
RICAPITOLANDO
Qualche anno fa era mia abitudine lamentarmi dei pochi avvenimenti in città. Le occasioni di svago per un giovane erano limitate, ma, più in generale, non succedeva proprio niente, al massimo qualche rissa accennata tra il gruppo del centro sociale e i tesserati di estrema destra. Una volta avevo detto: “Se capita un qualsiasi cataclisma, un uragano, un terremoto, una pestilenza! Vedrete che salta Treviso per arrivare direttamente a Padova”.
Mi sbagliavo.
La pestilenza odierna –non che si possa paragonare alla peste ma ci va vicino se non altro per la tendenza al protagonismo- è il Covid.
Mi ricordo le discussioni tra amici sui gruppi Whatsapp all’inizio, quando la questione riguardava prettamente i cinesi e le loro abitudini poco igieniche. “Da noi non arriva!”, “Se arriva è una mezza influenza!”, “Ok, qualcuno ci rimarrà secco…ma è la vita!”. Cambiavamo idea e prospettiva da un giorno all’altro, seguendo incerti le notizie incerte, e i giornalisti fintamente certi, e i primi spregiudicati medici-bookmaker.
Quindi ci hanno chiusi dentro a marzo del 2020. In quel momento, devo essere onesto, in cuor mio nasceva più un sentimento di eccitazione che di angoscia. Stava succedendo qualcosa pure a Treviso…Eravamo dentro il problema! Ne facevamo parte! Fortunatamente non vivevo a Bergamo, e quasi ogni sera mi assicuravo che papà e mamma stessero bene, e ad ogni telegiornale cresceva un’ansia cieca, ma -sarà stata anche la nuova esperienza del lockdown, in cui dovevo capire come far passare il tempo in solitudine e con i soli apparati tecnologici- il tutto è sembrato una sorta di scoperta. Potrò raccontarla ai nipotini, esattamente come i nostri nonni ci hanno raccontato della guerra e delle bombe: “…E dopo aver guardato tutto Harry Potter per la terza volta, ho cominciato per la dodicesima volta Friends, intervallandolo a The Last Dance, il documentario sui Bulls di Michael Jordan!”.
Finito il lockdown sembrava finita anche l’emergenza. Ho ricominciato a vivere con un grado di normalità quasi totale. Indossavo la mascherina raramente, e con gli amici si sono organizzati i classici pranzi estivi da pubblicità della Mulino Bianco o della Barilla o dell’Olio Cuore. Eravamo felici di averla scampata e, nonostante i timori per l’economia ecc ecc ecc, pronti a risalire la china delle difficoltà future.
Questo fino a ottobre/novembre 2020, quando, quasi in un respiro, l’allerta nei giornali è tornata a risalire, e con quella le facce tese dei virologi in televisione. “Questa volta fa che salti Treviso e colpisca direttamente Padova” ho pensato, ma anche questo giro Treviso sembrava partecipare con grande volontà al dramma mondiale. Di nuovo su con i numeri, tanti e diversi, e presi da mille angolazioni a seconda delle opinioni che stavano cominciando a delinearsi, a puntare con forza il perimetro e i confini. Verso metà novembre –mi pare- con l’inaugurazione delle zone colorate, il governo e il Covid hanno cominciato –il primo con inesperienza, il secondo con inconsapevolezza- un forte lavoro di logoramento nei miei confronti. Ho affrontato una quarantena da contatto stretto di positivo, e poi il Natale rubato. Poche passeggiate, pochi brindisi, e contatti quasi azzerati.
Ma a gennaio è arrivato il vaccino! Il vaccino che –seppur abbia risolto e non abbia risolto il problema- è stato un’ottima scusa per dare sfogo alla nostra voglia d’espressione e di pensiero. Chi aveva pregato e ha gridato al miracolo per il risultato così precoce, e chi, perplesso, ha gridato allo scandalo e alla truffa per il risultato così precoce. Bombardato da questa partita condita da divertenti stoccate dialettiche e logiche, alla seconda dose di vaccino, mentre aspettavo il canonico quarto d’ora di sicurezza, cercavo di capire se mi stesse venendo o meno una miocardite. Avevo letto i sintomi, quindi, come buona parte di noi, ero pronto a determinare la diagnosi. Fino ad oggi nessuna miocardite, ma sono ancora attento ai nuovi dolori al petto, e rimpiango i bei tempi andati in cui li siluravo come banalità intercostali.
Ora siamo di nuovo a Natale, di nuovo in balia di numeri e di varianti, l’Oms mantiene un tatto invidiabile dichiarando che “è in arrivo una nuova tempesta” e molti no-vax continuano a puntualizzare di non essere no-vax ma solo old-vax: sarebbero pronti a vaccinarsi contro qualsiasi malattia problematica degli anni ’50 ma non contro il nuovo morbo, dimostrando forse un eccessivo rispetto per la storia e una testarda noncuranza per il concetto di contemporaneità.
Riguardo a me, nutro la speranza che in città torni a splendere il sole, che le azalee fioriscano nei vasi ordinati delle vie e che possa finalmente risuonare la frase fatta di un tempo: “Certo che a Treviso non succede mai niente”.
