CHIACCHIERE DI CITTA’ – Vol. 13

DESIDERI

“Non so se sono pronto per una casa adesso” dice il mio amico, di fronte a me, poco prima di sorseggiare il cappuccino. I tavoli sono disposti con la precisione di un giocatore di scacchi, il cielo è azzurro ma fa freddo, il fiume gorgoglia a qualche metro da noi. “Capisco” dico io, “…Io non mi domando se sono pronto perché anche se fossi pronto, non lo è il mio conto in banca. Per certi versi non voglio neanche scoprirlo: mi convinco che non sono pronto…e vivo meglio”. Il mio amico sorride, si pulisce le labbra dalla schiuma, un toc di tazza messa al suo posto. “Il problema è che non so se voglio lavorare qui. Metti che decido di tornare a Londra. Cosa mi compro a fare casa qui?”. Io annuisco, mentre mastico la brioche. Lui continua e guarda oltre la mia testa, credo stia provando a mettere a fuoco il mondo per capirci qualcosa. “…A Londra mi hanno anche richiamato, ma adesso potrebbe essere tardi. Vorrebbe dire ricominciare tutto da capo…”. Bevo il caffè, mugugno e domando: “…Hai paura?”. “No, non paura, ma mi domando se è quello che voglio”. “Come ti immagini tra cinque anni?”. E’ la mia domanda segreta, quella che dovrebbe risolvere la questione, sciogliere i nodi più ostinati. “Non lo so” risponde il mio amico. Una risata imperiosa, di donna, riempie l’aria. “Tu dove ti vedi tra cinque anni?” mi chiede. Faccio il calcolo di quanti anni avrò fra cinque anni, e sarebbero 38, e allora penso che dovrei aver deciso qualcosa a 38 anni, o, ancora meglio, di aver già tirato qualche somma. “Non lo so” rispondo io. “Vedi! Non è così facile!” dice, io però riposiziono il focus su di lui: “Ma io non ho nessun bivio davanti. Tu hai due vite. Una qui, e una lì”. Il mio amico si massaggia la fronte con un dito, io mi stringo nel cappotto. “Forse voglio vivere tutte e due le vite…” sussurra con -nel tono- la consapevolezza di non potere.

Il negozio apre e chiude le sue porte, i passi delle persone disposte a spendere sono trottole di ticchettii e di pareri sui prezzi. Io e un altro amico aspettiamo che sua moglie esca dal negozio. Lui ha al guinzaglio un cane che mi guarda come se avessi qualche cosa da dargli, come se gli dovessi almeno un po’ di attenzione. Io guardo il cane abbastanza perplesso dalle sue richieste silenziose e intanto ascolto il mio amico: “…Vorrei solo dormire un po’ di più. Fermarmi un attimo”. Oltre al cane, ha avuto da poco un figlio che è dentro con la madre -moglie del mio amico- a scegliersi un bel paio di calzini da passeggino. “Ci hai messo pure il nuovo lavoro!” “Non ti dico la confusione. Adesso abbiamo la chiusura, in teoria a marzo riesco a mollare. Anche il bambino cresce quel pelo che serve…” “Che serve per cosa?” “Per farmi dormire, spero”, e le occhiaie si evidenziano come lampioni al crepuscolo, “Te come va?”. I manichini all’interno del negozio fanno grandi conoscenze, sembrano i re e le regine della festa. “Il solito. Mi divido tra lavoro e lo scrivere, e cerco di avviare la mia carriera nel secondo punto”. Il cane ringhia, muove le zampe anteriori verso di me. Io mi abbasso e lo accarezzo con diffidenza e un vago affetto. Il mio amico fa forza sull’avambraccio che tiene il guinzaglio, intanto si sente la voce della moglie, e le rotelle del passeggino.

“E allora inculati!” mi dice l’amica al tavolo. Siamo sul terrazzino all’aperto di un bar ed è già buio, lei raschia la tazza dove regnava una cioccolata calda dall’aspetto compatto, la mia tazzina di caffè ha i fondi già rinsecchiti. “Voglio dire,” continua “Io do il tutto per tutto e tu mi tratti così? E allora sai cosa ti dico?”. Io la fisso un po’ intimidito, faccio no con la testa ma ho paura: forse dovrei fare sì? Sta usando il tu come un narratore navigato, per immergermi nell’azione che prevede un litigio con il suo capo. “…Ti dico che sei un pessimo capo, e che d’ora in avanti do il minimo indispensabile”. “Fai bene!” le dico io. Affonda il cucchiaino in bocca con la decisione di un pugile. “Niente di più! E appena posso cambio lavoro!” “E dove vai?” “Non lo so!…Ma cambio!” “Fai bene!” ripeto, ormai pienamente convinto, se non altro da come aizza il cucchiaino nell’aria fredda d’inverno. “Tu non hai di questi problemi?” mi chiede lei. Io fisso i fondi del caffè, mi servono parole adatte per spiegare che lavoro giusto perché qualcuno qualche anno fa ha deciso di abbandonare il baratto per il contante. “Io lavoro sempre quanto basta”. “Sei come quei bastardi dei miei colleghi che staccano puntuali alle sei!”. Mi fissa con occhi arcigni, mi punta il cucchiaino contro. “Sì ma non pretendo di avere ragione eh!”. Mostro le mani, sono innocente o consapevolmente colpevole, vostro onore! “Non vorresti trovare un posto più appassionante?” chiede lei, e io, mezzo imbarazzato mezzo orgoglioso, vorrei dirle di quanto sia appassionato a faccende di poco conto, almeno in ambito lavorativo. “Sono un uomo da bar, da marciapiede! Mi piace raccontare di come gli esseri umani perdono tempo!”…e bisogna saper bene come si perde tempo per poterne scrivere. Rimango in silenzio e rispondo: “Non so, è complicato”.

Mi addormento, contento e sicuro che arriverà una nuova mattina, un po’ triste perché quella mattina non sarà mai come la sognerò la notte stessa.