Anche nelle aule ariose e moderne dei palazzi accademici la mia passione si trovò davanti un muro, il parere degli esperti, i quali ritenevano molto più istruttivo e decoroso allenare e disquisire del cinema nostrano e europeo. Non che fosse sbagliato, a posteriori devo dire che la mia ignoranza è stata abbattuta a suon di dai e dai e lunghi piano sequenza di Truffaut e attori presi dalla strada di Rossellini, ma il mio interesse per l’intrattenimento non trovò terreno fertile da coltivare come credevo. Forse mi vergognavo a dichiararla, quella mia passione, forse si vergognavano un po’ tutti. Era un periodo in cui si dovevano conoscere date precise e significati celati, in cui era meglio avere una risposta vaga piuttosto di una domanda ben posta, in cui le ragazze si facevano affascinare dalla pronuncia francese di quel regista o dall’aneddoto su quell’attore poco famoso, ma dall’indubbio talento. Figuratevi se non stavo al gioco. Di nascosto però, nelle sere d’estate mosce e in compagnia di qualche amico fidato, continuavo la visione di film che avevano qualcosa da raccontare e poco da insegnare. Era questo il punto: saper raccontare non è mica sapere: è intrattenere. E chi meglio degli americani? Chi meglio delle menti che hanno partorito Star Wars, Ghost, Via col vento e i meccanismi da trappola delle serie tv?
I libri arrivarono qualche anno fa, una scoperta inaspettata, in cui la libertà di movimento nel campo da basket Nba e lo sviluppo di una trama confluirono nelle possibilità di dar vita a personaggi e situazioni più complesse. Al posto della pala, sentivo di aver tra le mani una scavatore. Anche qui ad avermi entusiasmato per primi sono stati gli autori americani, d’altronde sono loro ad aver creato lo show don’t tell, la narrazione non raccontata ma mostrata. Immagini, scene, senza spiegazioni di sorta, senza preamboli o requisiti necessari alla comprensione. Ciò che leggi accade, e il significato lo ricavi tu, lettore. Ci sono racconti di cui ancora oggi mi sfugge il significato, ma quanta libertà si respira nell’incerta interpretazione personale?
Come tutti i pacchetti, anche il modello americano ha i suoi difetti (numerosi difetti); e il difetto più comune è spesso quello di portare all’esasperazione i punti di forza. Quello di esagerare. Quindi, prendendo ad esempio una partita Nba, oltre alle belle azioni di gioco, si avranno i giocolieri in costume che saltano e schiacciano dal tappetino elastico, la mascotte ballerina con le cheerleaders, qualche spettatore che si giocherà un assegno taglia xxl tirando dalla metà campo durante gli intervalli, l’inno nazionale intonato da una bambina bionda di dieci anni e cantato dal palazzetto intero. Uno show in cui la partita rimane quasi sullo sfondo delle scintille di eventi e stramberie varie.
Grazie al Coronavirus, in questo momento le partite sono solo partite, e l’intrattenimento è quello buono: il succo ben spremuto dal frutto dell’americanismo rampante. I giocatori giocano in delle palestre modeste, le urla sono limitate a chi rimane in panchina, il collaterale restante, azzerato. Solo belle azioni. Solo basket, del mio preferito, quello istintivo e libero dagli schemi.
Ci è voluta giusto qualche costrizione in più per goderne.
