SU NETFLIX

Torno a casa, lancio il cappotto in aria sperando che cada giusto giusto sul gancio dell’appendiabiti, mi tolgo le scarpe, i jeans, con un po’ di fatica (si bloccano sempre all’altezza delle caviglie), e il maglione. Metto i pantaloni della tuta e una felpa e dalla camera corro in cucina: metto sulla padella quattro uova e condisco un po’ di insalata. E prendo il pane, tanto pane. Ceno in fretta perché questa sera nessuno mi ha invitato ad uscire e io non l’ho chiesto a nessuno: sono da solo, con Netflix sul mio portatile. Finalmente una sera in cui non serve pensare a un cazzo; non serve che dica qualcosa di particolarmente intelligente o qualcosa di particolarmente stupido: non serve che dico niente. Mi distendo sul divano, accendo il pc: aggiornamenti di Windows. Cazzo. Uno per cento. Passano due minuti. Uno per cento. Passa un quarto d’ora. Uno per cento. Passano venti minuti. Due per cento. Bene, non è bloccato: è solo lento. Dopo un’ora riempita ad ascoltare qualche canzone , guardare la coda del telegiornale, cercare di capire perché mandano in onda ancora “Striscia la Notizia”, cercare di imparare a dire “il proiettile ha trapassato la cornea dell’occhio per poi rimanere incastrato nell’emisfero destro del cervello” nello stesso modo sensuale di Grissom di “CSI Las Vegas” e aver ascoltato per l’ennesima volta Scanzi fare il fenomeno a “Otto e mezzo”, gli aggiornamenti si sono caricati. Mi metto comodo.

Apro l’app di Netflix.

Penso a cosa ha voglia di guardare. Un thriller. No, una commedia. Forse un classico. Un bel pippone di fantascienza. Sono confuso: è evidente. Guardo cosa mi consiglia direttamente l’algoritmo di Netflix. Mi suggerisce “American Pie” perché ho guardato “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson. Me lo immagino l’algoritmo di Netflix, di fianco a me sul divano, come un camionista di Roma, con un capellino estivo sporco della Lazio, sudato, con una birra in mano, che mi dice: “Non ti piacevano i film d’amore? Cazzo prova quello che c’è la zizzona che gli si vedono le puppe a metà che mi viene tutto duro e me faccio na sega!”. E ride rumorosamente. Ha l’alito che puzza di cipolla e alcol.

Passo alle categorie.

C’è la categoria “film che hanno vinto premi”, quella “film che hanno vinto premi Oscar”, ancora “film nominati che non hanno vinto premi”, “film che stavano per essere nominati”, “film che avrebbero meritato di essere nominati”, “film che se prendevano due attori diversi erano meglio”, “film che hanno una bella storia ma tutto il resto non è granché”, “film brutti tratti da libri belli”, “film brutti tratti da libri brutti”, “film tratti da libri troppo lunghi”, “film tratti da altri film tratti da libri tratti da storie vere”, “film in cui si parla tanto”, “film in cui si parla poco”, “film in cui si parla di tante cose ma mai troppo seriamente”, “film che assomigliano a spettacoli teatrali che a loro volta sono stati tratti da film degli anni ’40”, “film degli anni ’40”, “film degli anni ’50”, “film che sembrano degli anni ’50 ma che sono stati fatti ai giorni nostri con uno stile un po’ retrò.”.

Le categorie non mi aiutano nella scelta. Vado su “cerca” e penso a qualche film, che ho voglia di vedere o di rivedere. “La La Land”. Non c’è. “Die Hard”. Non c’è. “Rocky”. Non c’è. “Captain Fantastic”. Non c’è. “Harry Potter 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 parte prima e 7 parte seconda”. Non c’è, non c’è, non c’è, non c’è, non c’è, non c’è, non c’è e non c’è.

Respiro. Mi calmo; la serata, all’inizio, sembrava più facile.

Una serie tv. Posso cominciare una serie tv.

Vado alla sezione.

Intanto guardo su Google le serie che mi possono ispirare di più, a seconda delle trame. Quella è carina ma è su Sky. Anche questa non è male ma ce l’ha Amazon. Ah, questa ha vinto il premio per la miglior serie l’anno scorso ma è su Tim Vision. “Stranger Things” l’ho già visto. Eccola qua, questa parla di un parco giochi e di robot, no, un attimo, anche questa è su Sky.

Potrei abbonarmi a Sky, penso.

Intanto mi scrivono al cellulare in successione: un mio amico, a cui manca il decimo per organizzare la partita a calcetto, la ragazza con cui ci sto provando da due anni, che è a casa da sola, e un’amica che mi propone una serata al tradizionale cinema della città.

No. Abbandono l’idea Sky. Spengo il cellulare. Stasera: serata Netflix.

Organizzo un finto torneo, con i gironi, i quarti, le semifinali e la finalissima per decidere che serie televisiva iniziare tra quelle proposte. Faccio scontrare le mie impressioni, le recensioni e, passo passo, faccio passare avanti ciò che mi ispira di più. Ci metto un’ora e mezza ad arrivare alla fine. Il giorno dopo devo svegliarmi alle sette e mezza per andare a lavorare e, ormai, sono le undici e mezzo. Ma, cascasse il mondo, il pilot della vincitrice me lo guardo.

Finalissima: “Black Mirror”-“Californication”.

Ristudio le trame, molto diverse tra loro. La prima, che racchiude in realtà molte storie e personaggi diversi, racconta dei pericoli reali o potenziali della tecnologia. Il tutto mescolato in un’atmosfera per lo più cupa, tesa. Non male. La seconda racconta di uno scrittore che ha fatto successo con un primo romanzo, non riuscendo più a ripetersi, e cerca di riconquistare la moglie, tra party, donne, alcol, e tante gaffe. Praticamente me, se si toglie il romanzo, il successo, la moglie, i party, le donne e l’alcol.

Il vincitore non può che essere uno: “Californication”.

Prendo una birra dal frigo. Sistemo meglio lo schermo del portatile; stappo la birra. E’ tutto pronto. Riaccendo il cellulare, giusto per sapere se ci sono emergenze.

Il mio amico ha convocato alla partita quello scarso che non chiami mai perché sbilancia troppo gli equilibri, la mia amica ha trovato comunque compagnia per andare al cinema. I miei sensi di colpa, che non erano saliti poi tanto, si quietano completamente.

La ragazza con cui ci sto provando da due anni scrive che se faccio veloce ha una sorpresa per me e mi manda una foto di lei, distesa sul divano, con una trapunta che le copre il busto ma che lascia in vista il polpaccio della gamba sinistra, senza peli: ergo si è fatta la ceretta, ergo vuole scopare.

Guardo lo schermo. Basta che schiaccio il tasto play ed è andata: comincerebbe la serata.

Invece.

Mi alzo, mi tolgo i pantaloni della tuta e la felpa, corro in camera, mi rimetto i jeans, con fatica, e il maglione. Esco di casa, salgo in macchina e mi metto alla guida. Arrivo a casa della ragazza. Suono il campanello. Cerco di darmi una sistemata ai capelli, passandoci la mano un po’ a caso.

Mi accoglie, dandomi due baci sulle guance, con la coperta addosso. Mi porta in salotto e mi fa sedere sul divano. Noto che si è coperta le gambe con i pantaloni di una tuta in cotone grigia. La cosa mi insospettisce. Le chiedo che tipo di sorpresa intende farmi. Mi chiede di aspettare un attimo. Entra in cucina. Spero ritorni nella stanza con addosso solo il completo intimo e che mi salti addosso con tutta la grinta che ha in corpo. Potrei levarmi già i jeans, penso, che sennò ci metto un quarto d’ora a sfilarli dalle caviglie.

Ne esce di fretta con due tazze di tè caldo, fumanti. Soffia sopra quella destinata a me e me la porge. Mi dice che si è appena fatta l’abbonamento a Netflix e che, siccome conosce bene la mia passione per il cinema, possiamo passare la serata a guardarci un bel film.

Che film, domando io.

Scegli tu, risponde lei.