
Mi imbarazzo spesso, in situazioni nuove o abituali. Non è una questione di esperienza ma di carattere; un modo di essere che mi appartiene e che non posso eliminare dalle mie caratteristiche.
La prima volta che ho affrontato una ragazza per cui provavo una sorta di tenero affetto andò così.
Eravamo in ricreazione, e lei mi fece: “Mi hanno detto che ti piaccio.”. Io diventai rosso sulle guance, sulla fronte, sul collo, ovunque, e risposi: “Ma no.”, perché pensavo le desse fastidio che un suo compagno la apprezzasse in quel senso. Lei insistette: “Sicuro?”. Io sempre più rosso: “Sì”. Lei: “Sicuro, sicuro?”. “Sì.”. “Allora ciao.” “Ciao.”
Questa fu la mia prima storia d’amore.
Arrossisco con facilità. E’ sempre stato un tratto che mi ha infastidito, perché ogni volta che sono al centro dell’attenzione per un compleanno o in una discussione, si nota il mio disagio, la mente trasmette tramite il colorito il suo malessere e io non posso nascondere la cosa, è lì alla portata di tutti quelli che hanno gli occhi. Peperone, pomodoro, come preferite definirlo, e avendo i capelli ramati, le battute vengono sfornate senza sosta, una dietro l’altra. Io solitamente rido, una risata di nervosismo che mi mette ancora più a disagio.
Ci fu la volta che entrai in una partitella di allenamento, a calcio, desideroso di fare una grande prestazione ma, forse per la troppa foga, feci tre autogol in due minuti; venni sostituito subito e tornai a sedermi su un pallone sgonfio a bordo campo. Rosso in viso, ramato in testa, mi sarebbe piaciuto andarmene; avrei voluto saltare la fine dell’allenamento, il momento della doccia, il ritorno a casa con papà che mi chiedeva come fosse andata la giornata, e infilarmi in silenzio sotto le coperte, dove potevo rimanere rosso quanto volevo, o quanto voleva il mio infimo subconscio.
Per contrastare questa sensazione, che paralizza nei momenti in cui uno dovrebbe scattare e sparare le cartucce migliori, cominciai a studiare un metodo: far finta di non essere così imbarazzato, di essere tranquillo; far finta che il colorito fosse solo uno sfogo involontario, niente che avesse a che fare con me. “Come mai sei così rosso?” “No, sarà che ho fatto una corsa.” “Ma siamo in classe da tre ore!” “Ieri, ho fatto una corsa ieri.” “Ti senti bene, sicuro?” “Da Dio.”
Durante il secondo anno delle medie, prima di arrivare a scuola, poggiai senza accorgermene lo zaino sulle feci fresche che aveva scaricato il mio cane di nascosto in salotto. Durante l’ora di educazione tecnica, mentre spostavo lo zaino, una mia compagna si accorse della striscia marrone che lasciava sul pavimento. Bastò niente di più di un dito che indicava, una risata fragorosa e in men che non si dica tutti mi guardavano ridendo; io facevo spallucce, ostentavo una sicurezza rigida e impacciata, intanto il mio viso s’incendiava, e bruciava, bruciava, bruciava. Quando raccontai a mia mamma l’accaduto, lei mi disse: “Che imbarazzo!”, e io continuavo con il mio piano, fingere: “No perché? In fondo mica erano le mie feci.”
Arrivò l’adolescenza, inizialmente indolore, poi sempre con più dirompenza e danno; la prima volta completa, un disastro in secondi, e le bocciature a scuola, i litigi con i miei, il viso costantemente rosso, la vergogna per quello che ero di default, la voglia di continuare a esistere ma di sparire nello stesso momento. Gli ormoni sono davvero portentosi quando si mettono a lavoro.
La superai, e superai anche quello stato di malessere tipico del periodo. In quinta superiore fu in un’interrogazione di fisica che diedi il mio meglio; che raggiunsi il mio massimo livello di rossore. Avevo tre, tre virgola sei, di media. La professoressa cominciò a dettarmi quella che era una boh, non ricordo neanche, una formula? E mi disse delta qualcosa, e io scrissi alla lavagna: “Delta”. Non feci il simbolo, neanche sapevo cosa fosse. Dopo qualche risata e le mie guance che avevano la temperatura di un forno, la professoressa mi disse di andare pure al posto. Voto confermato.
All’università, come gli altri attorno a me, mi trovai catapultato in un ambiente nuovo, quindi mi sentivo bene, sconosciuto in mezzo a sconosciuti che dovevano farsi conoscere. E se me ne stavo per i fatti miei, nessuno rompeva troppo: i branchi delle città natale si erano sparpagliati e lì molti si creavano un gruppo, molti altri no. Quindi facevo un po’ quello che mi pareva.
Fu a Londra che diedi una prova eccellente di me stesso, alla prima con la lingua straniera. Me l’ero cavata bene fino a quel momento, avevo preso l’aereo da solo, avevo alloggiato in camerata nell’ostello prenotato su Internet, insomma: ero riuscito a fare quelle due o tre cose basilari che si fanno quando si è in viaggio. Al secondo giorno, verso l’una, mi fiondai in un fast food che non era un McDonald’s; errore madornale, da quella volta in poi, fino ad oggi, sempre Mac. Ordinai un sandwich numero uno, e l’inserviente, un ragazzo moro, magro e brufoloso, mi chiese: “Which bread?”. Io lo guardai, lui mi guardò. Non capivo: che tipo di pane? Mi ridomandò: “Which bread?”. Iniziò il mio processo di confusione mentale e voglia di ritrovarmi in un’osteria veneta in cui bastava dire panino con la porchetta. Sentivo il rossore salire, arrivare fino agli occhi e tirarli verso il basso, appesantendoli. Ancora: “Which bread??”. Dì qualcosa, mi dicevo, come si dice “in che senso?”, come si dice “cosa intendi con which bread?”, come si dice “guarda, non so che cazzo intendi con che pane, basta che mi dai un panino tagliato nel mezzo con dentro la roba del numero uno, che non so neanche esattamente cosa sia: l’ho ordinato per fare veloce!”. Balbettai un “the same”, e l’inserviente prese una delle ciambelle dalle tante sfumature disposte dietro il bancone, su un espositore in bella vista: non erano ciambelle, erano tanti tipi di pane.
La ricerca di lavoro di questi tempi non aiuta a superare la timidezza e le insicurezze derivate da un carattere magari anche estroverso ma non troppo definito, legato a mille metà e a nessuna punta su cui scommettere. Una volta, la responsabile delle assunzioni che avevo davanti mi fece notare che lei alla mia età aveva già aperto un’azienda e io non avevo ancora fatto niente, e il mio rossore fu di rabbia trattenuta, un’altra volta la responsabile delle assunzioni che avevo davanti mi fece notare che non ero abbastanza esperto per fare il commesso, e il mio rossore fu per quelle parole, ero imbarazzato per lei, un’altra volta il responsabile delle assunzioni mi disse che dovevo vendere il prodotto dell’azienda raccattando clienti dalla rubrica del mio cellulare, e il mio rossore fu per le risate smodate che mi feci.
Più crescevo, più notavo che il mio impaccio davanti a certe persone, a certi modi, a certi avvenimenti non era giustificato; valeva la pena dire così tante stronzate, allontanarsi così tanto da una visione sana e ponderata delle cose, valeva la pena rompersi così tanto, snaturare l’indole, per…per? Insieme a queste domande, che ebbero più il sapore di una risposta, presi ad attuare una nuova strategia, che funzionava e funziona tuttora molto più della vecchia, quella di far finta che vada tutto bene. E la strategia si basa sul: mostrare l’imbarazzo. Non tentare di nasconderlo ma imparare a conviverci, a starci insieme e a scherzarci sopra. Goderselo. Anche nelle storie d’amore che adesso funzionano così:
“Ciao!”
“Ciao!”
“Come va?”
Divento rosso. “Bene, tu?”
“Bene, dai.”
Silenzio, lei rimane lì, mi sento la febbre: devo dire qualcosa, devo dire qualcosa. Ho la fronte che è un tutt’uno con il ciuffo sparato in aria dal gel, la testa mi pulsa, il sangue gira ad una velocità talmente alta che lo sento ruotare dentro, una forza centrifuga in azione.
“Beh, allora ciao.”
