
Eravamo finiti in un bar all’angolo della piazza. Il sole dava un tocco da maglia di calcio al muro della chiesa, colorava di luce gli spazi scoperti dall’ombra dei comignoli dei palazzi di fronte. Sotto questi comignoli, al piano terra, il bar si distendeva appena, un timido respiro tra altri timidi respiri, quello di un negozio di oggettistica per bagni, e di un piccolo negozio di souvenir locali. I passanti tagliavano a passo spedito la piazza, come avessero un impegno imminente da portare a termine, un obbligo tacitamente appioppato dalla propria coscienza. Strinsi le spalle, avvicinai la tazza alle labbra e pensai a quanto ero fortunato a non avere altro impegno se non stare lì, davanti a Elena, che mi raccontava le ultime vicissitudini della sua vita lontana da casa.
Tornò a sedermisi di fronte; si era affacciata al bancone, a chiedere una fetta di torta da accompagnare al cappuccino. “Ho troppa fame!” disse, e si scostò un ciuffo di capelli che le era sceso sul viso, coprendole l’occhio sinistro. Mi piacevano i suoi occhi, avevano un taglio da bambina e una luce cupa, quasi peccaminosa, sul fondo delle iridi. “Non hai fatto colazione?” chiesi, dopo aver riposato la tazza, il sapore pieno del caffè in bocca. Fece no con la testa, tenendo le spalle leggermente in avanti; la maglia che indossava, una specie di canottiera legata con dei lacci morbidi, si rigonfiava e si spiegazzava mentre mi spiegava la furia frettolosa, simile a quella dei passanti oltre la vetrina, della sua mattinata. Aveva dovuto svegliarsi alle sei di mattina (“Alle sei?! Hai presente cosa vuol dire per una come me? È come…come non svegliarsi!” specificò masticando la torta al cioccolato) per arrivare puntuale in stazione a Milano, e prendere il treno che l’avrebbe portata dov’era ora. “Durante il viaggio ho organizzato il pranzo di oggi con i miei, e la giornata di domani. Mi reclamano gli amici! E i parenti!…Perfino mia cugina mi ha scritto!” continuò, mettendosi una mano sul capo, gesto esplicativo della sua disperazione riguardo il tempo risicato dei ritorni a casa. Ero sempre contento di essere inserito nella sua agenda fittissima, mi dava un senso di importanza, una prova della considerazione che aveva di me. La prova della mia considerazione per lei erano gli innumerevoli “Come stai?” che le scrivevo a cadenza regolare: ogni quattro cinque settimane, per non essere pesante. Le avrei voluto scrivere più spesso, e non solo scriverle, anche vederla, passare del tempo con lei, baciarla, stringerla. Tutte quelle cose lì.
La nostra amicizia era nata sotto la buona stella di una cena seguita da del sesso. Non ho mai saputo cosa lei pensasse di quella notte, ma per me è stata memorabile, un ricordo indelebile e quindi, dovendo fare i conti con il tempo che passa, idealizzato per mantenerlo in salute. Elena era dovuta partire poco dopo, doveva vivere di nuove possibilità e nuovi orizzonti: voleva almeno scorgerli, e sognare di raggiungerli.
“Ce la farai!” dissi, riferendomi al programma di appuntamenti e ritrovi del fine settimana. “…Milano com’è?”. Portai i gomiti sul tavolo, con la mano mi accarezzai la barba lunga di due settimane. “Calda!” rispose, sempre lamentandosi. I suoi lamenti non erano mai seriosi, assomigliavano più ad uno spettacolo comico ben riuscito perché sincero. Infatti, mentre spiegava delle sudate notturne prive di condizionatore, manteneva un sorriso sereno. Contagioso, se non per il resto del mondo, almeno per il sottoscritto. Dalla radio del bar partì Sunday Morning dei Velvet Underground e Nico. Tornai a distendermi sullo schienale della sedia; guardai per un istante fuori dalla vetrina, ancora il muro della chiesa a righe, ancora i passanti a grappoli in continuo movimento.
Parlammo di come stavo io, e tutto sommato stavo bene. Avevo tantissime cose da fare, un’infinità di impegni da depennare con fatica e pazienza: i miei orizzonti, a differenza di Elena, erano sempre visibili, ma sempre lontani. Ad ogni mio passo, si sarebbero allontanati di un passo; era il mio destino, il mio peggior pregio e il mio miglior difetto. E il miglior pregio di Elena era di capirlo, di capire i miei scopi a volte così confusi nella mia testa ma così chiari nelle sue reazioni. “…Il lavoro che mi hai fatto leggere mi è piaciuto. Aveva un tono…sospeso? Non vorrei fare la critica che non sono…”. “Oh, non dovresti preoccuparti…” dissi, finii di bere il caffè, ormai tiepido, e fissai per un po’ la tazzina, all’interno i resti neri dei fondi come cenere bagnata. “Non dovresti preoccuparti di cosa sei”. Lo pensavo davvero. Era una persona intelligente, e onesta nella sua buona o cattiva fede, e non scrivevo di certo per piacere alla critica, che poteva essere mille volte più sciocca, e mille volte più disonesta nella sola buona fede. Elena sospirò, sorrise. Il suo sorriso mi contagiò ancora, come sempre facevano i suoi sorrisi. Questa volta fu lei a dare un’occhiata oltre la vetrina, dove ormai la piazza sembrava una pista, dove si lottava per abbassare il risultato sul cronometro e per salire su un podio sempre troppo affollato. Sunday Morning continuava di sottofondo, e pensai ai momenti con Elena, momenti in cui il tempo si fermava, si dilatava in una strana sensazione di infinito, come se non succedesse niente e succedesse tutto insieme, e io ero in mezzo, e lei non era solo una donna o un essere umano, ma quella sensazione nella mia vita.
“Sospeso era il tono che volevo trasmettere. Me ne sono reso conto adesso”, le confessai. L’avrei amata, Elena, ma lei non me lo permetteva, e quindi non potevo permettermelo neppure io: anche questo, in fin dei conti, è rispetto.
L’avrei amata perché sapevo non si sarebbe mai accontentata dell’amore di un uomo.
