
Il cellulare vibra alle otto del mattino di un sabato. Due ore prima della sveglia. Apro gli occhi lentamente. Li richiudo in fretta: ricomincio a dormire. Il cellulare vibra di nuovo. Ancora e ancora. Tre volte. Apro un occhio; faccio un respiro profondo. Lo guardo, in carica, dall’altra parte della stanza. Dovrei alzarmi per agguantarlo. E’ sabato, però. Mi giro dall’altra parte e mi lascio avvolgere dal tepore della coperta: di nuovo, mi addormento. Il cellulare suona una, due,tre , quattro, cinque, otto, porca troia basta cazzo basta! volte. Mi alzo, confuso ma con la sicurezza di avere i coglioni girati, e controllo chi cosa dove quando e perché.
Su Whatsapp sono stato inserito in un gruppo nuovo: “Sono passati quindici anni”. Un titolo del genere mi fa sentire vecchio. Mi fa sentire vecchio alle otto di sabato mattina. Mi fa sentire vecchio alle otto di sabato mattina, senza avermi fatto riposare abbastanza ore per sentirmi fresco e in forze. Mi fa sentire vecchio alle otto di sabato mattina, senza avermi fatto riposare abbastanza ore per sentirmi fresco e in forze e se ci penso bene mi fa un po’ male la schiena.
Mi sento vecchio ma non serve ricordarmelo.
Guardo chi fa parte del gruppo. Tantissimi numeri sconosciuti. Le foto non aiutano. Chi cazzo è sta gente?
Mi concentro. Leggo il primo messaggio. “Buongiorno a tutti e tutte, alunni delle sezioni A, B, C, e D della classe 1988 delle scuole medie inferiori “L. Cicogna” di Ponzano Veneto. Si pensava di organizzare una cena di ritrovo a dicembre, il giorno è da definire, per raccontarci cos’è successo in questi quindici anni. Il luogo dell’incontro sarà un ristorante costosissimo, non una pizzeria come fanno tutti, che si paga qualcosa come quindici euro, venti se prendi anche il caffè e lo sgroppino; no, un posto che neanche ci porti la morosa per festeggiare l’anniversario. Si pensava di fare un menù a prezzo fisso, quaranta sacchi a persona. Raccogliamo qui le adesioni.”
Difficile dire di sì ad un invito del genere.
Scorro i primi messaggi: le risposte sono piene di un entusiasmo che faccio fatica a comprendere. “Idea favolosa!”. Idea favolosa. Si può davvero considerare un’idea? “Se avessi avuto un po’ di tempo, lo avrei proposto io!”. In quindici anni? Mai un buco? “No, grande Criiiiii!”. Chi è Cri? “Posso portare anche mia moglie e la mia bimba?”. E’ il futuro? In che anno sono?
Intanto penso a che scusa inventare: il problema di questi eventi è il giorno da definire. Come faccio a dire che non posso tutti i giorni di dicembre? Lavoro? Ma magari poi mi chiedono quando ho i giorni liberi e cercano in tutti i modi di organizzare in quelle date. E non perché sia importante o l’uomo della festa, eh. Gentilezza suppongo. Cortesia. Comunque: no, no, meglio che non mi esponga così tanto. Una malattia non è prevedibile. Un viaggio? Ma se poi mi beccano al kebabbaro dei poveri con la morosa? No, troppo rischioso. Prendo tempo e aspetto: dicembre è tra un mese.
Silenzio il cellulare e mi rimetto a letto.
Un mese dopo.
Passeggio per una via della città; mi fermo al bar a prendere un caffè. Leggo i titoli del Corriere, sfoglio senza attenzione le pagine centrali. Non sembra sia successo niente di importante. Passo alla Gazzetta dello Sport. Parto dal calcio. “Juve non si ferma: vince in nove, senza attaccanti, con il portiere volante, mettendo in campo due pulcini per fargli provare l’esperienza di giocare in serie A a nove anni e rispettando le regole della tedesca per quanto riguarda i goal: solo tiri al volo e chi la butta fuori va in porta.” Gobbi bastardi. E comunque su Ronaldo era rigore. E comunque sempre in A. E comunque il Triplete ce l’abbiamo solo noi. Vibra il cellulare.
Lo tiro fuori dalla tasca del cappotto e scopro chi mi cerca: sul gruppo “Sono passati quindici anni” , che non avevo più guardato dal quel sabato mattina, qualcuno scrive che mancano le adesioni mie e di Claudia. Torno indietro nella cronologia dei messaggi per capire che giorno è stato scelto: il 14 dicembre. Potrei. Cazzo. Potrei anche dire che ho una qualsiasi cazzata proprio quella sera e chissenefrega. Ma la realtà è che mi sentirei antipatico dentro; e odio sentirmi antipatico dentro. E’ il classico senso di colpa ipocrita con cui combatto quel sabato sera, quando l’amico che non vedo da un anno mi scrive che passa al bar sotto casa per salutarmi dato che l’indomani parte per l’Australia o la Nuova Zelanda o il Canada: un qualsiasi posto oltreoceano, lontanissimo. E io, disteso sul divano, ho già fatto partire un film che ho visto una decina di volte, giusto per avere qualcosa che posso seguire senza prestare troppa attenzione, e mi sono già messo la tuta dell’Adidas, quella vecchia scolorita e con qualche buco, che uso per la notte. Insomma, potrei dire al mio amico che non posso scendere, che una donna sexy mi ha legato al letto e sono imprigionato in quel nido di piacere e di peccato che è camera mia, oppure che ho una polmonite, l’appendice infiammata, il femore rotto: qualcosa di invalidante. Qualcosa per cui non riuscirei assolutamente a fare un paio di rampe di scale, aprire il portoncino e girare a destra, dove si trova il bar. Ma, alla fine, quello che faccio è scendere le rampe, aprire il portoncino, girare a destra e passare la serata al bar: per quel maledetto senso di colpa, quella paura di starmi sul cazzo.
“Ci sarò.” scrivo sul gruppo. “Ottimo!” risponde la Cri. Devo capire chi è questa qui prima del 14 dicembre.
Riprendo a leggere la Gazzetta. Dove ero rimasto: ah sì, gobbi infami. Dopati. Ladri. Pago, esco dal bar e riprendo la mia camminata. Sono rilassato.
Arriva la sera del 14.
Giungo al ristorante preparato: il giorno prima ho dato un’occhiata a tutti i profili Facebook dei presenti. So nomi, cognomi, compleanni, professioni, chi ha tirato su due belle tette, chi ha partorito, chi si è sposata/o, chi è di destra, chi è di sinistra, chi adora i cani e chi adora i gatti. Giusto per capire con chi posso dire certe cose e con chi è meglio evitare alcuni argomenti.
Il cameriere ci accompagna in un grande salone, il privé del ristorante. I muri sono color panna, così come le piastrelle del pavimento. Le grandi finestre, che danno su un giardino con un laghetto, sono ornate ai lati da delle tende bianche con i bordi dorati. Il tavolo, molto grande, riempie buona parte dello spazio della stanza. Le tovaglie, i tovaglioli, le posate, le caraffe d’acqua e i cestini con il pane e i grissini sono in ordine, come prevede un apparecchiamento fatto a dovere. Pian piano rompo il ghiaccio con i vecchi compagni e comincio a fare domande su come va la vita, come va il lavoro, ecc ecc ecc. Le solite cose. Niente di nuovo. Poi qualcuno se ne esce con: “E tu cosa fai adesso?”. In quel momento mi accorgo di essermi talmente preparato sui nomi e le vite degli altri da dimenticare di studiare qualche discorso mezzo vero su di me. Cosa faccio io ora? Come spiegare. Lavoro alla Biennale. Certo, se dico così suona importante, un successo. In realtà sono il portiere barra postino barra quello che fa le fotocopie. Che professione sarebbe? Davanti a me ho una maestra, una parrucchiera, un cuoco e un architetto. Il tuttofare? E’ una professione? Esiste il sindacato, lo statuto, l’ordine dei tuttofare? Potrei dire cosa organizza la Biennale. Cosa c’era alla mostra di quest’anno. Chissà cosa c’era però; chi l’ha vista la mostra. Potrei dire perché ci lavoro? C’è gente simpatica ed è pieno di gnocca. No, troppo sincero: alla gente non piace. “Allora?” insiste la parrucchiera. “Ma sai, mi arrabatto…in Biennale…ma niente di che…cioè. Ma dimmi di te. La frangia torna di moda il prossimo anno?” e devio il discorso.
Tra il primo di gnocchetti alla zucca e calamari rosa d’Egitto e il secondo di carne mantecata nell’aceto di Modena e chiodini in salsa di carciofi, parte della comitiva esce nel giardino esterno per prendere un po’ d’aria o per fumare. Mi unisco. Attacco bottone con Cri, che scopro essere stata la compagna di classe brava e silenziosa, seduta sul primo banco a sinistra. Chi si sedeva sul primo banco centrale era un secchione; di quelli che volevano mettersi in mostra, che rispondevano sempre, che stavano sul cazzo ed erano contenti di stare sul cazzo. Sul primo banco a destra c’erano quelli che erano stati costretti a stare lì: vuoi per punizione perché avevano chiacchierato troppo nelle file dietro, vuoi perché il primo giorno di scuola erano entrati in classe a gomiti bassi e non erano riusciti a conquistare una posizione felice. Sul primo banco a sinistra, esattamente davanti alla lavagna, c’erano quelli che ci tenevano a studiare e basta; non volevano essere notati, gli bastava portare a casa un bel voto e interagire il meno possibile con i compagni di classe. Per questo mi sono dimenticato di Cri. Era la studiosa sul primo banco a sinistra.
E’ lì con il figlio di quasi due anni. Mi racconta di quello che fa, del moroso, conosciuto cinque anni prima, del bambino che è diventato la sua unica ragione di vita. Ecc ecc ecc. Le solite cose. Niente di nuovo. Ad un certo punto, piazza la mano del bambino nella mia e mi chiede se glielo guardo giusto un secondo perché deve andare al bagno. Si alza e si indirizza verso la toilette senza aspettare una mia risposta.
Rimango in silenzio, basito.
Guardo il bambino. Lui guarda me. Io guardo il bambino. Lui guarda me. I suoi occhi sembrano volermi sfidare. Sembrano voler dire: “Mi metto a piangere fortissimo e ti faccio passare per un coglione.”. Tra me e me rispondo: “Ti faccio vedere Dumbo e Fantasia 2000 senza pausa in mezzo.”. “Ti vomito addosso gli gnocchetti, lì sul collo della camicia nuova che hai comprato così ti rimane l’alone giallo”, “Ti spingo sull’altalena talmente forte che ti faccio fare un giro di 360°”.
Il bambino comincia a piangere. E a urlare. Tutti mi guardano. Mi sento un coglione. Ha vinto lui. Una vecchia compagna viene a consolare il nanetto; io mi allontano da quel suono demoniaco e rientro nel locale.
La serata continua con il contorno di patate arroste con salsa di limone e pesca, l’insalata di Bretagna e formaggio di sedano, e il dessert: panna cotta flambé all’origano e mirtilli. Caffè con zucchero, per concludere senza cazzate.
Tra uno ricordo e l’altro, la seconda parte di serata diventa quasi piacevole; vengono riportati alla mente quegli aneddoti simpatici che capitano un po’ a tutti durante gli anni delle medie. Rapporti sul registro perché si dice una parolaccia a voce alta, baci alla prima morosetta/o nei bagni, professori particolari, io che rovescio per sbaglio sulle scarpe del preside della vernice blu indelebile, durante l’ora di arte. Quelle cose che capitano a tutti, dai.
E’ ora di raccogliere i soldi del conto: rimango con quaranta euro in meno sul portafoglio ma, alla fine, ne è valsa la pena. Me la sono passata.
Fatta una certa ora, ci salutiamo e ci ripromettiamo di non perderci di vista.
Sicuramente.
Ci promettiamo di organizzare già per l’anno prossimo un’altra cena.
Come no.
Teniamoci in contatto.
Certo, certo.
Potremmo fare un aperitivo già la settimana prossima.
Perché non domani??
“Leo, ci aggiorniamo. Speriamo venga anche Claudia all’aperitivo: non si è mica fatta sentire per stasera.”
Mi allontano, congedandomi da tutti con un gesto della mano e mi avvio verso l’auto parcheggiata appena fuori dal cancello del ristorante.
Apro la portiera, salgo e mi metto comodo sul sedile. Infilo le chiavi nel quadrante e le do un mezzo giro, per accendere i fari e l’autoradio. E penso.
Chi cazzo è Claudia?
