Un Redentore senza sigarette

Avevo deciso di smettere di fumare da un mesetto scarso. Durante la prima settimana di astinenza avevo comprato un pacchetto di Camel che avevo scartato dalla plastica e aperto compulsivamente, per poi dirmi “No! No!” gettandolo nel primo bidone dell’immondizia. La seconda settimana, dopo aver bevuto una Sambuca in compagnia di due amici fumatori, avevo osservato le loro sigarette come dei tesori, dei segreti di felicità svelati dai rivoli di fumo, non riuscendo nemmeno a mantenere la concentrazione sulle chiacchiere della serata. La terza settimana era andata  meglio e si stava prospettando la quarta, dove purtroppo, nel mezzo, cadeva il sabato del Redentore.

La festa veneziana per eccellenza, almeno per me e il mio gruppo di amici, che negli ultimi anni eravamo accorsi da Treviso per onorare non si sapeva bene cosa: intravedevamo i leggendari fuochi d’artificio incamminandoci verso Piazza San Marco, per poi solcare la riva e cercare disperatamente un vaporetto che ci portasse al Lido, dove, sulla spiaggia, aveva sede una festa pubblica fino all’alba. Tornavamo stremati -anche l’ubriachezza stufa di presenziare- verso le dieci del mattino.

Dato l’avanzare dell’età, quell’anno, il 2017, decidemmo di cambiare programmi. Non avevamo più il fisico per affrontare un dritto notturno caratterizzato da alcol e balli sfrenati, quindi, tramite la fresca ragazza di un amico che lavorava proprio a Venezia, in un’agenzia di eventi, ci facemmo invitare ad una festa a casa di un’artista, allocata sul finale della riva delle Zattere, quasi di fronte al punto dove i fuochi d’artificio venivano sparati. L’ora del ritrovo era fissata per la cena e non si sarebbero sforate le due o le tre di notte.

Anch’io, all’epoca, lavoravo a Venezia. Facevo il bigliettaio ad un mostra moderna piena di indiscutibili (nel senso di pessime) sperimentazioni visive; vivevo sempre in città, in un monolocale stile garage al pianoterra di un vicolo stretto non lontano dal ponte di Rialto. La domenica dopo il Redentore ero di turno, avrei dovuto aprire la cassa alle nove del mattino. La cosa non mi spaventava: avrei fatto una serata tranquilla, senza esagerazioni, tanto più che avevo pure smesso di fumare. E mi sarei alzato magari a corto di sonno, ma senza eccessivi drammi fisici o mentali. Avevo detto a mio fratello che poteva tranquillamente dormire da me, tanta era la mia fiducia per le previsioni della serata.

Ci trovammo in campo Santa Margherita, dove bevemmo un primo spritz al Campari. Mi accorsi già in quel momento che la voglia di fumare aumentava ad ogni sorso di aperitivo e, allo stesso tempo, ogni nuovo sorso spegneva, prima di riaccenderla, la stessa voglia. Un circolo vizioso, un gatto che si morde la coda: come si preferisce chiamarlo. Lì per lì non ci diedi troppa importanza. Semplicemente, al posto di osservare a mani vuote mio fratello e un altro paio di amici trotterellare sereni e fumatori verso la festa, mi ordinai un altro spritz da sorseggiare durante il percorso.

L’appartamento era –letteralmente- suntuoso. Posizionato al secondo piano, il soggiorno si allargava di una decina di metri e di almeno una quindicina tra le finestre, la vista direttamente sul canale della Giudecca, e la cucina, aggraziata da una penisola dove erano stati messi a disposizione i primi antipasti. La musica riempiva l’aria; i divanetti centrali, quei modelli che ricordano disquisizioni da palazzo, permettevano qualche chiacchiera civettuola e le vaghe presentazioni tra sconosciuti. Cominciai a mangiare, cominciai ad avere la sensazione di dover avere in mano assolutamente qualcosa: dovevo resistere alle tentazioni.

Persi il conto degli spritz al Campari dopo un’oretta. Mi stavo divertendo, ero a stomaco pieno e riuscivo a tenere a freno il desiderio di fumare svuotando un bicchiere dopo l’altro. Vedemmo i fuochi in un tripudio d’entusiasmo, un sentimento, almeno personalmente, più recitato che provato. Mi ricordo di un tiro di sigaretta che scroccai ad uno dei miei amici (dato che, all’epoca e tuttora, sono convinto della sostanziale innocenza di un singolo, misero, tiro) davanti alla finestra spalancata, i rimasugli degli scoppi ancora a riflettersi sull’acqua scura della notte. Forse ballai un po’, sicuramente parlai con una ragazza ospite che trovavo carina, più che sicuramente continuai a bere spritz. Epicamente: non fumai.

La passeggiata per tornare a casa, attorno la città in cui resistevano solo echi rarefatti a testimonianza di un avvenimento fuori dall’ordinario, fu il primo momento in cui mi resi conto di aver esagerato con l’alcol. La mia andatura si faceva disordinata, imprevedibile; la vista manteneva la tendenza ad un moto rotatorio anche senza movimenti del capo. Una volta nel soggiorno-camera-cucina, io e mio fratello ci addormentammo in un istante, bastò poggiare le teste sui cuscini del letto matrimoniale. Mi risvegliai, verso le cinque, sei di mattina, con la testa montata controvoglia su delle montagne russe. Mi alzai, presi la direzione del portoncino, bastavano pochi passi per raggiungerlo. Lo aprii e vomitai rosso Campari sulla calle. Quando mi distesi a letto, sempre in preda ad illusori quanto inaspettati giri della morte, mio fratello, in parte rantolando dal sonno interrotto, mi chiese perché non fossi andato a vomitare nel bagno, che si trovava a qualche passo in meno del portoncino. Me lo chiede tuttora, quando ricordiamo la serata, e tuttora io non sono cosa rispondere…Forse avevo bisogno d’aria fresca?

Vomitai un’altra volta prima di svegliarmi definitivamente, “pronto” per cominciare il turno di lavoro. Il colorito del mio viso –lo notai allo specchio dopo aver tentato di purificarmi sotto la doccia- ricordava una luna piena in pieno giorno. Quando uscii, i miei occhi, che invece ricordavano due sacche gonfie di vino, incontrarono prima il vomito rappreso sul selciato e poi il volto schifato di una signora che passava per di lì. L’idea mi venne –credo- direttamente dal corpo, dalla bocca e dai gesti delle mani, senza passare, com’è consuetudine, dal cervello: indicai l’agglomerato digerito a metà e maledii chi eccede durante i festeggiamenti. La signora divenne mia alleata, mosse solennemente la testa con sdegno. “Certa gente dovrebbe stare a casa propria” mi disse. Io mi limitai ad annuire.

Complice il buon rapporto che avevamo instaurato nei mesi precedenti, la responsabile della mostra mi confessò di non voler saper niente dei miei evidenti trascorsi notturni, l’importante era che non facessi troppi errori in cassa. Se si escludono le mie sporadiche assenze per rivolgere qualche latrato al gabinetto –vomitai altre tre volte durante il turno- la mia giornata di lavoro si sarebbe potuta definire dignitosa. I conti tornarono e verso la fine, dopo un toast e una Coca Cola, le guance si accesero del loro classico colorito. Appena uscito dalla sede, andai in contro a mio fratello in piazza San Marco. Mi chiese come stavo e risposi che mi ero ripreso. Poi mi chiese se avevo scritto alla ragazza a cui avevo scucito il numero. Rimasi perplesso. Avevo scucito un numero?…A chi? Alla ragazza della festa, quella carina con cui avevo parlato tanto. Me la ricordavo…Come si chiamava? Lo chiesi a mio fratello. Lui mi disse di non saperlo. Scorsi la rubrica del cellulare. Non mi venne in mente niente…Lo avevo davvero salvato il numero? Non mi pareva. Sospirai, l’indomani avrei indagato sui miei movimenti e sul nome della ragazza; sull’eventuale corrispondenza in rubrica. “Intanto torniamo a casa” dissi, mentre il sole cominciava la lenta discesa oltre i palazzi cintura della piazza. 

Per cena tornammo dai nostri genitori a Treviso. Dopo i convenevoli, mamma, a conoscenza della mia missione contro la dipendenza da nicotina, mi chiese: “Hai per caso fumato ieri sera?”. Sorrisi, “Solo un tiro, ma giusto per stare in compagnia”. “Sicuro?”. “Te lo giuro”. Gli occhi le si illuminarono di fierezza. “Beh…allora bravo!”.