
Il corpo di Raimond si svegliò con estrema calma. Senza alcun movimento brusco, né delle palpebre, né delle braccia. Anche quando si alzò dal letto matrimoniale, le gambe tracciarono un movimento armonioso e lento, talmente esperto da non aver bisogno della fretta per coprire possibili difetti di portamento. E d’altronde era proprio l’esperienza a non mancargli alla soglia degli ottant’anni. Si fiondò (fiondare a grandi linee) in bagno, dove completò la routine mattutina, e ne uscì come nuovo (nuovo a grandi linee) con un accappatoio in spugna di cotone rosso, e il viso arrossato dai fumi della doccia e dal dopobarba. I capelli erano radi ma abbastanza lunghi da permettergli di creare un effetto voluminoso con un po’ di lacca e una pettinata all’indietro. Dall’appendiabiti, un mobile di legno curato come ogni angolo e ogni pertugio dell’albergo, recuperò i pantaloni e la polo azzurra, che posò sopra il lenzuolo. Si spogliò dell’accappatoio e si sedette ai piedi del letto, si infilò prima di tutto i calzini. I movimenti non lasciavano spazio ad errori. Raimond non era concentrato -pensava a qualcosa poco più in là della colazione, pensava alla passeggiata mattutina in programma- ma non avrebbe in ogni caso commesso alcun gesto goffo o nervoso. Conosceva i suoi calzini, conosceva i suoi pantaloni e la sua polo, ben infilata con due colpi tranquilli sotto la cintura. Sbirciò fuori dalla finestra la calle e il canale fermi, appena illuminati da un’alba ancora insicura, poi rifece il letto nonostante non fosse suo compito, e prese la custodia della macchina fotografica dal comodino. Se la cinse al collo, si avviò a passo sicuro verso l’uscio, verso il corridoio, verso il salone della colazione.
Clodette aveva dormito un paio d’ore. Forse tre. Si era svegliata con un’ansia strana. Inspiegabile, ma irriducibile. Girandosi e rigirandosi sul letto, cercò di concentrarsi non tanto nel lasciarla andare via con il silenzio della notte, ma nel trovarne l’origine. Il punto di innesco. La scheggia. Come un viaggiatore inesperto, un ricercatore senza doti, si ritrovò con un nulla di fatto, e la mattina quasi a far capolino, i rumori del motore di una barca e di due gabbiani in perlustrazione. Si sistemò velocemente, i piedi come gocce di pioggia, le mani come macchine di precisione. Anche a lei non piaceva essere servita, né, tantomeno, riverita. Era un quel tipo di comportamento altrui che l’aveva sempre allontanata dalle persone: dai suoi genitori e dal suo ex marito. Quindi, anche se con la cameriera ai piani i rapporti erano decisamente meno intensi, diede una sistemata a tutta la camera, mettendo i vestiti ben piegati nell’armadio, e le cartacce nel cestino, e tamponò il bagno con uno degli asciugamani ruvidi dati in dotazione dalla struttura. Ad ogni passo, il legno sotto di lei cigolava, e questo le piaceva. Le dava l’impressione di aver scelto un posto sì curato, ma anche originale, e intimo. A colazione si ritrovò in una piccola stanza, un tavolo agghindato centralmente, con le sedie tutte attorno, e la porta finestra da dove partiva lo scalone di marmo. Parlò con il cameriere, Marco, un uomo che lei avrebbe definito di una bellezza italiana, con i capelli mori ricci e il petto ben allenato. Dopo qualche consiglio sulla passeggiata imminente, Clodette ritornò in camera, controllò se in borsa aveva i fazzoletti, e la borraccia d’acqua, e il piccolo taccuino per gli appunti. Non che lo usasse tanto spesso, ma chissà, magari prima o poi, scrivendoci sopra qualcosa, avrebbe capito perché desiderava portarlo sempre con sé. Quando s’incamminò per le calli, il sole levava una coltre di luce soffusa sui palazzi, come polvere su vecchie mensole in piedi per miracolo. Le piazzette erano regno dei piccioni e di qualche gabbiano. Ogni tanto si sentiva lo stridore di un carro dell’immondizia trascinato dal netturbino. A Venezia funzionava così, le avevano spiegato. Continuò a chiedersi dove volesse perdersi, e intanto, con lo scivolio dei suoi passi sul selciato ad accompagnarla, si perdeva.
Fotografò il campanile di una chiesa. L’originalità del soggetto, secondo Raimond, era data dalla vicinanza in prospettiva dei tetti degli altri palazzi. Lo affascinò il pensiero di quanto potessero essere vicine, molto più di quel che si crede, le cose sacre e le cose profane. Camminò, ancora. Lento. Non aveva fretta, e la città attorno neanche. Scattò di nuovo, il verso dell’obiettivo ad immortalare un barista davanti alla saracinesca del suo locale, poi un graffito blu, una scritta a curve morbide sulla parete di un palazzo -guarda un po’- rinascimentale.
Clodette passò per la seconda volta davanti allo stesso arco. Lo riconobbe, quindi provò a dare una virata inaspettata ai suoi passi. Provò a mettere alla prova la sua creatività verso l’ignoto. Si ritrovò a perdersi più a fondo nella città, più a fondo in sé stessa. Non c’erano sguardi da scandagliare se non i suoi quando incrociava le vetrine in penombra dei negozi. In una calle larga, vide degli scalini che conducevano ad un portone d’ottone e rame. Vi si distese, la testa e i piedi poggiati con delicatezza ai colonnati. Presa dal coraggio di essere in un posto nuovo del mondo, tirò fuori il blocchetto di appunti. C’era qualcosa da dire in quel momento. Da ricordare. Un piede, poggiato allo scalino, cominciò a tentennare.
Raimond sbucò da una calle piccola. Vide a sinistra, al lato opposto al suo, il corpo di una donna disteso su di uno scalino lungo quella che doveva essere l’entrata ben sigillata di un teatro. Della testa poteva intravedere appena qualche ciuffo di capelli biondo rame; in bella vista solo il tentennare pressante del piede destro. Prese la macchina fotografica, la portò in posizione, si domandò quale fosse il momento giusto per scattare. Ombra e luce si spartivano a metà l’inquadratura. Raimond attese, non sapeva cosa. Clodette fermò il piede, scrisse
Città piena
Città vuota
Meglio i fantasmi delle persone alle persone?
Raimond scattò, dopo di che riprese la calle stretta dalla quale era sbucato.
