
Qualche giorno fa passavo per le vie deserte della città e, vuoi il caso, vuoi che avessi bisogno di rivederla per chissà quale ragione, mi sono ritrovato davanti alla biblioteca comunale. E’ un edificio imponente, con due ali che hanno l’aspetto di due capannoni, un cancello centrale in ferro e uno spiazzo interno, che ospita panchine, due scalinate bianche e una statua dalle linee rigide. Chiusa e vuota, la osservavo come fosse stata una foto in bianco e nero, un ricordo di un certo periodo della mia vita, un luogo dove avevo piantato le radici. E che radici.
All’università avevo deciso di non frequentare così assiduamente le lezioni: non ne vedevo lo scopo. Era evidente non servisse far tutta quella strada per accaparrarsi un posto tra i banchi in prima fila e ascoltare il professore, la cui faccia e voce erano solitamente più stravolte e annoiate delle nostre. C’erano già gli appunti richiesti o rubati ai compagni, e bastavano, eccome se bastavano. Le scorciatoie erano note. Ai miei però queste scorciatoie non convincevano molto, quindi qualcosa dovevo pur inventarmi per far credere loro di riempire le giornate con il sudore dello studio e delle note scritte in minuscolo agli angoli delle pagine. Presi allora la buona abitudine di frequentare la biblioteca, un ambiente saturo di studenti poco brillanti e ancor meno volenterosi come il sottoscritto. Ci mettemmo poco ad influenzarci a vicenda, a dedicarci alle attività ricreative piuttosto che agli esami.
C’era da divertirsi più che da sudare.
Arrivavo, quando la giornata era buona, sulle dieci, dieci e mezza (quando il sonno non lasciava scampo mi presentavo direttamente per il pranzo). Sfilavo i libri dalla tracolla, mettevo la tracolla nei depositi posizionati dopo l’entrata, degli armadietti simili a quelli delle high school americane, e prendevo le scale per raggiungere il primo piano, dove tavoloni disposti in orizzontale accoglievano ragazzi e ragazze intenti ad armeggiare con l’ingegno e la memoria. Beccare il mio gruppo era facile: erano quelli che armeggiavano con le chiacchiere, gesticolando animatamente senza alcun riguardo per le dispense aperte in un punto a caso. “Mi avete tenuto il posto?” chiedevo sottovoce. “Quello lì!”. Attorno al gruppo, pile di libri su varie postazioni altrimenti libere fungevano da prenotazione per gli amici ritardatari e quelli che avremmo segnato come assenti a fine giornata. Scostavo la pila, restituivo i libri a chi li aveva messi a disposizione, posavo i miei, e annunciavo: “Sigaretta!”. E “Sigaretta!” era il coro di risposta. Allora facevamo la stessa strada che avevo appena percorso e ci ritrovavamo sullo spiazzo, abbarbicati su di una panchina a domandarci “Che si dice?” mentre accendevamo ognuno la propria sigaretta, chi Camel, chi Chesterfield, chi quelle casalinghe, filtro e cartina corta. Non che si dicesse granché, ma qualcosa riuscivamo a tirarlo fuori comunque: una partita, un album, un film, un pettegolezzo. Ridevamo rumorosamente, il silenzio piombava solo quando scrutavamo con giudizio critico le ragazze che ci passavano davanti, truccate, ben vestite e dirette all’entrata. Finita la sigaretta andavamo a far colazione: avremmo potuto andarci direttamente, ma una giornata interamente dedicata alla ricreazione ha dei ritmi blandi e poco ottimizzati. Occupavamo un tavolo ad un piccolo bar lì vicino, un bar che aveva la vetrina chiara senza tende e i tavolini dipinti di verde e di blu. Parlavamo, parlavamo, parlavamo e parlavamo, poi pagavamo il caffè e la brioche, e, sul marciapiede, fumavamo un’altra sigaretta. Tornati allo spiazzo, chi era iscritto a economia, ingegneria o giurisprudenza saliva per darsi un tono, ma era una mossa per salvare solo le apparenze, anche perché in una ventina di minuti sarebbe sceso nuovamente per andare a pranzo. Noi, quelli che avevano a che fare con lettere, comunicazione o cinema, stavamo fuori a fumarci un’altra sigaretta e a inventarci nuovi progetti artistici da far arenare nel giro di una settimana o due.
Una volta che il gruppo si era ricompattato, come fossimo una gang di quartiere, a passo ganzo andavamo all’osteria, dove occupavamo il terzo tavolo della giornata, questa volta all’aria aperta, sul plateatico ai bordi della strada e coperto dai tendoni beige del locale. Facevamo un aperitivo, fumavamo una sigaretta, ordinavamo un panino, fumavamo una sigaretta, mangiavamo il panino, fumavamo una sigaretta, bevevamo il caffè e fumavamo una sigaretta. Stavamo alla grande. Ogni tanto si univa qualche ragazza ma non si ritrovava mai nei nostri tempi: prendeva a lamentarsi della nostra ricercata lentezza e del numero di sigarette fumate; probabilmente si sentiva in mezzo ad un inceneritore. Aveva anche ragione ad infastidirsi, ma a noi non interessava aver ragione: noi volevamo goderci i nostri vent’anni e basta. Eravamo all’estremo opposto della ragione.
Di nuovo allo spiazzo, la nostra spiaggia, il nostro sole, il nostro mare, stramazzavamo sulla panchina vittime dell’abbiocco postprandiale. I raggi scaldavano i nostri visi e noi allungavamo le gambe e le braccia in stiracchiamenti epici e solenni. Per infondere un po’ di grinta arrivava sempre la più importante delle questioni: “Che si fa stasera?”. Si mettevano sul banco (banco, per dire) proposte e idee: calcetto, cinema, poker, i fortunati avevano già un appuntamento più o meno romantico. Si faceva lavorare il cervello e, presi dall’entusiasmo, ci fiondavamo al bar per un altro caffè: certe scelte richiedevano una certa concentrazione.
Verso il crepuscolo, i soliti di economia, ingegneria o giurisprudenza tentavano un’ultima e fallimentare sortita sui banchi di studio, mentre noi di lettere, comunicazione e cinema organizzavamo qualche gioco di società, come “chi ha il cappello?” o “cosa porti sulla luna.”. Se non li conoscete, niente di cui preoccuparsi: non vi siete persi granché. Il buio annunciava l’ora della mia ritirata, come non avessero ancora inventato il fuoco a tener lontani i pericoli del mondo; quindi me ne risalivo, riprendevo i libri rimasti perennemente chiusi e me ne andavo a recuperare la tracolla ai depositi. Fumavo la sigaretta del congedo e con alcuni ci davamo appuntamento a dopo, un fitto programma già in tasca per la serata.
Seduto a tavola per cena, i miei chiedevano sempre com’era andata la giornata e io cercavo di riassumere la cosa in poche parole. Ero solito dire: “Sono andato in biblioteca.”. Loro si guardavano e mi chiedevano, perplessi: “A fare cosa?”. Io allargavo le braccia, contrariato: “Come a fare cosa? Cosa si fa in biblioteca?”. Mio padre mi fissava e controbatteva severo: “Cosa si fa in biblioteca, sentiamo.”.
“Si studia, papà. Si studia.”
