SULLE STORIE RACCONTATE

Di tutte le passioni che mi hanno accompagnato negli anni, alcune per brevi periodi altre più durature, ce n’è stata una onnipresente ma nascosta, non molto bene, come sotto le coperte di un letto.

Difficile da riconoscere, si ritrovava e si trova tuttora in ogni persona, in ogni discussione e in ogni risposta data.

E’ l’interesse per le storie che mi vengono raccontate.

Reali o inventate, buffe o tragiche, personali o su qualcun altro; aguzzo le orecchie e lascio che chi ho davanti, parli.

A volte mi basta ascoltare, perché la storia è lì, in quelle parole, spiegata bene e raccontata così così con qualche interruzione per riordinare gli avvenimenti che devono ancora essere detti. Solitamente questi tipi di storie cominciano sempre con “L’altro giorno…” oppure “Ti ricordi di quando…” o ancora “Eravamo io, Giulio e Andrea e…”. I corrispettivi parlati al “C’era una volta…” delle fiabe.

Altre volte provo a comprendere la storia dietro ad un’opinione, ad una situazione o a un’idea. E allora immagino una giornata andata storta, con il treno partito in ritardo, la pioggia battente e l’acqua alta che bagnano le scarpe nuove ed eleganti, messe a posta per il colloquio di lavoro, quando mi si dice “Venezia è bella ma non ci vivrei.”; immagino le lacrime di dolore che sgorgano come un fiume in piena fuori dall’ospedale, quelle più trattenute al funerale, l’abbraccio forte alla madre, la tristezza che si trasforma in consapevolezza e la forza di andare oltre (che non è avanti) quando mi si dice “Mio padre è mancato tre anni fa.”; immagino un bambino che colleziona le figurine dei calciatori Panini e scambia i doppioni con i compagni di scuola, che gioca la prima partita con la squadra del paese, che si ritrova a guardare con i genitori e gli amici la nazionale durante le estati dei mondiali, quando mi si chiede “Sabato andiamo a vederci l’Inter a Udine?”.

Le bugie esagerate, gli aneddoti inventati per fare colpo sugli amici o sulle ragazze, o sui genitori, raccontano due trame diverse nello stesso momento. Quella narrata, che tratta di vicende incredibili, come un’esperienza sessuale con tre donne bellissime contemporaneamente o una prestazione che ha ricordato Ibrahimovic alla partita di calcetto, e quella vera: una scopata goffa alla quale è seguita una chiacchierata molto più lunga oppure una partita guardata dalla panchina fino alla fine, senza mettere piede in campo, durante la quale la mente ha inventato colpi di tacco e passaggi al millimetro.

In questo grande calderone, ascoltato in vent’anni e qualcosa, scelgo quattro storie che mi sono rimaste più delle altre, per il significato che portano con sé, scoperto durante gli studi di scrittura creativa.

Esiste uno schema con cui uno scrittore dovrebbe essere in grado di suddividere un racconto, creato per aiutarlo a mantenere un andamento coerente e coeso e per lavorare meglio nei singoli capitoli. Questo schema prevede un equilibrio iniziale, nel quale il protagonista della storia vive una situazione che conosce e con la quale sa rapportarsi senza difficoltà, seguito dalla rottura dell’equilibrio, ovvero un evento, una persona o un oggetto che porta scompiglio e confusione e che causa l’inizio di un nuovo percorso. Le peripezie del protagonista, poi, sono tutte le vicende, di solito raccontate nella parte centrale, che vengono affrontate per arrivare alla fine del percorso. Lo spannung è il punto di massima tensione, il punto in cui il protagonista sfida l’ostacolo più grande. Infine, il ritorno all’equilibrio è la presentazione della nuova situazione, stabile, del protagonista.

In queste quattro storie rivedo questo schema. Sono storie raccontate da persone che conosco, che pochi altri sanno nello specifico, ma che alla maggior parte suoneranno come già sentite, con qualche gesto e personaggio diverso.

La prima me l’ha raccontata mio zio, più d’una volta, in vari pranzi di famiglia. Molti anni fa, lui e mia mamma, durante una vacanza estiva in montagna, erano andati a mangiare a pranzo nella trattoria del paese. Erano stati accolti con molta gentilezza; il proprietario conosceva mio nonno. Mio zio, per scherzare, aveva ordinato una lingua di mucca, seguito a ruota da mia mamma. Dopo una decina di minuti, erano arrivate servite su due piatti, due lingue, intere. Sembravano appena staccate dall’animale e messe lì, davanti a loro. Tra le risate e il ribrezzo per i pasti, avevano dovuto mangiare tutto, per non fare brutta figura. In bocca, sembrava di avere una lumaca poco cotta, aggiunge solitamente mia mamma. La fortuna era stata che le risate avevano superato di gran lunga il disgusto; infatti, erano andati avanti a pensarci sopra e a farci battute per tutto il pomeriggio. Ho sempre rivisto, in questo piccolo squarcio di vita, l’equilibrio di una donna in quanto donna. Mia mamma non era ancora tale: doveva ancora affrontare tutto il percorso della gravidanza, del crescere un figlio ed educarlo. Era solo una donna, certo, pure una sorella, ma non una mamma. Con un suo equilibrio, che aveva ottenuto con altri percorsi e che io non ho mai visto con i miei occhi: una donna, prima di essere madre, già completa. Già felice di essere quello che era.

La seconda me l’ha raccontata Teo ed è un suo incontro con una ragazza, Sara. I due si conoscevano già da qualche anno ma non si erano mai soffermati a parlare tra loro (nelle piccole città di provincia ci si conosce un po’ tutti ma si ha paura di parlarsi, non so perché). Un sabato sera, mentre salutavano vari conoscenti nella piazzetta davanti al bar di richiamo dell’epoca, girandosi, si erano trovati l’uno davanti all’altra. Si erano dati due baci sulla guancia e si erano detti timidamente “ciao”. Poi, alla ragazza era uscita una domanda, la più usata per rompere il ghiaccio, quella più naturale, più semplice: “Come va?”. Il mio amico aveva riassunto le sue ultime avventure universitarie e aveva chiesto a Sara cosa stava facendo. E, poi, usando le parole di Teo: “Cosa vuoi, una cosa tira l’altra e alla fine le ho chiesto di uscire per una gita fuori porta due giorni dopo.”. E ne è nata una bella storia d’amore.

La rottura dell’equilibrio non deve essere per forza negativa; deve semplicemente scombinare i piani del protagonista. Teo mica poteva immaginare che quella sera avrebbe cominciato qualcosa di nuovo: è bastato poco. E’ bastata una persona, è bastata una frase. “Come va?”.

Le peripezie di Augusto, mio vecchio collega nonché proiezionista di un piccolo cinema del centro città, sono sempre piacevoli e divertenti da ascoltare. Ha questo strampalato e romantico sogno di aprire un museo del cinema e metterci tutti i vari macchinari che ha usato per proiettare i film, dagli anni ’70 ad oggi. L’evoluzione di quella che è stata la sua professione: d’altronde, se un artigiano non può più esserlo, almeno che possa ricordare a tutti quello che è stato. Si divide da ormai tre anni tra la ricerca di uno sponsor che possa supportare il progetto e i permessi del Comune per i potenziali luoghi da utilizzare. Qualche tempo fa, in accordo con il consigliere della cultura, sembrava aver trovato un edificio in grado di poter ospitare la mostra. E un marchio di vini (questo è il Veneto) aveva dato l’ok per un finanziamento importante. Ma c’erano state le elezioni e la giunta era caduta. Il consigliere non era riuscito a formalizzare in tempo la pratica e l’azienda, senza un progetto sicuro, aveva bloccato il finanziamento.

E Augusto, con il viso stanco, mi aveva detto “No so pi ben cossa far.”. La settimana dopo aveva preso appuntamento con il nuovo consigliere.

Nelle peripezie, si affrontano i fallimenti. E i mille modi per superarli. Ancora e ancora. E’ quello che mi accomuna per davvero alle persone: più di qualsiasi successo e prima di qualsiasi obiettivo.

La sera più triste che abbia mai vissuto, io e i miei amici, raggruppati in un salotto in silenzio, ci eravamo raccontati con gli sguardi persi di quell’altro nostro amico, che aveva appena fatto quel gesto folle; folle per i più, almeno. Ma lui aveva deciso così; davanti all’ultima sfida, nel punto più teso della trama, lui aveva scelto di fare quel passo, prendendosi in cuor suo tutte le conseguenze. Di questo, ne sono tuttora sicuro. Del resto c’è solo la mia immaginazione: tentativi, lacrime, dubbi, paura, senso di colpa, dolore. Tanto dolore. Sordo, avvolgente, delicato.

Nel momento più difficile, lo spannung, non sempre il protagonista si comporta come mi piacerebbe, ma non posso fare a meno di tifare per lui. Perché è lui che mi ha coinvolto e mi ha trasportato fino a quel punto.

Il ritorno all’equilibrio non ha un aneddoto in particolare a cui sono affezionato. Ci ho pensato ma non è venuto fuori niente di preciso. Forse perché è alla fine di ogni percorso: qualsiasi sia l’obiettivo, una volta raggiunto o abbondato, ci si ritrova ad essere persone diverse dall’inizio, dalla partenza. Con qualche conoscenza in più del mondo o di sé stessi, qualche errore che si è sicuri di non commettere più e qualche altro che si è sicuri di rifare. Dopo la maturità, dopo la laurea, al ritorno da un viaggio, dopo un colloquio di lavoro, dopo una giornata di lavoro, dopo un licenziamento, dopo la pensione, ma anche dopo una visita dal medico, una passeggiata in un parco, un pranzo in casa, una serata al cinema. Non sono solo i grandi obiettivi a dare nuove spinte.

Ho sempre sperato nel lieto fine. Lo spero per tutti; è impossibile che accada, lo so, ma continuo a crederci. Probabilmente è il pensiero che mi appartiene più vicino a quello che si definisce fede. Preferisco chiudere gli occhi e immaginare che sarà felice quella persona, che sarà un successo quel progetto piuttosto che tenerli aperti e vedere tutte le imperfezioni della realtà.

E, se li chiudo, quel mio amico, quello folle, che tutti dicono sia rimasto fermo lì da qualche anno a guardare chi lo passa a trovare, l’ho visto ancora: in un bar, in una casa, in un campo da calcetto o in un’automobile, durante una cena, una pausa, durante un compleanno o una serata di risate. Nelle parole di qualcuno che lo conosceva. In un’altra storia da raccontare.